mercoledì, 18 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’Ultimo comunista
e il Partito della nazione
Pubblicato il 05-01-2015


La formula è stata enunciata da un grande vecchio, Alfredo Reichlin, dopo le elezioni europee. “Abbiamo vinto” “perché – questo il succo della sua argomentazione – abbiano saputo essere il partito della nazione”. Attenzione alla sequenza logica: non si diventa partito della nazione perché si vince; si vince perché lo si è diventati.

Ancora, l’essere partito della nazione è una sorta di vocazione esistenziale, che può essere premiata, o meno, dalle circostanze esterne, ma che è indipendente da loro.

Se, poi, viene richiamata da Reichlin è perché fa parte del Dna del partito di Togliatti. Come una specie di “Super io” che ne orienta le scelte e ne garantisce la totale diversità rispetto a tutte le altre formazioni politiche.

Ma di quale vocazione si tratta? Insomma, cosa significa in concreto?

Diciamo subito che questo ruolo può essere interpretato in due modi che al partito appaiono complementari, ma che sono, come vedremo, tra loro contrastanti.

Si può esserne investiti, perché si ritiene di essere i soli a rappresentare, in modo compiuto, i valori fondanti della Repubblica: nel caso del vecchio Pci, la Resistenza, l’antifascismo, la Costituzione.

Ma si può esserlo anche nella perenne disponibilità ad accantonare i contrasti e a mettere da parte le proprie esigenze, nelle fasi di emergenza, in nome dei superiori interessi del Paese: sarà la svolta di Salerno e, più di trent’anni dopo, il compromesso storico o, più esattamente, il governo di ‘Unità nazionale’.

Questi due approcci contengono in sé strategie politiche tra loro diverse. Ma hanno anche un punto in comune: quello di alimentare una visione della politica che con la normalità democratica ha poco a che fare. In concreto, sentirsi rappresentanti non di interessi diversi, ma di valori superiori squalifica in partenza l’avversario di turno e rende il conflitto uno scontro tra bene e male. Mentre la logica dell’unità nazionale squalifica in partenza l’idea stessa di conflitto.

Sia come sia, il tema, con tutte le sue contraddizioni, si manifesta, sino ad occupare tutta la scena, all’indomani di quella vera e propria catastrofe esistenziale rappresentata dalla caduta del Muro e, successivamente, dell’Urss. Un evento che, occorre ricordarlo, si accompagna all’affermarsi egemonico dell’ideologia liberista.

Ciò priva il Pci, e non astrattamente, di tutta la sua precedente ragion d’essere aprendo una acutissima crisi d’identità. La via d’uscita adottata è di non averne alcuna.

Se, insomma, non si riesce ad essere più il partito di ‘qualche cosa’, del lavoro, della pace, delle riforme politiche e sociali …, si diventerà il partito di tutto; insomma, della nazione.

In un contesto in cui il bipolarismo è diventato religione civile ci si contrapporrà, dunque, questa volta in nome di valori qualitativamente superiori: in primis la moralità, poi il buonismo, infine, a scendere, il puro e semplice ritorno alla normalità.

E però la cosa non funziona. E per due fondamentali ragioni.

La prima, meno immediatamente percepibile, è che il Pd (differenza di quanto avveniva nella prima repubblica, con l’antifascismo e la Resistenza) non è titolare del marchio (p.e. della moralità) ma semplice usufruttuario e, pertanto, soggetto a revoca (come è puntualmente avvenuto…). La seconda, evidente a tutti, è che il partito dei valori fondanti non è elettoralmente vincente; condannando, così, il Paese ad una contrapposizione aspra quanto sterile. Ed è qui che entra in scena Napolitano.

Il Nostro è stato definito, dai suoi avversari, come l’‘Ultimo comunista’ e dai suoi amici come un ‘Autentico Socialdemocratico’. A parere di chi scrive la prima definizione è assai più penetrante della seconda (a meno di confondere, abusivamente, la socialdemocrazia con il moderatismo). Perché il dirigente del Pci è stato da sempre attento interprete del pensiero togliattiano. Di qui il suo orrore, tutto politico, per il conflitto e il disordine. Di qui una visione del partito della nazione, tutta imperniata sull’obbiettivo di ricercare, al più alto livello possibile, la sintesi e la mediazione.

Così ci si rende conto, forse tra i primi, dei vizi del bipolarismo all’italiana. A partire dalla incapacità dei protagonisti di gestirlo correttamente. Di qui la necessità, per così dire, di rieducarli, costringendoli a gestire insieme l’emergenza economica e istituzionale (salvo poi a dividersi in data da destinarsi).

Una operazione assolutamente obbligata. Ma anche di breve respiro. Perché sottoponeva ad uno stress insostenibile: i partiti che ne erano partecipi, gli italiani nei loro umori e nelle loro aspettative e, infine, la democrazia, sospesa nel suo regolare funzionamento.

Ne siamo usciti con Renzi. E con la sua nuovissima versione di partito della nazione. Il suo infatti è “della nazione” perché è la somma di tutti gli altri: del Pd, la sigla e il potere; di Berlusconi, il programma; delle formazioni populiste, gli umori. Fino a quando?

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Condivido. Perché i dirigenti del PSI non fanno propria l’analisi del comp. Benzoni? Se si condivide, non si può accompagnare il PSI verso il Partito della Nazione, che è frutto di una concezione della società alternativa a quella socialista. Una cosa positiva del PD è far diventare fertile il terreno per ripiantare il messaggio socialista. Mettiamoci al lavoro.

  2. Alberto Benzoni è la prova evidente che il nostro “Buena vista social Club” del quale fanno parte ad es. Formica, Tamburrano,Covatta, Marzo, Acquaviva, Fabbri ecc. ecc. è qualitativamente almeno 10 volte più ferrato dell’attuale dirigenza del psi, che rifugge come il diavolo l’acqua santa, l’analisi chiara finalizzata alla formazione di una conseguente linea politica. Ma come sappiamo più che del riformismo socialista, gli attuali, sono figli del tirare a campare di andreottiana memoria.
    PS) Quindi rinnovo l’appello: ALBERTO BENZONI segretario!

  3. Il nome “partito della nazione”, al di là del volere dei suoi ideatori, richiama un po’ l’dea del partito unico, nel quale tutti dovrebbero confluire per il BENE COMUNE, salvo poi il dover stabilire cosa debba intendersi per bene comune (il che, spesso, non è affatto semplice, e può essere altresì motivo di divisione).

    Sta avvenendo all’incirca così anche in qualche piccolo Comune, dove, alle elezioni municipali, si presenta una sola lista, vuoi per difficoltà a reperire persone disposte a candidarsi, vuoi anche perché può talvolta prevalere il concetto del METTERSI INSIEME per poter meglio affrontare i problemi della propria comunità.

    A me non pare la strada giusta, e ritengo invece preferibile che si formino maggioranze ed opposizioni, che possono ovviamente trovare punti di incontro, specie in situazioni “emergenziali”, oppure che singoli partiti si riuniscano in coalizioni omogenee, ma mantenendo ciascuno la propria IDENTITA’, anche perché vi sono “principi” specifici di ogni forza o aggregazione che fungono da rispettiva “bandiera” e che non andrebbero “omologati”, pena il venir meno del ruolo di “rappresentanza” che la POLITICA è chiamata a svolgere.

    Del resto la storia del movimento socialista è segnata da divisioni quando i “principi” dell’una e dell’altra componente si rivelavano incompatibili e “innegoziabili”, il che è stato spesso visto come un difetto, mentre io credo che possa rappresentare anche una VIRTU’ perché configura quantomeno un momento di chiarezza.

    Paolo B. 06.01.2015

  4. Ci può essere un solo partito della nazione? Se si ritiene che il concetto di nazione sia espresso dalle norme della costituzione, tuti sono partiti della nazione. Se si pensa, di definire con il termine ” Nazione” l’essenza politica di una forza politica, vuol dire che stiamo toccando il fondo.

  5. Mi resta difficile argomentare con filosofia quanto avviene nel pd e seguire i ragionamenti dei vari (ex)comunisti: opportunisti e antidemocratici.
    Finché tutti coloro che si dichiarano Socialisti non daranno battaglia per ripristinare la Repubblica uscita dalla WWII la situazione evolverà verso un nuovo fascismo portato avanti in primis dai preti e dal vaticano e da tutti coloro che si dichiarano catto: fascisti e cattocomunisti.

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