venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

LE PEN CAVALCA LA PAURA
Pubblicato il 08-01-2015


Parigi-terroristi-blitz

Dopo più di 24 ore di attesa e l’inseguimento dei due fratelli franco algerini arriva la notizia che si tratterebbe di una falsa pista e continua la caccia all’uomo che ora si concentra comunque nelle campagne della Piccardia, ad una sessantina di chilometri da Parigi. È quanto fanno intendere fonti della Gendarmeria. Ora la Francia resta con il fiato sospeso, mentre il governo ha mobilitato 88.000 uomini per la dare la caccia ai terroristi.
In Francia c’è già chi approfitta dell’attacco terroristico per la sua campagna politica. È il caso della leader del Front National, Marine Le Pen che ha dichiarato di voler reintrodurre la pena di morte attraverso un referendum se vincerà alle elezioni del 2017.
Ma non tutti sono sciacalli della politica e ci si interroga su un fenomeno che mette paura perché può distruggere la convivenza civile e rendere impossibile l’integrazione.

“Ciò che chiamiamo caso non è e non può essere altro che la causa ignorata di un effetto noto”, mai frase di Voltaire può essere chiamata in causa come nei fatti odierni. L’assalto di ieri non è uno scontro di civiltà ma la conseguenza di conflitti interni ed esterni mal gestiti da uno Stato europeo. La Francia è ancora sotto shock dopo l’assalto di ieri, ma resta sotto tiro la paura del nemico interno. Ciò che terrorizza, più dell’atto vile nei confronti della redazione di Charlie Hebdo, è che i terroristi non sono una cellula di un’organizzazione come Al-Qaeda o dell’Isis, ma dei “cani sciolti” che hanno agito senza aver alle spalle nessun’organizzazione terroristica.

I due killer sono addirittura parigini, figli della banlieue, proprio lì dove è scoppiata nel 2005 la più grande rivolta che la Francia ricordi dopo il ’68 e dove da sempre è relegata la popolazione algerina e musulmana. La stessa che durante quegli scontri ebbe uno degli affronti più oltraggiosi: la moschea Bilal di Clichy-sous-Bois venne raggiunta da un lacrimogeno della polizia durante la preghiera del Ramadan.
Ma il problema di un Paese che ha la più grande comunità islamica in Europa con circa 5,5 milioni di persone su 63 milioni di abitanti è comunque solo una conseguenza della colonizzazione francese. Anche sul fronte della politica francese in Medioriente le mosse false di Hollande si fanno sentire, dall’emulazione di Sarkozy con i bombardamenti sulle postazioni dell’Isis all’incertezza sulla questione siriana, che hanno fatto emergere il ruolo di Stati come l’Iran e la Siria e lasciato libero passaggio alla Russia che è riuscita anche ad allearsi con Ankara.
La Francia, insieme agli altri Paesi occidentali, sconta le questioni irrisolte di un Medioriente prima colonizzato o “pilotato” e poi lasciato solo a se stesso con confini sempre più labili e governi sempre più deboli. Da qui la riscossa di un’organizzazione, l’Isis, che per la prima volta tenta di creare un vero e proprio Stato Islamico.
Per Samir Khalil Samir, filosofo e padre gesuita egiziano, esiste un “odio fra sciiti e sunniti” che “aumenta sempre più, con questi ultimi che vogliono riconquistare il potere che hanno perduto in Iraq, in Libano, in Siria”. Inoltre “in mezzo a questi due ci sono le minoranze: cristiani, yazidi, curdi, ecc… È una lotta dei sunniti per riconquistare ciò che hanno perduto: l’Iraq guidato da sciiti; la Siria guidata da alauiti; gli Hezbollah sciiti in Libano, più potenti dell’esercito regolare…” arrivando al problema centrale per l’Europa: “Quello dei sunniti è un tentativo di riprendere spazio, considerando se stessi l’autentica forma dell’islam. È una lotta anzitutto all’interno dell’islam, che poi si riversa sulle minoranze e sull’occidente, come colui che ha promosso Israele, che ormai è secolarizzato”.

Ma non è solo un problema di caratterizzazione o di antichi ceppi dell’Islam, si tratta innanzitutto di un gap generazionale; oggi la vecchia generazione islamica a stento riesce a capire o a trattenere la nuova generazione e lo scontro intergenerazionale si trasferisce anche nella sfera jihadista.

Una volta al Qaida era composta dai veterani dell’Afghanistan e della Bosnia, spesso di buona famiglia, che si erano potuti permettere di lasciare i propri Paesi, di armarsi e recarsi a combattere per il jihad internazionale in Paesi lontani. Il simbolismo della loro comunicazione era ancora elitario, comprensibile solo a chi – come loro – si era potuto permettere di approfondire lo studio dei testi religiosi e il pensiero degli intellettuali radicali. La necessità di reclutare giovani di altre estrazioni sociali ha portato all’esigenza di semplificare il messaggio per riuscire ad arrivare alle masse povere. A cui oggi contribuisce non poco la comunicazione spicciola e fruibile di internet.

La generazione che parte oggi per combattere “la guerra santa” è quella alla ricerca di un’identità che viene dalle periferie cittadine dei Paesi occidentali, come nel caso delle banlieue. Una generazione che sconta il conflitto sociale inaspritosi dopo la crisi economica e che la generazione precedente difficilmente stenta a tenere sotto controllo.

L’assalto di ieri in Francia è quindi anche la conseguenza di un disagio sociale ed etnico destinato a esplodere, ma a pagarne è stata una delle forme di espressione liberali più vere e sincere, la satira.
Questa mattina, alla Camera per commemorare le vittime della carneficina alla redazione Charlie Hebdo, è stato osservato un minuto di silenzio e le forze politiche hanno reso omaggio alle vittime della strage incontrando l’ambasciatore francese a Roma. Anche una delegazione del Psi si è recata all’ambasciata francese  presenti il capogruppo alla Camera Marco Di Lello, la deputata Pia Locatelli e Claudia Bastianelli (FGS).

“Ieri il nostro 11 settembre. La libertà, intimava il poeta Mario Luzi, è una palestra nella quale andare ogni giorno. Aveva ragione. La libertà – di satira, di opinione, di riunione, nell’arte, insomma tutte le forme di libertà – è alla base della nostra civiltà. Va protetta a ogni costo”. Lo ha scritto Riccardo Nencini, segretario del Psi e vice ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, sulla sua pagina Facebook. “Quei morti sono i nostri morti. Nessuna guerra di religione, nessun conflitto di civiltà. Chi vive nei nostri paesi – avverte Nencini – deve godere degli stessi diritti e dei medesimi doveri. E deve rispettare le nostre leggi. Fondamentalismo e usi tribali – dalla infibulazione al diritto del padre a scegliere il marito per la figlia alla sottomissione della donna – vanno combattuti con decisione. Non c’entrano nulla con il rispetto di culture diverse”, ha concluso Nencini.

Qui una cartina interattiva sulle manifestazioni in tutte Europa per Charlie Hebdo

Maria Teresa Olivieri

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