domenica, 22 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Napolitano
e i fatti d’Ungheria del 1956
Pubblicato il 19-01-2015


Si è molto discusso nei nove anni di Napolitano al Quirinale circa le tendenze generate alla “presidenzializzazione della figura del Capo dello Stato”, e molto meno sul suo ruolo nella sinistra riformista europea.

Giorgio Napolitano è stato uno dei dirigenti a partire dal 1953, anno del suo ingresso in Parlamento, più autorevoli del partito comunista, ricoprendo incarichi strategici, come quello di “Ministro degli esteri” di Botteghe Oscure, nei fatti l’uomo dei rapporti con l’Unione Sovietica e i “partiti fratelli” del Patto di Varsavia.

Sulle posizioni di Giorgio Amendola, di cultura laica formatosi avendo presente il liberalismo crociano, Napolitano alla vigilia del collasso del comunismo sovietico tentò di portare il Pci all’incontro con il socialismo liberale di Bettino Craxi, evolvendo verso posizioni del socialismo democratico europeo e di aperto atlantismo.

In questo quadro è maturata nel 2006 una sua dichiarazione piena di onestà intellettuale: “Sui fatti d’Ungheria, sulla rivoluzione e sulla repressione aveva ragione Nenni”, con il riconoscimento della giustezza della posizione dei socialisti nel 1956 contro l’invasione sovietica, avallata dal partito comunista in Italia. All’epoca la tragedia di Budapest seguiva i disordini in Polonia, che portarono alla liquidazione della vecchia guardia stalinista e all’ascesa di Gomulka, e nasceva sull’onda delle speranze animate da Kruscev al XX congresso del Pcus, con due fasi. La prima, dal 23 ottobre al 3 novembre 1956, con la rivolta popolare, l’invasione dei carri armati dalla stella rossa e l’avvento di Imre Nagy al posto di Geroe alla guida di un governo democratico, in attesa del ritiro delle truppe sovietiche, l’instaurazione del pluralismo politico e la dichiarazione di neutralità del Paese. La seconda, a partire dal 4 novembre, con una nuova invasione detta “operazione-ciclone”, la liquidazione della rivoluzione, l’arresto di Nagy e la “normalizzazione” del nuovo premier Kadar voluta dal Pcus sul sangue versato dai patrioti ungheresi. In quei giorni l’Unità a sostegno delle posizioni filosovietiche di Togliatti e di tutto il gruppo dirigente del Pci (che aveva costretto il leader comunista della Cgil Giuseppe Di Vittorio a ritrattare l’entusiastica adesione alla rivoluzione ungherese), scriveva: “l’altro ieri notte è stato messo in atto a Budapest un putsch controrivoluzionario. Si è trattato di un attacco armato contro i gangli vitali della capitale ungherese – chiaramente rivolto a rovesciare con la violenza il regime di democrazia popolare, il governo legittimo, l’assetto sociale e politico del Paese”. A sua volta, Nenni, che, a seguito degli avvenimenti ungheresi rompeva il patto di unità d’azione con i comunisti e preparava, con il congresso di Venezia del 1957, l’alleanza di centrosinistra e l’unificazione con la socialdemocrazia di Saragat, invece, sulle colonne dell’Avanti! parla di aiutare i lavoratori ungheresi a “spezzare gli schemi della dittatura in forme autentiche di democrazia e libertà”. Le parole di Napolitano, che all’epoca affermò che l’Urss “porta la pace nel mondo”, hanno costituito la presa d’atto da parte degli eredi del Pci, trasformatosi dopo il crollo del Muro di Berlino in Pds, poi in Ds, quindi in Pd con il tenue richiamo al socialismo europeo, della tragedia provocata dal totalitarismo comunismo, con il giusto apprezzamento della lungimiranza delle posizioni del Psi nel ’56, dalle quali si originò la svolta autonomista socialista che segnerà un filo rosso che da Nenni arriva sino al riformismo di Craxi. Ciò che manca ancora da parte degli ex-comunisti è il riconoscimento delle conseguenze su tutta la sinistra italiana degli errori politici e ideologici compiuti dal Pci nel 1956, ma anche dopo e che pesano ancora oggi. All’epoca infatti, ribadendo il filosovietismo, Togliatti potenziò la forza dell’apparato ideologico del partito, anche rilanciando l’uso della categoria dell’«egemonia» culturale gramsciana, costringendo molti intellettuali non più «organici», il cosiddetto «Gruppo dei 101» guidato dal futuro ministro socialista Antonio Giolitti, a uscire dal Pci, bloccando di conseguenza qualsiasi rinnovamento del partito. E, probabilmente, questo riconoscimento sarà quello più difficile da ottenere, sopravvivendo, in qualche misura, quella che un socialista «eretico» come Riccardo Lombardi definiva «inveterata mentalità comunista, secondo cui il partito, tutto sommato non sbaglia mai». Si spera che gli ex comunisti facciano tesoro delle parole di Napolitano.

Maurizio Ballistreri

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