sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La Palestina all’Aja accusa
Israele di crimini di guerra
Pubblicato il 07-01-2015


Gaza-bombardamenti-AiaIl 2014 si chiude male per gli sviluppi della crisi israelo-palestinese e il 2015 comincia forse anche peggio.

Negli ultimi giorni dell’anno appena chiuso, il Consiglio di sicurezza delle nazioni Unite aveva affondato una risoluzione presentata, a nome della Lega Araba, dalla Giordania che prescriveva il ritiro dell’esercito israeliano dai Territori Occupati nei confini pre-guerra del ’67, compresa Gerusalemme est. Contestualmente alla bocciatura, l’Autorità Palestinese aveva fatto sapere di essere pronta a sottoscrivere (2 gennaio 2015, ndr) l’adesione alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja e che subito dopo (avverrà formalmente il 1 aprile, ha fatto sapere Ban Ki Moon, ndr) avrebbe sollevato l’accusa di crimini di guerra nei confronti di Israele.

L’Anp ha depositato i documenti per accedere a 14 convenzioni e trattati tra cui il Trattato di Roma, che consente l’accesso alla Cpi, venerdì scorso. La mossa palestinese ha provocato reazioni molto dure da parte del Governo israeliano che si sono tradotte subito nel congelamento del trasferimento di circa 100 milioni di euro di dazi doganali dovuti all’Anp.

La decisione palestinese inquieta fortemente il governo israeliano perché la Corte penale dell’Aja potrebbe condannare i vertici dello Stato ebraico per quanto avvenuto l’estate scorsa e in particolare per i bombardamenti eseguiti su Gaza nell’operazione militare ‘Margine di sicurezza’ in risposta al lancio di missili Kassam. Il bilancio della rappresaglia israeliana venne comunemente giudicata come irragionevole e ingiustificata per la sua estensione e durezza. Dopo 51 giorni di combattimenti a Gaza, ai primi di settembre secondo i dati dell’Unicef, si contavano infatti 2.141 morti tra la popolazione di Gaza, di cui due terzi civili e 536 bambini; oltre 10 mila feriti, di cui 3.106 bambini; 17 mila case distrutte; terre coltivabili spazzate via e industrie rase al suolo. Dall’altra parte, si registrava la morte di 66 soldati israeliani e di 5 civili (tra cui un bambino).

Un bilancio che peserà e molto sulla Corte internazionale quando dovrà giudicare la richiesta dell’Anp e che potrebbe portare, in caso di condanna, a conseguenze estremamente spiacevoli per Israele, non solo sul piano dell’immagine, ma concretamente nei confronti dei suoi vertici, compresa la possibilità di un arresto nel momento in cui entrassero in uno dei Paesi che aderiscono alla convezione internazionale.

Siamo dunque di fronte ad un pesante aggravamento dei rapporti diplomatici tra palestinesi e israeliani, e non è un caso se l’iniziativa di Abu Mazen, presidente dell’Anp, sia stata fortemente osteggiata dagli Usa perché vista come un ostacolo al raggiungimento di un accordo di pace.

Ma cosa ha portato a questo ulteriore peggioramento? Certamente da parte palestinese vi è la sensazione che le iniziative diplomatiche internazionali siano finora servite a poco e che anzi vengano utilizzate dal governo di Nethanyau per guadagnare tempo mentre prosegue nella politica dei ‘fatti compiuti’ da cui è sempre più difficile tornare indietro. E tra questi al primo posto c’è la crescita continua e ininterrotta degli insediamenti dei coloni nei territori Occupati.

Nel corso del 2014 – scrive l’Agenzia Infopal riportando i dati di un report ufficiale israeliano – oltre 15mila israeliani si sono spostati in insediamenti nella Cisgiordania sotto assedio. “I dati emessi dal ministero dell’Interno israeliano mostrano che la Giudea e la Samaria (nomi ebraici per Cisgiordania) attualmente ospitano circa 400 mila israeliani, e dimostrano che l’insediamento in Giudea-Samaria è un fatto irreversibile”, ha dichiarato venerdì scorso l’ex presidente dello Yesha Council, Dani Dayan. Lo Yesha Council è un’organizzazione-ombrello per i consigli municipali degli insediamenti della Cisgiordania. Secondo Dayan, il numero di coloni ebrei in Cisgiordania è salito a 15mila dal 2013. Alcuni israeliani sembra preferiscano vivere negli insediamenti cisgiordani, piuttosto che nelle città israeliane, per i bassi costi delle abitazioni e dei molti privilegi garantiti dalle politiche pro-colonie del governo. I dati resi noti da Dayan non comprendono quegli israeliani che vivono negli insediamenti a Gerusalemme Est, il cui numero ammonta a oltre 200 mila.

L'occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del '49, i territori dell'ANP con le zone e gli insediamenti sotto contrrollo israeliano, il Muro e le strade rpincipali.

L’occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del ’49, i territori dell’ANP con le zone e gli insediamenti (▲) sotto controllo israeliano, il Muro e le strade principali.

E questo degli insediamenti potrebbe essere il secondo fascicolo che l’Anp aprirebbe all’Aja contro Israele. Il capo negoziatore palestinese, Saeb Erakat, ha confermato – sempre secondo Infopal – che Gaza sarà uno dei casi riportati alla Corte, ma ha anche affermato che ci sarebbe stato un fascicolo messo insieme sulla costruzione di colonie israeliane nei territori sequestrati a partire dalla ‘Guerra dei sei giorni’, nel 1967. “I fascicoli principali – ha affermato Erakat – saranno l’aggressione contro Gaza e la colonizzazione, dato che questo è un crimine continuo”.

Armando Marchio

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Commenti all'articolo
  1. Lo scorso 8 gennaio un tribunale americano aveva deciso di procedere contro la Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e contro la Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) e quindi anche contro il loro principale rappresentante Mahmud Abbas (alias Abu Mazen) con l’accusa di aver finanziato e organizzato attentati in Israele nei quali sono rimasti coinvolti cittadini americani. Eppure nonostante l’importanza della notizia e un processo davvero colossale e che implica tutta una serie di conseguenze potenzialmente devastanti per i palestinesi, tra cui una richiesta di risarcimento di un miliardo di dollari, i media occidentali hanno fatto finta di nulla.

    Nel frattempo il processo contro la ANP e la OLP è iniziato martedì scorso presso la U.S. District Court, Southern District of New York, e ha visto le prime testimonianze dei sopravvissuti agli attentati palestinesi tra le quali alcune particolarmente toccanti come quella di Meshulam Perlman, sopravvissuto ad un attacco suicida a Gerusalemme nel 2004. «I corpi, i cadaveri volavano sui balconi e sui tetti – dice Meshulam Perlman con la voce rotta dall’emozione – non potrò mai dimenticare quella scena. Le persone sono state fatte letteralmente a pezzi».

    Il processo anche se civile ha dei riscontri anche sotto l’aspetto penale e internazionale perché tende a dimostrare che dietro agli attentati palestinesi avvenuti in Israele e che hanno fatto morti e feriti anche tra i cittadini americani c’è un intento terrorista da parte della ANP e della OLP e dei loro massimi rappresentanti che infatti continuano anche ora a dare gli ordini e a finanziare il terrorismo come vedremo più avanti nell’articolo. La causa è promossa anche contro la Arab Bank, con sede in Giordania e per altro già condannata da un tribunale americano, per essere il tramite tra le organizzazioni palestinesi e gli attentatori e per aver trasferito il denaro necessario al compimento degli attentati e al successivo mantenimento delle famiglie degli attentatori sucidi.

    Abu Mazen finanzia anche oggi i terroristi ci sono le prove

    Ma la testimonianza forse più importante anche per il quadro attuale arriva nella udienza tenutasi presso la District Court, Southern District of New York giovedì mattina, quando è stato presentato un documento che prova non solo che Fatah, Hamas, ANP e OLP non solo non sono divise affatto ma fanno parte tutte di una unica organizzazione terroristica solo all’apparenza divisa in fazioni. A presentare il documento ai giurati è stato Alon Eviatar, un tenente colonnello in pensione nelle Forze di Difesa israeliane. Il documento evidenzia come la ANP, la OLP, Fatah e Hamas abbiano creato un fondo denominato “sostegno alla lotta all’occupazione” attraverso il quale pagano i terroristi detenuti, le loro famiglie, le famiglie dei cosiddetti “martiri” e tutta una serie di azioni di terrorismo. Alon Eviatar mostra impietosamente anche i documenti del tariffario che però non è aggiornato ai giorni d’oggi e che quindi si presume sia in difetto. Comunque secondo il regolamento del fondo i prigionieri palestinesi condannati fino a cinque anni e detenuti nelle prigioni israeliane ricevono 1.300 shekel al mese . Le mogli dei detenuti ricevono altri 300 shekel al mese ai quali si aggiungono ulteriori 50 shekels per ogni bambino in famiglia. Per i detenuti condannati a più di cinque anni i pagamenti aumentano a 2.000 shekel. I detenuti condannati a più di 25 anni ricevono 4.000 shekel. In sostanza più si è terroristi e più si guadagna e il tutto gestito e organizzato da coloro che la comunità internazionale, prima tra tutti la Mogherini, considerano “partner per la pace” come Abu Mazen e la ANP.

    Ma la cosa più scandalosa è che nonostante l’importanza di questo processo che non solo rischia di ridimensionare drasticamente l’immagine dei palestinesi e che giorno dopo giorno prova il carattere terroristico della Autorità Nazionale Palestinese, è che i “grandi media” lo stanno sostanzialmente ignorando, specie quelli vicini alla sinistra e a Obama. Un fatto davvero scandaloso che prova ancora una volta come i cosiddetti “grandi media” siano succubi della “allucinazione palestinese”.

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