lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Il nostro integralismo casereccio
Pubblicato il 12-01-2015


Si è dimessa, a seguito delle  forti  polemiche  suscitate  da un suo post pubblicato  sul profilo  Facebook, Giovanna  Tedde, 32  anni, di Rifondazione Comunista (a dimostrazione che l’ignoranza regna in ogni dove), Assessore alla Cultura del Comune di Bonorva, in provincia di Sassari.

Lo  ha  fatto  nella  serata di ieri. Di seguito il profilo  Facebook del sindaco in carica, Giammario Senes  sul quale  sono state  pubblicate  le lettere di scuse pubbliche con conseguenti dimissioni e il comunicato  stampa dello stesso Senes a nome  del Comune da lui rappresentato. Non cessano, però, le polemiche  ancora quando le dimissioni della  Tedde – e in particolar modo la sua lettera di facili scuse – confermano   non solo la gravità del gesto perpetrato, ma sottolineano  la totale  incapacità  di intedere il significato di esser un rappresentante delle Istituzioni. Le dimissioni, mi rivolgo a Senes, noto per esser persona di grande spessore umano, culturale  e istituzionale,  il suo  è il  quarto anno del secondo mandato, non devono esser  un atto  di responsabilità  istituzionale, ma un semplice doveroso atto dovuto. Punto.

Non ci si trincea dietro il principio della libertà d’espressione, piuttosto  ci si soffermi nel significato che  questa  intende. Perché davvero la  paura  e il clima di terrore degli ultimi giorni – oltre a dover far riflettere tutti noi – dovrebbe averlo dovuto far anche alle Istituzioni stesse  ancor più a coloro che hanno una delega importante come  quella  della Cultura  e della politica  giovanile. Il danno è stato  fatto. Non lo si giustifichi con l’ansia e il terrore del momento.

Il contenuto della  lettera di scuse, come si può evincere leggendola, è,  forse anche più grave delle stesse parole diramate attraverso quell’insulso post pubblicato sul social network  – “Caro sindaco, sono qui a scriverti questa lettera per chiedere scusa della situazione di disagio creata da me con la pubblicazione di un post su Facebook che, con la presente, intendo pubblicamente e formalmente ritrattare in quanto non rappresentativo del mio pensiero”.

Si rivolge  al  sindaco, Giovanna, certo, in quanto lui rappresentante  dell’intera comunità di Bonorva, ma non basta. Non è sufficiente, le scuse andavano  rivolte  in forma  estesa, forse anche alla stessa Rete o comunque usando lo stesso mezzo utilizzato per  esternare  quelli che ora, sommersa dalle  polemiche, definisce  farsi non rispecchianti il suo pensiero. Continua  Giovanna Tedde – “Chiedo scusa pubblicamente a tutti, e al popolo musulmano in particolare, per aver scritto parole durissime che, ripeto, non mi appartengono. Il mio è stato un gesto di grande stupidità, un impeto dato dalla situazione di paura e di terrore in cui viviamo. Non sono e non sono mai stata una persona razzista. Mi sono fatta trascinare dalla lettura di alcuni deliranti post che inneggiavano alla guerra islamica contro la Francia e l’Italia.

Da giovane, quale sono, mi sento di dire che con le mie affermazioni intendevo rivolgermi al mondo del terrorismo e ho, invece, per riflesso attaccato il mondo islamico. Chiedo umilmente scusa, e sono qui a rassegnare le mie dimissioni da assessore perché comprendo che il mio involontario gesto getta una luce non veritiera sull’amministrazione comunale. Ribadisco ancora che quello che ho scritto nel post non rispecchia la mia identità, né il mio pensiero. Ho sbagliato prendendo di mira un popolo che subisce, come il resto dei popoli del mondo, l’incubo del terrorismo. Ti ringrazio, caro sindaco, per l’esperienza di questi anni svolta con serietà e rispetto reciproco, nonostante tutti i limiti che possono esserci stati”.

Emergono alcuni aspetti: la conferma che ancora l’irruenza, l’impeto e la   freschezza, anche politica giovanile, va coltivata qualora ci fossero le capacità, prima  ancora  di esser  catapultata  in prima fila  per ricoprire cariche istituzionali. Emerge poi il solito luogo comune – “non sono  razzista” che, al momento opportuno, si trasforma in “lo sono ora in questo momento per  paura e  terrore”. No cari miei: o uno è razzista,  o non lo è. Non può diventarlo a convenienza o al momento.

Farsi, trascinare, poi, è sinonimo di fragilità sotto ogni punto di vista. Oggi, è vero, viviamo un momento delicato, alimentato soprattutto da focolari estremistiche provengono da ogni dove e dove sono fortemente alimentati anche dai mezzi di comunicazione di massa, quali web e salotti televisivi  dove  spesso, per  mero scopo di aumento  degli ascolti, sono invitati  personaggi che si dicono di politica, ma restano solo elementi che cercano di costruirsi un posto di comodo in una  insistente  voglia di autoaffermazione.

Ma proprio per la  delicatezza del momento la politica – e soprattutto chi è chiamato a rappresentarla – la cultura dovrebbe  esser l’esempio  per la lotta  al  terrorismo, e certamente le parole della Tedde non lo sono state per nulla. Anzi, se proprio si deve dare un’interpretazione a conclusione di quanto accaduto, sta a dimostrare come tanti amministratori pubblici approfittano della loro  carica  per mettere  in atto  atteggiamenti  che  – nell’anonimato – passerebbero inosservati (pur essendo quelli i più pericolosi, sono infatti i focolai inosservati che alla fine  esplodono). In molti ieri, quando il post  dell’assessore  Tedde  ha cominciato a circolare su Fb, hanno pensato ad una bufala, ad un furto  di profilo e identità, salvo poi rimanere  basiti scoprendo anche l’appartenenza  politica  di sinistra  della stessa.

Peccato, ancora peccato, la politica potrebbe dare la possibilità a tutti – soprattutto alle persone umili e buone – di fare davvero qualcosa di buono per la collettività, salvo poi svegliarsi da questo sogno e prendere atto che così non è e non sarà mai, forse. In conclusione, la triste “avventura” di Giovana Tedde conferma il tipico modus vivendi dell’italiano medio – “non sono razzista ma meglio che i negri stiano a  casa loro”. Ci stupiamo? Ne sentiamo e vediamo tutti, tutti i giorni, di atteggiamenti simili,  ma sono  anonimi, non hanno riflesso se non nel momento in cui  esploderanno come nel caso di Parigi. E badate, mi riferisco all’esplosione della nostra  intolleranza casereccia, nel senso che siamo noi stessi i primi integralisti, ma preferiamo non riconoscerlo, non vederlo, non sentirlo. Meglio condannare prima  gli altri.

Antonella Soddu

 

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