lunedì, 25 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Pino Daniele, il ‘nero a metà’ della pop partenopea
Pubblicato il 05-01-2015


Daniele_PinoLa scomparsa di Pino Daniele addolora innanzitutto perché avviene in modo prematuro ed improvviso e ne veniamo colpiti immediatamente.

Non avviene in modo inaspettato perché Pino ha convissuto almeno per vent’anni con la sua salute cagionevole e invalidante.
Nonostante questo cercava sempre il sole fuori e dentro di sé. Devoto ai suoi figli, e alla musica senza la quale non avrebbe mai respirato. Fu un uomo baciato da un talento e da una sensibilità straordinaria ed al tempo stesso un uomo semplice che amava le cose semplici.
Il crogiolo di culture nelle quali egli era immerso fu la fonte ispiratrice della sua arte, noi celebriamo giustamente questo elemento caratterizzante della fusione dei generi musicali e delle culture trasversali perché in Pino Daniele hanno convissuto con naturalezza, senza forzatura e concessioni al mercato dominante o alla critica.
Fu scintillante negli ’80 perché creò lo slang campano-americano, onorando tradizione partenopea e la avvolgente carica del funky-rock che egli sapientemente padroneggiava con la complicità di straordinari musicisti-partner che non a caso volle nuovamente al suo fianco in questi ultimi anni per omaggiare l’epopea del “nero a metà” metafora calzante della sua indole giovanile.
Aveva con la sua città un legame che sapeva stringere e recidere per non sentirsi soffocato o limitato, ma del napoletano Pino Daniele aveva mutuato tutto il meglio della Commedia dell’Arte del melodramma della sfacciata voglia di vivere l’originalità e la complessità dell’intreccio antropologico di quella capitale del Sud.
Faceva incontrare Napoli con Rio e con New Orleans e New York o L’Avana ma anche con Dakar e Tunisi.
Aveva scelto proprio quest’ultima per registrare “Medina”, un disco etnico nel quale aveva voluto al suo fianco musicisti locali, vocalisti arabi e africani.
Non aveva paura delle contaminazioni, non ne faceva un eccessivo vanto. Adorava i musicisti, la loro vita, le loro storie. Era molto affezionato ad una coppia celeberrima nel giro jazz-fusion: Omar Hakim e Rachel Z, e loro ricambiavano con gioia quell’affetto che era provocato dalla bellezza di suonare e cantare assieme.
Era pignolo, rigoroso, musicista a tutto tondo. Uno studioso, perché nonostante la vista precaria si è approcciato a lungo e con passione alla lettura dei madrigali che riteneva, a ragione, uno dei fondamenti della musica moderna.
E quell’intreccio di suoni e voci echeggiavano nella sua testa disegnando sfumature colorate.
Molti hanno disdegnato la sua virata Pop degli anni ’90, ma essa è stata parte di una crescita e di una volontà di non farsi inchiodare alla cartolina urticante del napoletano che avrebbe voluto essere un jazzista nero e quando ha messo mano ai sentimenti semplici e complessi propri dell’amore, Pino Daniele ha raggiunto livelli molto elevati di produzione artististica, di ballads indimenticabili paragonabili alle celebrate hits come “Napule è” il vero inno moderno della città o ” Quanno Chiove”.
Infatti il suo disco più venduto, “Cosa succede sulla terra”, del ’97, è ricco di canzoni d’amore ispirate e di versioni eleganti di una etno-pop in tempi di globalizzazione.
Pino cresceva i suoi figli e suonava, cercava di curarsi alla meglio e si difendeva dagli affanni della vita che lo rendevano a volte iper-diffidente ed altre con il cuore grande e generoso come sapeva essere nella sua genialità e nella sua debolezza.
Sono onorato di aver condiviso la sua amicizia, la sua tavola e la sua musica, è stato uno dei grandi italiani che ha vissuto a cavallo di questi due secoli, il dolore per la sua dipartita è tanto grande quanto il vuoto che lascia. Un testimone ed un’artista del nostro tempo che non sarà dimenticato, di questo ne sono certo, ma è una certezza che non ci consola.
Bobo Craxi

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