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Opinioni e commenti
 

LA SCOMMESSA GRECA
Pubblicato il 23-01-2015


Grecia-elezioni-2015

Il giorno del voto in Grecia è arrivato e promette, se i sondaggi non sbagliano, di cambiare volto al Paese e dare una bella scossa anche alla politica del Vecchio Continente. Atene, dopo duemila anni, torna al centro della scena del mondo, con la sua democrazia e le sue idee.

Stando ai sondaggi a 48 ore dall’apertura delle urne, il divario tra i due principali partiti, Syriza il partito/coalizione di sinistra radicale guidato da Alexis Tsipras, e Nea Dimokratia, di centro-destra, del premier Antonis Samaras, è ulteriormente cresciuto avrebbe toccato i 6 punti percentuali, un divario incolmabile. Secondo un sondaggio Gpo per la stazione tv Megatv, Syriza otterrebbe il 32,5% delle preferenze contro il 26,5% di Nea Dimokratia. Stando a questo sondaggio, nel nuovo Parlamento entrerebbero 8 partiti. Una situazione dunque di relativa frammentazione con un elemento che già da ora appare fermo, nessuno partito da solo ha i numeri sufficienti a formare una maggioranza autonoma per formare il governo. Dunque, comunque vada, si arriverà a una coalizione, incentrata su Syriza o, a sorpresa visti i sondaggi, su Nea Dimokratia Tsipras.

Un governo di sinistra-sinistra avrebbe questi possibili ingredienti:

Syriza, “Coalizione Radicale della Sinistra”, nata nel 2004, guidata dal ‘giovane’ ex comunista (40 anni) Alexis Tsipras. Dopo aver gareggiato per la conquista del Sindaco di Atene nel 2006, Syriza conquista una messe crescente di consensi sull’onda delle draconiane misure di austerity dettate dalla Troika e varate per ottenere i prestiti indispensabili a evitare il fallimento dello Stato. Le misure hanno avuto un costo sociale elevatissimo che si è scaricato quasi integralmente sulla popolazione con dosi massicce di licenziamenti, tagli ai salari, alle pensioni e feroce ridimensionamento dello stato sociale. Dal 2010 pensioni e salari si sono ridotti del 30/40%. La disoccupazione ha raggiunto il 27% (70% tra i giovani). Il debito pubblico è salito dal 125% che era nel 2012, al 175%.

Nella base elettorale che segue Alexis Tsipras ci sono tutti, ma soprattutto giovani, operai, pensionati, lavoratori del settore pubblico, ma anche piccoli imprenditori ed esercenti massacrati dalla crisi. A tutti costoro il leader di Syriza promette una inversione netta della politica di austerity con l’aumento della spesa pubblica. Nel programma c’è l’energia elettrica gratuita per tutti coloro che non possono più permettersi di pagare la bolletta, buoni pasto nelle scuole e affitti pagati per i senzatetto. Ma il punto cruciale del programma politico di Syriza, quello che impensierisce governi e banchieri di mezza Europa, è la messa in discussione della situazione debitoria del Paese. Tsipras non vuole uscire dall’euro, ma ottenere un hair cut dell’enorme debito pubblico (175% del PIL) che per l’80% è detenuto da istituzioni europee, dalle banche, dalla BCE e dal FMI.

Un governo firmato Syriza “non rispetterà accordi firmati dal suo predecessore”. Tsipras lo ha detto in conferenza stampa, spiegando che “il nostro partito rispetta gli obblighi che derivano dalla partecipazione della Grecia alle istituzioni europee. Ma l’austerità non fa parte dei trattati di fondazione dell’Ue”.

Insomma “se è stato fatto con la Germania del dopoguerra, dicono, perché non dovrebbe avvenire altrettanto oggi con la piccola Grecia?” La proposta ha una sua logica, ma c’è chi teme l’effetto domino: dopo Atene, anche Roma, Madrid e pure Parigi, ad esempio, potrebbero reclamare una ridiscussione della questione anche perché il taglio del debito greco inevitabilmente si tradurrebbe in un aumento percentuale di quello degli altri Paesi europei.

Anche per questo Draghi ha deciso giovedì la conferma del piano di Quantitative Easing, un modo di mettere le mani avanti, aprendo i cordoni della borsa per acquistare i titoli di Stato dei Paesi membri, per allontanare il rischio di un possibile scossone all’apertura delle urne greche.

“Il vero cuore dei nostri principi – ha detto Angela Merkel durante la conferenza stampa a Firenze che ha chiuso il bilaterale Italia – Germania – è quello della solidarietà. Voglio che la Grecia, nonostante le sue difficoltà, resti a far parte della nostra storia”. Sulle elezioni in Grecia “non sono preoccupata per il risultato. La popolazione sceglierà in maniera libera e indipendente la strada da percorrere. Sono sicura che troveremo delle soluzioni”. Dunque anche la Merkel come Draghi, sembra aver messo le mani avanti e predigerita la vittoria di Syriza.

To Potami, (Il Fiume), è stato fondato appena l’anno scorso da Stavros Theodorakis, 51 anni, ex giornalista televisivo. Dichiaratamente pro-europeo, è disposto a coalizzarsi con qualsiasi partito che abbia nel programma come priorità la lotta alla corruzione. Secondo i sondaggi To Potami sarebbe il terzo partito e sarebbe il vero ago della bilancia tra Syriza e Nuova Democrazia, posto che non riuscissero a superare il 36% per governare da soli.

Il PASOK (Partito socialista panellenico), il partito più importante nella politica greca dalla fine della Seconda guerra mondiale fino al 2008, quando è scoppiata la crisi mondiale, potrebbe essere un altro degli alleati nella nuova maggioranza. Nei sondaggi è dato al quinto posto. Il suo leader, Evangelos Venizelos, è stato alleato del governo in uscita, ricoprendo sia la carica di vice di Samaras, sia di ministro degli esteri. Se raggiungesse una quantità di preferenze appena soddisfacente – ma è dato attorno al 3% – potrebbe avere un ruolo importante nel caso in cui Syriza e Nea Dimokratia ottenessero un risultato insoddisfacente. Venizelos non ha mai escluso nessuna possibilità di coalizione.

Minima, il Movimento dei Socialisti Democratici, è stato fondato dall’ex leader del Pasok, Andrea Papandreou, con l’intento di recuperare il voto di sinistra moderata dopo la svolta centrista imposta al Pasok da Venizelos. Si presenta alle elezioni per la prima volta e punta molto sulla credibilità, nazionale e internazionale, del suo leader. Era stato proprio il governo guidato da Papandreou a scoperchiare lo scandalo internazionale dei conti truccati. Grazie allo spericolato maquillage del bilancio statale, i precedenti governi di centrodestra erano riusciti infatti a far entrare la Grecia nella moneta unica, nascondendo le voragini del debito pubblico, forse anche con qualche complicità nelle Istituzioni europee.

C’è infine il KKE, il Partito comunista di Grecia, fuorilegge fino alla caduta del regime dei Colonnelli nel 1974. La crisi feroce e l’austerity hanno ingrossato anche le file del KKE e con queste elezioni potrebbe entrare in Parlamento. Fino a oggi però i comunisti hanno negato la possibilità di un accordo di governo con Syriza, preferendo restare “duri e puri” in attesa di non si sa che cosa.

La Grecia torna dunque dopo due millenni al centro del mondo. Se Syriza vince, si batterà con le unghie e con i denti per ottenere il taglio del suo debito pubblico. Di fronte all’alternativa di un default e/o di un abbandono della moneta unica, probabilmente otterrà soddisfazione, almeno parziale, e a questo punto difficilmente la sinistra europea non potrà non tener conto che è stata aperta una strada nuova nel rapporto con la finanza internazionale.

Armando Marchio

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