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Opinioni e commenti
 

Memoria di un’immemore bugia
Pubblicato il 28-01-2015


Se ci si interrogasse sulla necessità di una Giornata della Memoria non vi sarebbe alcun dubbio: è irrinunciabile commemorare gli orrori passati e riflettere sulla storia. Ma se si spingesse oltre l’interrogativo posto, il dubbio ad emergere sarebbe: quale storia ricordare?

La testimonianza di David Simon Sullam, docente di Storia Contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è precisamente un intorbidimento di quell’appuntamento con la memoria in cui la bilancia dell’innocenza e la colpevolezza non è mai stata messa in discussione.

La separazione fra iniquità e carità, che la storia ci consegna come indistinte, viene condotta dal professore ebreo nel libro dal titolo urticante “I carnefici italiani”. Nella ricorrenza del 27 gennaio, il giorno della liberazione di Auschwitz per mano sovietica, il peso di uno dei maggiori crimini dell’umanità, 15 milioni di vittime, ottenebra inevitabilmente il ruolo dell’Italia; si tratta, allora, di indossare una storica onestà e ridiscutere questo macabro gioco delle parti, anche a costo di minacciare la coscienza italiana e la sua ostentata limpidezza.

Nel 1938 vengono varate nel nostro Paese le leggi razziali fasciste, quelle che i libri di storia descrivono tradizionalmente come non appartenenti alla nostra cultura e modellate sullo stampo tedesco. Solo in quell’anno, i corpi stanati in seguito al censimento della popolazione di “razza ebraica” sono oltre centocinquanta. Nella diffidenza disseminata dallo spettro di una guerra civile, lo zelo antisemita si protrae fino al 1945 in tutte le grandi città ed in innumerevoli realtà minori: i beni degli ebrei vengono sequestrati, le loro abitazioni sigillate o donate ad altri italiani. La violenza si consolida in prassi e, nella condivisa omertà, si erge a norma legittima.

L’organismo dello sterminio poté funzionare grazie ad una moltiplicazione dei ruoli, ognuno funzionale e necessario quanto innocente. Forze armate, consapevoli incaricati dei trasporti o civili qualsiasi: nessuna categoria esitò nel riconoscere un semplice capro espiatorio già additato ed immolarlo impunemente come comodo anello di una catena del profitto. Il prodotto di questa alacre macchina della morte di mano italiana ammonta a 8.869 vittime, molte delle quali deportate in Germania, alcune uccise da tedeschi ed italiani, altre ancora sottratte alla vita da soli italiani.

Quello del nostro Paese è stato un collaborazionismo a tutti gli effetti, ma ha anche rivelato che l’attitudine xenofoba apparteneva alle radici italiane senza alcuna importazione. Il corpus delle leggi razziali, infatti, sopravvisse intatto fino a Badoglio, ma anche negli anni a venire fu abrogato solo gradualmente e con moderazione. Oltre a ciò, è doveroso ricordare il domestico campo di concentramento bolzanino, la nascita tutt’altro che sporadica di ghetti, le innumerevoli istanze di confino e la persistenza pluridecennale del termine razza.

Difficile sostenere che la nostra sia stata solo una partecipazione passiva, una costrizione a cui non era possibile sottrarsi: almeno metà degli arresti di ebrei fu condotta da nostri connazionali senza ordini o diretta partecipazione dei tedeschi. La stampa ed i media dell’epoca mistificarono considerevolmente questi dati, consegnando così alla storia l’immagine del ‘buon italiano’ innocente o, se eccezionalmente colpevole, costretto dalle circostanza oggettive.

Lo svezzamento forzato di numerose famiglie fu a tutti gli effetti un genocidio di cui le pagine dei nostri libri non hanno avuto il coraggio di macchiarsi, così da arginare totalmente l’eventualità di una Norimberga italiana o di qualsiasi altra forma giudiziaria minore. Ma i bilanci sopra citati pesano notevolmente sulla nostra coscienza, e lo fanno ancor maggiormente sul cuore di David Simon Sullam che, senza l’aiuto caritatevole di coloro che hanno offerto un domestico asilo alla sua famiglia, dilaniata inesorabilmente da alcune perdite, non sarebbe affatto nato.

A mettere in discussione l’effettiva integrità del nostro facile minuto di silenzio è il ruggente belato di un professore ebreo, la cui scomoda testimonianza è un’irruente voce fuori campo capace di denunciare una metastasi nazionale che sulle nostre spalle esercita ancora solo il peso dell’etere.

Quello italiano è un secolare silenzio degli innocenti partecipanti ad un sacrificio cosmico, un sussurro che ha dimessamente manifestato il proprio consenso e, senza dire una parola, ha indicato con lo sguardo l’indifesa vittima minoritaria da consegnare impunemente alla morte.

L’ebreo non è solo una figura storica, né l’antisemitismo un sentimento irrazionale di una nazione in crisi; essi sono, piuttosto, la somma manifestazione del rapporto con l’Altro ed il seme xenofobo insito come un tarlo in ogni relazione. La Shoah dev’essere oggi accolta nella sua totalità per diventare un punto di partenza di una strutturale riflessione sulla diversità, le fondamenta che impediscano al nostro mondo di barattare la propria anima con il profitto e la convenienza. La memoria, oggi, deve sigillare indelebilmente nelle leggi della storia che la vita dell’uomo non ha prezzo alcuno.

Cristiano Vidali

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Commenti all'articolo
  1. bisogna fare un distinguo ;l’antisemitismo è un sentimento che non appartiene agli italiani del sud ;i fatti a cui fa riferimento il prof.Sullam ed altri si sono verificati da Roma in su

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