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Opinioni e commenti
 

Bankitalia e Confindustria: le previsioni volgono al bello
Pubblicato il 28-01-2015


Bankitalia-ConfindustriaCi siamo, questa volta le previsioni sono rosee e attendibili: la recessione sta finendo. Il PIL dovrebbe crescere del 2,1% quest’anno e del 2,5% l’anno prossimo. L’inversione di tendenza netta capovolge le previsioni pesanti che appena due settimane fa uscivano dai centri studi delle maggiori istituzioni economiche e finanziarie del Paese a cominciare da Bankitalia. Le stime di via Nazionale erano davvero striminzite con un +0,4% nel 2015 e +1,2% nel 2016. Questo stesso giornale aveva aperto con l’immagine di un cannocchiale perché la ripresa era davvero lontana, insopportabilmente lontana.

E invece qualcosa è cambiato. Una spinta decisiva arriva dal calo del prezzo del greggio, che nelle stime dell’ENI resterà molto basso per un paio d’anni, e nella mossa di Mario Draghi che ha varato il Quantitative Easing della BCE, dando una spinta che potrebbe rivelarsi decisiva alla crescita del finanziamento bancario alle imprese e al contempo facendo ulteriormente abbassare il rapporto euro/dollaro.

“Minore prezzo del petrolio, euro più debole e calo dei tassi a lunga scadenza” legato alle misure di Quantitative Easing della Bce, “assieme al più vivace commercio mondiale”, – scrivono in una nota del Centro Studi di Confindustria – tendono ad alzare il Pil “del 2,1% quest’anno e di un altro 2,5% il prossimo”.

“La crescita nei prossimi mesi sarà significativamente superiore alle ultime previsioni”, gli ha fatto eco il vicedirettore generale di Bankitalia, Fabio Panetta, ricordando le stime di Via Nazionale prima del varo del QE. “In Italia – ha comunque aggiunto Panetta invitando implicitamente a restare cauti – la congiuntura migliora con lentezza; il rischio di credito è in calo ma rimane elevato”. “La disponibilità di credito è in moderato miglioramento e il costo dei finanziamenti è in calo”, ma “il quadro macroeconomico e finanziario resta fragile” e “tensioni politiche e finanziarie possono tornare a minacciare la stabilità dei mercati dell’area euro”. “Nel complesso – ha aggiunto – le innovazioni messe in campo dal governo hanno avuto effetti positivi, aumentando le risorse a disposizione delle imprese. I risultando stanno però emergendo con lentezza e non hanno eliminato i vincoli finanziari alle Pmi”.

Dunque il 2015 potrebbe davvero segnare il punto di svolta dopo 6 anni consecutivi di decrescita o mancata crescita e di calo dell’occupazione. Secondo il Centro Studi Confindustria “questo cruciale passaggio si deve, in parti molto disuguali, a tre ordini di fattori. Anzitutto, la combinazione molto favorevole di elementi esterni, una vera manna dal cielo: crollo del prezzo del petrolio, svalutazione del cambio dell’euro, accelerazione del commercio mondiale, diminuzione dei tassi di interesse a lungo termine”. Sommando i loro effetti “si arriva a una spinta per l’Italia pari al 2,1% del Pil nel 2015 e a un aggiuntivo 2,5% nel 2016”. Già al momento del varo del QE, Confindustria aveva stimato che la manovra annunciata dalla BCE si sarebbe tradotta per l’Italia in un aumento del Pil dell’1,8% nell’arco di due anni: +0,8% nel 2015 e +1% nel 2016.

Numeri positivi arrivano anche dalle stime della produzione industriale. Secondo il Centro studi Confindustria nel primo trimestre 2015 l’aumento acquisito è di +0,5%. Non ci sono invece ancora passi avanti sul fronte del mercato del lavoro perché le imprese sembrano attendere l’entrata in vigore dei decreti attuativi del Jobs Act e dei benefici contributivi decisi dal Governo. “Se questa fosse la spiegazione – dicono in Confindustria – allora è prevedibile un’ulteriore flessione a dicembre, seguita da un rimbalzo nei primi mesi del 2015”. Le aspettative delle imprese sull’occupazione, si legge nel rapporto, sono in miglioramento: il saldo delle risposte di quelle sopra ai 50 dipendenti è per i primi tre mesi del 2015 pari a -8,1 (da -8,6 del trimestre precedente e -13,9 di un anno fa). Il tasso di disoccupazione ha toccato in novembre il massimo storico: 13,4% (+0,1 mensile).

Quanto al prezzo del greggio, nella sua audizione in Commissione Industria della Camera, è l’Ad di Eni, Claudio Descalzi, ha spiegato che il prezzo del petrolio “dovrebbe restare ancora basso, intorno ai 55-60 dollari al barile quest’anno. Si dovrebbe registrare un aumento già nel secondo semestre dell’anno. Dovremmo essere vicino ai 70 dollari nel 2016 e tra quattro anni intorno ai 85-90 dollari”.Siamo ben lontani dunque dagli oltre cento dollari al barile cui eravamo abituati per non parlare dei quasi 150 che si registravano durante la crisi finanziaria del 2008.

La caduta del prezzo è da imputare all’eccesso di domanda a livello mondiale, che “attualmente si attesta in un range di 1-1,5 milioni di barili” al giorno. Comunque, sottolinea Descalzi, l’attuale andamento del prezzo del petrolio “non è solo strutturale”, perché altrimenti il prezzo si aggirerebbe intorno ai 75-80 dollari, ma anche “speculativo” ed è dovuto al mancato intervento dell’Opec che nel novembre scorso ha deciso di mantenere invariata la produzione nonostante la crescita dell’offerta e il calo della domanda. Speculazione, ma anche probabilmente il frutto di una guerra tutta politica tra Arabia Saudita e Stati Uniti. Riad cerca di tenere basso il prezzo del barile per rendere non competitivo lo shale oil, il greggio estratto dalle scisti bituminose, che hanno reso non solo autosufficienti gli Usa, ma anche in grado di esportare massicciamente una materia prima che resta strategica. “Se gli Usa avranno una capacità di aumentare di oltre 1 milione di barili al giorno la propria produzione per 10-15 anni – conclude Descalzi – saremmo di fronte ad un cambiamento strutturale. L’Opec non potrebbe più recitare il ruolo che giocava finora”. Riad insomma, avrebbe perso la guerra.

Alvaro Steamer

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