giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Nebbia fitta sul toto-Quirinale
Pubblicato il 23-01-2015


Quirinale“Il nostro schema è chiaro: aspettiamo una rosa di quattro nomi dal presidente del Consiglio e dal partito di maggioranza”. Così il grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai, risponde a chi gli domanda cosa ne pensa dell’offerta di Nichi Vendola di fare insieme un nome per il Colle anti-Nazareno. “Certo – aggiunge – se ci fanno il nome di Amato a noi ci viene da ridere. È chiaro che noi vorremmo dei nomi di personalità garanti e superpartes”.

Fico, che evidentemente non sa bene di cosa parla quando si riferisce a Giuliano Amato, tenta di smarcarsi, ma il tourbillon dei ‘papabili’ non finisce così facilmente.

Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, risponde ai giornalisti che gli chiedono di commentare le voci che vedono il suo nome tra i candidati: “Sto bene dove sto, mi piace il mio lavoro”.

Ecco così che “bruciati”, “semibruciati”, “sommersi” o solo “scottati”, i nomi delle candidature illustri, antiche, nuove e semisconosciute si susseguono riempiendo da un mese quotidiani, tv e radio, giornali on line. Una valanga: gli ex presidenti del Consiglio Romano Prodi e il ‘dottor sottile’, Giuliano Amato. Gli ex ministri Antonio Martino, Emma Bonino e Paola Severino. E poi i ministri Roberta Pinotti, Carlo Padoan, Paolo Gentiloni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio. I presidenti del Senato Pietro Grasso, ora capo dello Stato supplente, e della Camera, Laura Boldrini. Ma c’è pure l’ex presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini e quello del Senato, Franco Marini. Poi c’è la pagina dei ‘tecnici’: il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, appunto, e della Banca centrale europea Mario Draghi. Una spennellata però anche di politici doc con gli ex segretari del Pds-Ds-Pd, Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini, Piero Fassino.

I nomi dei papabili per il Quirinale compaiono e scompaiono vorticosamente, in genere durano poco, meno del pesce fresco, appena 24 ore. L’unica eccezione, per la verità, è Anna Finocchiaro, Pd, presidente della commissione affari costituzionali del Senato, ex magistrato. Da quattro giorni il suo nome è il più gettonato sempre che non finisca nel tritacarne mediatico-giudiziario per i guai del marito. A Montecitorio e a Palazzo Madama, mentre si votano due riforme che piacciono a pochi, quella costituzionale che abolisce il Senato così com’è oggi, e la nuova legge elettorale – per qualcuno forse peggio del Porcellum – l’Italicum, deputati e senatori fanno questo ragionamento: è una donna, è stimata e fuori dai grandi nomi della politica, può ricucire lo “strappo” tra Matteo Renzi e la minoranza di sinistra del Pd, è considerata positivamente da Silvio Berlusconi. Certo, fuori dai nostri confini la conoscono solo a San Marino e in Vaticano, ma che importa? Basta che vada bene a Renzi e a Berlusconi.

Per il Quirinale si cerca un volto per unire mentre la politica si disgrega. Soprattutto si frammentano il Pd e Forza Italia proprio mentre collaborano in Parlamento per votare la cancellazione del bicameralismo perfetto e l’Italicum. Le minoranze dei due partiti, con motivazioni diverse, attaccano il cosiddetto Patto del Nazareno. Lo scontro nel Pd è arrivato ai ‘materassi’. Stefano Fassina ha annunciato: “Una parte del Pd non voterà la legge elettorale”. L’esponente di una delle numerose minoranze ha lanciato accuse roventi al presidente del Consiglio e segretario del suo partito: “Non è un mistero” che Renzi abbia capeggiato nel 2013 i 101 “franchi tiratori” che affondarono la candidatura di Prodi a presidente della Repubblica, aprendo quella crisi di governo che per slittamenti progressivi portò al bis di Napolitano, al governo Letta e poi alla stessa salita di Renzi a Palazzo Chigi.

Fassina, comunque, esclude brutte sorprese da parte della minoranza del Pd: “A differenza di quelli che oggi chiedono disciplina e due anni fa hanno capeggiato i 101, noi siamo persone serie. Nessuno deve temere da noi i franchi tiratori”. Lorenzo Guerini, vice segretario del Pd, ha replicato: è “una incredibile sciocchezza” l’accusa a Renzi..

Anche dai dissidenti di Forza Italia partono bordate contro Berlusconi. Raffaele Fitto ha tuonato: sull’Italicum c’è “una resa totale ai diktat di Renzi”. Il leader della minoranza azzurra ha rincarato: “È una capitolazione totale” e “stiamo svendendo la nostra storia sulla strada di un percorso incomprensibile”. È quasi un preludio di rottura con Berlusconi.

In molti nel centrosinistra e nel centrodestra fanno i conti: è cambiata la maggioranza, il Patto del Nazareno si sta trasformando in maggioranza politica da istituzionale. Due emendamenti dei dissidenti democratici contro i “capilista bloccati” l’altro ieri al Senato, votati dalle opposizioni e dalla minoranza di Forza Italia, sono stati bocciati dai senatori renziani, dagli alleati di governo e dagli azzurri. L’emendamento all’Italicum del renziano Stefano Esposito, il cosiddetto “super Canguro” perché ha cancellato ben 35.800 richieste di modifica, è passato. Ma tutte queste sfide sono state vinte dal governo grazie ai voti determinanti di Forza Italia. Una trentina di senatori dissidenti del Pd hanno fatto mancare il loro voto favorevole e l’esecutivo si è salvato grazie ai voti azzurri, anche se una decina di parlamentari di Berlusconi si sono pronunciati contro.

La novità è forte. Per Fassina “dal patto del Nazareno siamo passati al partito del Nazareno”. Nunzia De Girolamo non è rimasta molto sorpresa: “Partito del Nazareno? Sia Berlusconi sia Renzi sono imprevedibili: da entrambi mi aspetto di tutto”. La capogruppo del Ncd alla Camera guarda in prospettiva e vede un asse Renzi-Berlusconi: “Secondo me è nato il Patto della Nazione che porterà un presidente della Nazione”. Insomma, è rinata la DC.

La partita è delicata. Dal 29 gennaio si comincerà a votare per eleggere il successore di Giorgio Napolitano, lo scrutinio è segreto e può succedere di tutto. Bisognerà vedere se il Patto del Nazareno reggerà e se nel segreto dell’urna prevarranno o no i “grandi elettori” dissidenti del Pd e di Forza Italia, sommando i loro voti a quelli delle opposizioni. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd l’altro giorno ha detto basta alla “palude”, ha sollecitato “responsabilità”, evitando un fallimento come due anni fa perché “noi saremmo additati come i colpevoli”. Ha lanciato un monito alle minoranze: “Non si può usare un gruppo minoritario come un partito nel partito”.

Per ora, dopo l’addio di Sergio Cofferati al Pd, solo Pippo Civati non ha escluso una scissione. Bersani, Fassina e Gianni Cuperlo hanno annunciato battaglia, ma dall’interno della “ditta”. Cuperlo oggi, comunque, ha attaccato “il partito della Nazione visto come una balena centrista” col rischio di “diventare un partito moderato che guarda a destra”.

Tuttavia la sfida del Quirinale e il suo esito potrebbe cambiare tutto. Già adesso i partiti si stanno frammentando e i poli ridisegnando. Pino Pisicchio, decano di Montecitorio di antica scuola Dc, ha notato i sommovimenti: “Questa legislatura segnala fin dal suo inizio la particolarità di una maggioranza che si allarga a parte dell’opposizione”. Il presidente del gruppo Misto della Camera ha avanzato una previsione: “La sensazione è che dopo l’elezione del capo dello Stato le già mutevoli geografie parlamentari siano destinate a cambiare nuovamente”. Per il Quirinale ha scommesso “su Padoan e Visco perché hanno una credibilità internazionale sui delicati temi della crisi economica”.

È possibile un rimpasto di governo o la nascita di un nuovo esecutivo Renzi, sostenuto da una maggioranza di “larghe intese” comprendente l’ex Cavaliere, come avvenne già nel 2013 con la fiducia al ministero guidato da Enrico Letta. Il capogruppo di Forza Italia al Senato oggi, però, ha frenato: è “improbabile” l’appoggio esterno al governo.

Scomporre per ricomporre. Molto dipenderà dalle mosse e dai rapporti di forza che usciranno dalla battaglia per il Quirinale. Robert De Niro, ispettore di polizia nel film La doppia identità, dice: “Molti rispettano il distintivo, tutti la pistola”.

Leo Sansone

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