martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il “Cuore” socialista
di Edmondo De Amicis
Pubblicato il 09-01-2015


Cuore-DeAmicisLa critica letteraria ha colpevolmente sottovalutato l’approdo politico e il contributo pedagogico dato alla causa socialista dell’ autore del libro Cuore (1886), uno dei libri per ragazzi più tradotti al mondo. I suoi numerosissimi scritti, i suoi romanzi e i suoi saggi hanno in effetti molto contribuito all’affermazione delle prime organizzazioni socialiste, specie quelle di Torino e del Nord d’Italia. Nonostante tutto ciò, è difficile trovarne traccia nei libri di scuola, nelle enciclopedie o nelle presentazioni dei suoi libri più fortunati. Solo recentemente qualche cosa si è mosso e diversi storici hanno sottolineato anche l’importanza del suo apporto politico al sorgente socialismo italiano.

Edmondo De Amicis si accostò al socialismo già nel corso del 1890, quando si interessò della rivista Cuore e Critica del repubblicano Arcangelo Ghisleri e strinse amicizia con Filippo Turati, direttore di Critica Sociale. L’11 febbraio 1892, nel corso di una memorabile conferenza organizzata dall’Associazione Universitaria Torinese, De Amicis (1846-1908) sottolineò come le diverse concezioni e teorie del socialismo possono essere “come i piani graduali d’un vastissimo panorama, o meglio come le forme successive, le attuazioni o i tentativi d’attuazione a mano a mano più larghi e compiuti d’una stessa idea”. Tale adesione rappresentò anche il superamento delle idee nazionalistiche che avevano animato le sue opere e che in particolare caratterizzavano il libro Cuore.

Il suo passato militare, nato dal tentativo di sfuggire alle precarie condizioni economiche della famiglia dopo la prematura morte del padre, la partecipazione alla battaglia di Custoza nel corso della terza guerra d’Indipendenza e la presenza come giornalista della Nazione di Firenze alla presa di Porta Pia, furono superati dalla condivisione degli ideali internazionalisti, pacifisti e socialisti. L’interesse per i problemi sociali, visti con uno spirito umanitario spesso intriso di paternalismo, trova traccia nelle sue opere successive a tale scelta.

Nonostante questa scelta convinta e radicale, negli ambienti dei primi circoli socialisti torinesi venne guardato con diffidenza e la sua opera fu spesso sottovalutata. La conoscenza e la frequentazione di Filippo Turati furono invece decisive. Tutti i grandi socialisti di inizio secolo, Anna Kuliscioff, Treves, Bissolati, Bonomi, lo stimarono e collaborarono attivamente con lui. Oltre alla collaborazione alla turatiana Critica Sociale, De Amicis affidò il suo pensiero anche ad altri periodici socialisti sorti in Piemonte a fine Ottocento, in particolare al Grido del Popolo, La parola dei poveri e Per l’Idea.

Il suo “Socialismo spirituale”, per dirla con Turati, si manifesta anche nei suoi saggi di politica come autentica vocazione pedagogica. Ne è un chiaro esempio il romanzo Primo Maggio, pubblicato ottanta anni dopo, e giudicato dall’autore incompiuto o il libro Sull’Oceano, una sorte di diario della traversata dell’Atlantico da lui compiuta nel 1889 sulla nave “Galileo” con 1600 emigranti. De Amicis con quel suo romanzo rappresentò il primo scrittore italiano ad affrontare il tema dell’emigrazione. Oltre a questi vanno anche ricordati: Il romanzo d’un maestro, La maestrina degli operai, Amore e ginnastica, La carrozza di tutti e il libro Questione sociale, nato dalla raccolta di articoli d’ispirazione socialista che scrisse per il giornale Il grido del popolo.

Quel che ne emerge da una attenta lettura è la tensione dialettica tra una visione etica dei valori del socialismo ed una sociale comprendente il socialismo dei diritti. De Amicis non era un filosofo, uno storico e tantomeno un politico, bensì semplicemente un letterato sensibile alle ragioni del cuore.

A riprova della stima, della considerazione e della popolarità goduta da De Amicis negli ambienti socialisti e democratici torinesi, nel 1898 venne candidato dai locali circoli socialisti alla Camera dei Deputati, “Colla speranza non vana che parecchi, anche non socialisti, voteranno per lui”. Il risultato, in effetti, diede loro ragione. De Amicis venne eletto con 1098 voti contro i 1024 del rivale Rabbi.

Nonostante l’ottimo risultato raggiunto, non se la sentì, forse anche a causa della difficile situazione familiare, di assolvere a quel gravoso incarico che, tra l’altro, non gli pareva consono alle sue caratteristiche. Si dimise dunque con una accorata lettera inviata all’Avanti. Come è noto De Amicis soffrì molto per le traversie sentimentali familiari, tanto da esserne condizionato nelle scelte di vita. La precoce morte del padre, quella della amatissima madre, le continue liti con la moglie Teresa Boassi, causate soprattutto dalla non condivisione della sua scelta politica, portarono il figlio Furio al suicidio.

Seppur affranto, non cessò di dare il suo apporto alla causa socialista. Per le elezioni del 1904 firmò sul Grido del Popolo un appello ai “benpensanti riformisti” perché sostenessero la guida riformista del partito contro pericolose avventure violente e parolaie. Il suo socialismo non può essere definito solo sentimentale e umanitario. Leggendo le sue opere, i suoi numerosissimi articoli e saggi, si vede che le sue ragioni poggiarono su una concezione culturale e politica tipica del riformismo graduale, della conciliazione tra le classi e di progresso sociale. Membro dell’Accademia della Crusca e del Consiglio Superiore dell’Istruzione, De Amicis fu uno degli scrittori più amati dell’Italia post unificazione.

L’11 marzo 1908 in una camera dell’Hotel della Regina di Bordighera, già frequentato dall’amico scrittore George McDonald, De Amicis morì improvvisamente, probabilmente a causa di una emorragia cerebrale. Come da sue volontà, il corpo fu immediatamente traslato e tumulato nella tomba di famiglia nel cimitero monumentale di Torino.

Nel ricordarlo alla Camera dei Deputati Turati così si espresse: “La sua venuta nel nostro partito sta a provare che la lotta di classe, così ingiustamente definita come eccitazione all’odio, non è soltanto l’arida formula immaginata da Marx, ma anche qualcosa in più, cioè l’ispirazione benefica verso il più luminoso ideale”. Dopo averlo paragonato a Emile Zola per la popolarità della sua narrativa e per l’impegno civile, su Critica Sociale del 16 marzo affermò: “…i suoi scritti fecero per la cultura dei moltissimi più che non facciano centomila scuole nei comuni d’Italia…C’è un monumento che il Partito socialista dovrebbe fare a Edmondo De Amicis…Egli fu un educatore del gusto, un seminatore solerte di quella sana e profonda filosofia della vita che è fatta di un vivace umorismo temperato di pianto”.

Il Partito socialista fece affiggere in tutto il Paese un manifesto per celebrare “ …il più grande e il più buono dei socialisti italiani…la voce che, nel nostro fervido augurio, dopo aver narrato con dolcezza le speranze dei poveri, doveva dirne senza rancore il trionfo”.

La morte di De Amicis scosse profondamente l’ambiente socialista reggiano guidato da Camillo Prampolini. La Giustizia gli dedicò tutta la prima pagina del 12 marzo 1908, la prima e metà della seconda del 13 e tre su cinque colonne del 14; il 21 marzo venne pubblicato un articolo di Turati e il 9 aprile uno di Gustavo Balsamo-Crivelli. Il 5 aprile, su invito della Camera del Lavoro, l’On. Savino Varazzani tenne al Teatro Municipale una riuscitissima conferenza su De Amicis letterato e socialista. Zibordi scrisse che De Amicis seppe dare “prima il senso della bontà e del dovere e poi della solidarietà e giustizia e sempre della tolleranza e del compatimento reciproco…”. De Amicis socialista fu concorde col programma puro e tradizionale, evoluzionista e positivo di Prampolini e di Turati, dell’umile e profonda Giustizietta settimanale, e dell’alta e severa “Critica Sociale”.

Poi la vittoria del socialismo massimalista, il susseguirsi di due guerre mondiali, il fascismo e il Fronte popolare fecero calare su di lui il silenzio e  l’oblio, fino a quando negli anni ottanta, al tempo dell’affermazione dei riformisti alla guida del PSI e grazie anche al sostegno del presidente Pertini, Italo Calvino, proprio nell’intento di valorizzare l’apporto di De Amicis alla causa socialista, fece pubblicare il libro Primo Maggio, giudicato dal suo autore incompiuto, e valorizzò un’altra grande opera di De Amicis Amore e ginnastica.

Oggi tutti concordano nell’iscrivere il socialismo di De Amicis nella migliore tradizione umanitaria, socialista, riformista che ha visto porre al centro la questione sociale, l’uguaglianza e la solidarietà tra gli uomini.

Fabrizio Montanari

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