mercoledì, 18 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Le responsabilità di una classe politica miope
Pubblicato il 23-01-2015


Il libro fresco di stampa “Ho visto uccidere la Prima Repubblica” di Sergio Berlinguer, Segretario Generale delle Presidenza della Repubblica durante il mandato presidenziale di Francesco Cossiga, riporta alla mente la tesi che Guido Crainz ha formulato nel volume “Storia del miracolo economico”. In questo volume Crainz ha valutato in modo preveggente gli effetti del declinare, sia del “miracolo economico”, vissuto dall’Italia dopo il secondo conflitto mondiale, che del riformismo atteso dall’inaugurazione della politica del centro-sinistra; con questa formula politica, il Paese, dall’inizio degli anni Sessanta, avrebbe dovuto modernizzare la propria organizzazione istituzionale, conformandola alle trasformazioni quantitative e qualitative originate dal “miracolo.

Secondo Crainz, la mancata riforma istituzionale, oltre ad aver lasciato senza guida gli esiti del “miracolo”, ha ipotecato fortemente quanto sarebbe accaduto negli anni successivi, lasciando però nell’ombra le responsabilità di chi ha dato forma a quell’ipoteca; responsabilità che, invece, emergono dalle memorie di Berlinguer, il cui filo conduttore è la narrazione del perché, alla fine degli anni Ottanta, la progressiva inerzia del sistema-Italia ha cessato di garantire il buongoverno, consentendo così agli italiani di oggi di capire perché quelli di ieri non hanno saputo mobilitarsi per inaugurare un’attività politica alternativa a quella fallimentare praticata dai partiti tradizionali. Per meglio cogliere il senso della narrazione di Berlinguer, occorre succintamente riproporre la tesi di Crainz sugli effetti del declino, sia del “miracolo” che delle intenzioni riformiste dei governi di centro-sinistra.

Nel periodo immediatamente successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, oltre alla ricostruzione, L’Itala ha sperimentato una cesura senza precedenti rispetto al passato, riguardo sia al modo di produrre e di consumere, sia al modo di “vivere il presente e di progettare il futuro”. Tuttavia, parallelamente alle trasformazioni produttive e degli stili di vita, l’Italia ha ereditato residui dei vecchi assetti istituzionali e culturali dei decenni precedenti, che hanno influenzato non poco la qualità di tali trasformazioni. Nel clima della guerra fredda e grazie al ruolo della Chiesa, questi residui hanno concorso ad affermare forme nuove di conservatorismo politico, sociale e culturale, che hanno tarpato le ali alle “speranze di rinnovamento dell’immediato dopoguerra”, congelando il processo di democratizzazione cui il Paese si era incamminato dopo la fine del conflitto.

Il risultato dell’interruzione di questo processo, causato anche dall’aggravarsi della contrapposizione di tutti gli Stati in due blocchi ideologicamente contrapposti, ha consentito alle istituzioni e agli uomini nei quali si erano incorporati i “modelli” politici e culturali degli anni anteguerra di perpetuare meccanismi di controllo e di esclusione che sono valsi a mettere costantemente in mora i diritti formalmente riconosciuti ai cittadini italiani dalla nuova Costituzione repubblicana. Qual è stato – si chiede Crainz – l’effetto del progressivo congelamento del processo di democratizzazione della società italiana sugli esiti sociali provocati dall’esperienza del “miracolo”? A suo parere, l’effetto può riassumersi nel profondo contrasto che ha preso forma tra la “corposità” di quegli esiti e la “carenza degli interventi dello Stato nel dare risposte adeguate ai bisogni collettivi”, della cui origine quella corposità è stata la causa principale. Solo con la spiegazione del perché gli esiti dell’“Italia del miracolo” non hanno avuto una risposta pubblica adeguata, è possibile capire, non solo l’instabilità politica e sociale degli anni Sessanta e Settanta, ma anche le derive politiche degli anni Ottanta e i processi di incubazione degli eventi degli anni successivi.

Nel periodo in cui il “miracolo” ha prodotto i maggiori effetti, la “progettazione politica” è parsa aspirare al conseguimento di grandi traguardi con l’inaugurazione della politica di centro-sinistra; quest’aspirazione – secondo Crainz – si è di fatto dopo breve tempo esaurita; ancora oggi colpisce la “distanza tra le potenzialità che la società italiana sembrava esprimere e l’esito del processo”, ed è questa distanza “tra quelle speranze e i loro esiti a costituire problema”. Le conseguenze di lungo periodo della sconfitta del progetto riformatore non è stata tanto la mancata attuazione delle singole riforme, quanto il fatto che il riformismo come modello abbia perso “fascino, capacità di attrazione e di mobilitazione”, per cui molti e gravi sono stati i guasti che il fallimento del centro-sinistra “ha prodotto nella vicenda successiva del Paese”.

Infatti, il mancato governo in senso riformista delle conseguenza della “grande trasformazione” connessa allo svolgersi del “miracolo” ha fatto sentire il suo peso nei decenni successivi, a tal punto che è lecito chiedersi oggi “se la partita non sia ormai decisa, se il futuro del Paese non sia ipotecato per intero dal fallimento del progetto riformatore” e dai contraccolpi che il fallimento stesso ha avuto. Il confronto tra i partiti, in particolare tra quelli che sono stati gli artefici della nascita della Repubblica, si è affievolito e, parallelamente al suo svuotamento, è cresciuto “a dismisura l’utilizzo del potere ai fini del mantenimento del consenso”; i partiti tradizionali, perciò, hanno lasciato che negli anni Ottanta il Paese accusasse ingiustificati ritardi nella soddisfazione degli stati di bisogno collettivi, per colpe non imputabili, né agli “anni di piombo”, né al “craxismo rampante”; forse, conclude Crainz, per capire le ragioni del fallimento del progetto riformista s’impone qualche riflessione in più sull’Italia di allora e soprattutto sul suo sistema partitico. La riflessione addizionale è offerta dal libro di Berlinguer.

Nel corso degli anni Ottanta, soprattutto durante la Presidenza Cossiga, i partiti sono stati sordi a ciò che in quel torno di tempo il Presidente della Repubblica sollecitava; egli sosteneva che il coordinamento del sistema democratico e la ricostruzione morale e materiale del Paese non erano ipotizzabili senza la “indifferibile esigenza di rinnovare le nostre istituzioni e soprattutto la Costituzione repubblicana; non nei principi fondamentali delle libertà e dei diritti, ma nella parte relativa all’organizzazione ed al funzionamento dei poteri”. Ciò perché non si poteva non tener conto che la Costituzione era stata adottata con riferimento ad una società pre-moderna rispetto a quella emersa nei decenni successivi; inoltre, non si poteva non considerare che il sistema politico repubblicano era caratterizzato da una dura contrapposizione ideologica, inasprita dalla situazione internazionale espressa da opposti schieramenti. Il sistema dei partiti ha preferito rimanere sordo alle sollecitazioni di Cossiga, spregiativamente bollato come “picconatore” ai danni della “Costituzione più bella del mondo”, tentando persino di metterlo a tacere con una denuncia (da parte di Democrazia Proletaria) per attentato alla Costituzione.

Pur decidendo per l’archiviazione di questa accusa dei demoproletari, ma conservando la sordità agli appelli riformistici del Presidente della Repubblica per una modernizzazione delle istituzioni, il sistema dei partiti ha finito col provocare ciò che Sergio Berlinguer chiama l’“uccisione della Prima Repubblica”; è accaduto così che, grazie a una presunta rivoluzione giudiziaria, una parte dei partiti tradizionali (tra questi il Partito Socialista, cui si deve il tentativo, attraverso il suo Segretario, Bettino Craxi, di tenere in vita lo spirito del modello riformatore del centro-sinistra) sia stata “spazzata via” da coloro che, sbandierando il vessillo della moralizzazione per ragioni di potere, ed “impossessandosi degli abiti e dei documenti d’identità” della parte sconfitta, si erano illusi, sbagliando, della possibilità di “impossessarsi” anche del relativo seguito elettorale.

La cosiddetta rivoluzione giudiziaria, anziché favorire le riforme istituzionali con cui rimediare ai guasti che l’immobilismo politico dei decenni precedenti aveva procurato al Paese e, nel contempo, contribuire alla soluzione della sbandierata “questione morale”, ha invece creato le condizioni perché si perpetuasse, in peggio, come i fatti accaduti negli anni successivi varranno a dimostrare, lo stesso immobilismo politico opportunistico che era stato all’origine del fallimento del progetto riformista del quale parla Crainz.

Se si pensa alla qualità del sistema attuale dei partiti e al fatto che il superattivismo riformatore degli attuali leader è inquadrato all’interno di organi istituzionali di dubbia legittimità, vien fatto di pensare, parafrasando Crainz, che il futuro del Paese sia seriamente ipotecato, non dal fallimento del progetto riformatore del centro-sinistra dei decenni passati, ma da una carenza organica della quale ha sempre mostrato d’essere affetta la classe politica italiana, cui va addebitata l’incapacità di andare oltre il presente, ogni qual volta sia stata investita del compito di progettare il futuro: hic manebimus optime, sembra essere stato sempre il suo motto ispiratore.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Non so se la tesi “fallimento del progetto riformatore” possa essere quella giusta ed esaustiva per spiegare quanto avvenuto da allora ad oggi, ma è certamente un punto di vista interessante, che però porta a chiedersi se nel libro o nel volume citati dall’Autore si delinei in qualche modo quale poteva essere la Riforma adatta a “recepire” e “capitalizzare” gli effetti del “miracolo economico italiano”, o quantomeno comprendere quale impostazione e indirizzo la stessa dovesse avere.

    Immagino che si intenda, o intendesse, una Riforma complessiva – come l’idea della Grande Riforma di craxiana memoria – posto che in questi decenni non sono mancate le riforme, ma le risultanze non sembrano aver corrisposto alle aspettative (forse perché si è trattato di provvedimenti abbastanza slegati tra loro ?).

    Quanto a “utilizzo del potere ai fini del mantenimento del consenso”, è un tema altrettanto interessante, specie se considerato in parallelo e confronto con ruolo, funzione e storia dei partiti tradizionali, ma merita a mio avviso uno spazio a parte (anche per la sua complessità).

    Paolo B. 23.01.2015

  2. Personalmente ritengo che le vecchie classi dirigenti: la Chiesa e gli industriali, che sotto il fascismo avevano avuto modo di arricchirsi, sin dal 1955, basta leggere Calamandrei, hanno cercato di annullare la Repubblica uscita dalla WWII. Non a caso i massoni della p2 ci sono riusciti dopo la caduta del muro di Berlino e i sessantottini della fgci stanno contribuendo a questo sfascio per incompetenza, arroganza e ignoranza culturale. Poi certi personaggi li vogliono far diventare Presidente della Repubblica. Povera Italia e poveri noi!

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