sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Italicum, il metodo
di una legge ‘su misura’
Pubblicato il 26-01-2015


Come indica il titolo di questa nota, non discuteremo, nel merito, dell’Italicum. Delle sue modifiche migliorative rispetto al Porcellum (fissazione di una soglia per l’accesso al premio; abbassamento, senza distinzione tra liste coalizzate e no, della soglia di sbarramento, introduzione del voto di preferenza) e anche di quelle peggiorative (certezza per una lista, qualsiasi sia l’esito del voto, di disporre della maggioranza assoluta dei seggi alla Camera; una sicurezza garantita, nel passato, solo dalla legge Acerbo e oggi da nessun’altra).

Parleremo piuttosto, come è il caso, del metodo. Leggi delle ragioni che hanno portato Renzi a fare questa scelta; del confronto che, sulla legge elettorale è avvenuto negli ultimi anni; e, infine, di ciò che essa ci rivela sugli intendimenti dei suoi principali contraenti (leggi Renzi e Berlusconi).

In premessa, va ricordato ancora una volta che, nelle grandi democrazie occidentali, le leggi elettorali sono da decenni, se non da secoli, un punto fermo. Insomma, un orizzonte permanente che, in quanto tale, condiziona comportamenti e scelte politiche. Anche nelle fasi di rottura del sistema. Quando, all’indomani del suo ritorno al potere sulle rovine della Quarta Repubblica, i maggiorenti gollisti proposero voto di lista e forte premio di maggioranza, De Gaulle rifiutò di netto, optando per il sistema (quello in auge ai tempi della terza repubblica) più ostico per il suo movimento e questo perché la forza del suo messaggio politico non doveva essere in alcun modo condizionata da quella del suo partito.

In Italia, vero Guinness dei primati, tre leggi elettorali in vent’anni. Culto dissennato del nuovo? Certo. Ma soprattutto, all’opposto di quanto avviene nei Paesi di antica democrazia liberale, sistemi (ri)adattati per garantire la vittoria a questo o a quello.

Durante la transizione Monti-Letta, e prima della sentenza della Corte, c’era stata la possibilità di un accordo Pd-Pdl, tale da eliminare le storture più evidenti del Porcellum. Ma non se ne fece nulla. Prima perché il Pd pensava ci avvalersi della legge Calderoli per vincere; e poi perché non aveva la minima idea di cos’altro proporre. Dopo le sentenza della Corte poi la strada era tracciata ed era sostanzialmente il proporzionale. Ma i politici hanno fatto finta di nulla. A parole, tutti ansiosi di seguire le richieste di Napolitano. Di fatto, tutti fermi ai blocchi di partenza. Anche dopo la sentenza della Corte e l’arrivo di Renzi.

Di fatto, il Nostro ha visto la luce solo dopo le europee. Per scegliere una legge che, in ogni suo aspetto (premio alla lista, niente obbligo di coalizione, rivalutazione dei piccoli partiti) è la più vantaggiosa per il Pd modello Renzi e la più sfavorevole per Forza Italia (che perde non solo il suo potere di coalizione, ma che, in base a tutti i sondaggi, non ha alcuna possibilità non solo di vincere ma forse anche di partecipare al ballottaggio) e il tutto, badate bene, considerando come bussola del suo agire il patto del Nazareno. E il patto nella interpretazione fornita “coram populo” da Berlusconi: da una parte il via libera a Renzi alle sue riforme (“sta applicando il nostro programma”) e alla permanenza sine die del Pd al potere; dall’altra l’impegno a garantire l’“agibilità politica” e gli interessi personali e aziendali dell’ex Cavaliere.

A questo punto, due brevi osservazioni. Primo, che si tratta di un patto leonino, se non frutto di un palese ricatto. È leonino perché Berlusconi concede, tutto e subito, quello che preme a Renzi (l’egemonia politica del Pd renziano per i prossimi anni), in attesa di esserne ripagato, a rate, in un futuro sostanzialmente incerto. E ricattatorio anche perché il nostro Matteo potrebbe recedere dall’accordo in ogni momento senza pagare prezzi; mentre la cosa sarebbe molto più difficile per Silvio.

Ora, in qualsiasi Paese del mondo (e questa è la seconda riflessione) l’esistenza di un accordo così oggettivamente ignobile sarebbe al più evocata da teorie scandalistico-complottarde salvo ad essere smentita dagli interessati. Da noi, invece, è spifferata in tutti i suoi dettagli dal Pregiudicato senza che nessuno si curi di smentirla; o si emozioni più di tanto nel recepirla.

E questo la dice lunga sulla condizione che vive il Pd e la classe politica del nostro Paese. “A me il governo, a te l’agibilità politica, a noi due il potere che si misura negli affari; quello che accadrà fuori è oggettivamente irrilevante”. Questo, nella sostanza, il messaggio, avallato per un verso dall’assenza di alternative credibili dal punto di vista politico-elettorale (non potendo essere tali, per la loro natura, né Grillo né Salvini) e, per altro verso, da una sinistra che, da una parte, considera oramai Renzi come un alieno incompatibile con il suo passato e il suo futuro mentre, dall’altra, pensa di combatterlo (o magari di correggerne il percorso) a furia di emendamenti e/o di manovre parlamentari. Fino a quando? La clessidra sta per svuotarsi…

Alberto Benzoni

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