sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

LA STRANA ALLEANZA
Pubblicato il 20-01-2015


Riforma-legge-elettorale

Una situazione surreale. I leader di Pd e Forza Italia che si incontrano, per stendere la legge elettorale come più gli conviene e i rispettivi partiti a guardare sempre con le opposizioni interne sempre più insofferenti. La legge elettorale, su dettatura di Renzi, viene recepita in un emendamento (quello Esposito che recepisce l’intero accordo di maggioranza facendo saltare con un colpo solo tutti gli emendamenti) per evitare così la giungla di emendamenti e per velocizzarne l’approvazione. Con Renzi che forza la mano a discapito dell’unità del Pd. Oggi è stato il giorno del voto all’assemblea dei senatori del Pd. In 71 hanno votato a favore dell’Italicum di impianto renziano, ma la minoranza del partito – tra cui i 29 senatori che hanno firmato il documento di Emanuel Gotor che eliminava i capilista bloccati – ha deciso di non partecipare al voto.

Stesso destino per Berlusconi con Forza Italia che si spacca: la maggioranza del partito voterà a favore dell’emendamento Esposito che prevede il premio di lista e lo sbarramento al 3%.  La decisione è stata presa al termine dell’assemblea a Palazzo Grazioli alla quale il Cavaliere non ha partecipato. Ben 20 parlamentari, di cui 13 esponenti azzurri e il  resto di Gal avrebbero invece deciso di non seguire la linea di Silvio Berlusconi indicata da Denis Verdini e Paolo Romani. A puntare i piedi dunque, i cosiddetti frondisti, fittiani in testa, che daranno  battaglia con il voto contrario anche in Aula. “Berlusconi – ha detto Raffaele Fitto alla fine dell’incontro – fa un errore madornale. Forza Italia sta facendo il soccorso azzurro a Renzi e al suo governo. Noi continueremo a fare battaglia dentro il partito contro questa posizione inaccettabile. Votare il subemendamento Esposito è un suicidio per Fi. Votare questa legge elettorale significa andare contro i nostri elettori e svendere la storia di questi 20 anni. Renzi è in difficoltà, non ha i numeri e noi diventiamo gli ‘arrivano i nostri’. Una scelta politica da parte del gruppo dirigente che rappresenta una svendita totale, per noi è inaccettabile”. Con Fitto anche Capezzone. “E’ un errore drammatico l’appoggio di Fi a Renzi. È l’ora di dire stop alla donazione di sangue. Risultati elettorali e sondaggi parlano fin troppo chiaro”.

Ovviamente Berlusconi vuole mantenere fede al Patto. E per questo ha chiesto ai suoi di votare compatti l’Italicum, compreso il premio di maggioranza da attribuire alla lista e non alla coalizione e l’abbassamento della soglia si sbarramento al 3%. Una posizione che non viene dal senso di responsabilità o dall’esigenza di mantenere in piedi il patto, ma dalla necessità di Belusconi di prendere parte alla partita per il Quirinale. Ma è un ragionamento che non convince la fronda di Fitto che non vuole il premio di maggioranza alla lista, ma nemmeno un numero così alto di capilista bloccati.

E già c’è chi, preso il pallottoliere, fa i conti. Il voto contrario o, comunque, la non partecipazione al voto dei dissidenti Pd e dei frondisti di FI ha un peso politico, soprattutto all’interno del partito di maggioranza. Ma, sulla carta, l’atteggiamento che terranno in Aula al Senato le rispettive minoranze interne dei dem e degli azzurri non dovrebbero mettere a rischio la tenuta della maggioranza e del patto del Nazareno che, in ogni caso dovrebbe uscire indenne dalle eventuali rispettive spaccature interne.

Stando ai numeri a palazzo Madama, infatti, il nuovo testo dell’Italicum, così come riscritto dall’emendamento Esposito, può contare – salvo sgambetti imprevisti e sorprese dell’ultimo minuto – su un minimo di 170 voti fino a un massimo di 175-177. Quindi, sarebbe garantito un margine, rispetto ai 161 minimi necessari. Certo, bisogna tener conto di quanti senatori saranno in Aula al momento del voto, quanti in missione e quante saranno le assenze ‘strategiche’. Contando i numeri sulla base della composizione dei gruppi sarebbero a favore i 36 di Area Popolare, una settantina di Pd (tolti i dissidenti, che con il voto di oggi sono risultati essere all’Assemblea del gruppo in 29), una quarantina di Forza Italia (ai 60 totali vanno tolti una ventina di fittiani), circa una trentina di altri senatori tra Scelta civica, PI, ex grillini, misto e per le Autonomie.

Così, come sembra da questi calcoli, la legge verrebbe dunque approvata (purché ci sia il numero legale) con una maggioranza diversa da quella del governo, una maggioranza nettamente spostata a destra, visto che la ‘sinistra’ potrebbe contare all’incirca solo sui 70 voti del PD.

Resta tuttavia l’incognita sull’atteggiamento complessivo degli ex Cinque Stelle, una cui parte ha annunciato che voterà a favore dell’emendamento di Miguel Gotor, schierandosi quindi con la minoranza Pd.

“Con i capilista bloccati – ha detto Miguel Gotor – noi non voteremo l’Italiacum. Vorrà dire che Renzi lo approverà con il voto di Verdini e Berlusconi”. Secondo Gotor, Renzi non ha voluto trattare con la minoranza, quando ieri ha fatto slittare di 24 ore l’assemblea del gruppo: “Renzi costruisce artifici narrativi – ha detto – ma essi hanno un limite nell’evidenza. E l’evidenza è che lui doveva incontrare stamattina Berlusconi, non noi”.

“Per me – ha invece ribadito Renzi – il punto centrale della legge è il premio alla lista” e non la questione dei capilista. Quel meccanismo che porterebbe alla formazione di un listone unico per prendere il premio. Un Pd che ingloba il centrosinistra e lo stesso farebbe Forza Italia con la Lega. Il problema è che il giorno dopo i partiti possono tornare a divedersi in Parlamento. Ma tanto l’obiettivo di bloccare i simboli “non graditi” viene raggiunto.

Ginevra Matiz

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