sabato, 19 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Pino Daniele, un ricordo
del cantautore
più musicista
Pubblicato il 07-01-2015


Pino DanieleLa scomparsa improvvisa di Pino Daniele – lo scorso 4 gennaio – ha inaugurato nel peggiore dei modi il 2015 della musica italiana, che già negli ultimi tempi aveva perso cantanti e autori del calibro di Dalla, Jannacci, Califano, Francesco Di Giacomo e Mango (solo per citarne alcuni). Daniele però può essere considerato il più musicista di tutti loro, anche rispetto ai grandi che lo hanno preceduto e a quelli che sono ancora in attività.

Cresciuto artisticamente negli anni ’70 (il suo primo disco “Terra mia” è del 1977, la title track è il suo manifesto d’identità culturale, con “Napule è”) quando l’impegno politico e civile era considerato un dovere imprescindibile per i cantautori, Pino non ha mai messo la musica in secondo piano rispetto ai testi, anzi, ha sempre preferito partire dalla musica e suonare il suo strumento (la chitarra) sia in concerto che per comporre le sue canzoni, non rinunciando a sviluppare un nuovo linguaggio (“lingo” o “parlesia” come lo definisce il collega Enzo Avitabile: uno slang fatto di associazioni emotive e linguistiche anglo-napoletane, come ad es. I say i’ sto ccà).

Pino-DanieleSi crea quindi un codice che, sulla scia del grande Renato Carosone, prende spunto dalla tradizione melodica partenopea dei Murolo, Sergio Bruni, ecc. e la unisce a quella afro-americana, dal blues di Robert Johnson al funk di James Brown. Tutto questo passando necessariamente attraverso il cosiddetto “Neapolitan Power” e gruppi come i Napoli Centrale, nei quali lo stesso Daniele militerà insieme al suo storico sassofonista James Senese, un “figlio della guerra” come quel Mario Musella degli “Showmen” al quale Pino dedicherà il suo capolavoro Nero a metà del 1980. Prima c’era stato il disco omonimo del ‘79 con perle quali “Je sto vicino a te”, “Chi tene ‘o mare”, “Je so’ pazzo”, “Ue man!”, “Viento”, “Putesse essere allero”.

La strada è segnata: basterebbero questi 3 dischi (più “Vai mo’” dell’81) a fare di Daniele un’icona della Napoli musicale (e della musica europea tutta), capace di una fusion tra blues, rock, soul, funky, jazz, salsa, samba, suoni arabi e africani, tarantelle e melodie. Poi le grandi collaborazioni internazionali con Wayne Shorter, Alphonso Johnson, Gato Barbieri, Bob Berg, Steve Gadd, Richie Havens, l’apertura di Bob Marley a San Siro, il primo megaconcerto italiano a Piazza Plebiscito con la sua superband (James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Joe Amoruso, Rino Zurzolo) che lo ha accompagnato fino ad oggi. Nel frattempo il connubio artistico con Massimo Troisi che avrà il suo culmine in “Quando” (1991), l’omaggio alla Magnani (con “Anna verrà”) di “Mascalzone latino” (1989), la denuncia del razzismo leghista con “‘O scarrafone” (omaggio a Carosone) del ‘91, il grande successo di “Che Dio ti benedica” (’94) con ospiti Chick Corea (Sicily), Ralph Towner e Bruno De Filippi, i concerti con i grandi chitarristi Pat Metheny (1995) ed Eric Clapton (2011).

Tra svolte pop e virate “commerciali” (i tour con Jovanotti e Ramazzotti, i duetti con Giorgia, Irene Grandi, ecc.), Pino non perderà mai di vista però l’amore per la ricerca e la sperimentazione, ad es. con il disco “Passi d’autore” (2004) scritto in collaborazione con Gianluca Podio, tra neomadrigali (Gesualdo da Venosa), omaggi allo swing di Django Reinhardt, Maradona (“Tango della buena suerte”) e Che Guevara (“Isola grande”, in cui si definisce “un nostalgico di sinistra”) con il Peter Erskine Trio. Un gigante della musica italiana che ultimamente si era messo in proprio con la sua etichetta “Blue Drag” con cui aveva pubblicato il suo ultimo disco in studio “La Grande Madre” (2012), quella a cui è ritornato una volta per tutte dopo aver finito il bellissimo (nuovo) tour di “Nero a metà”. Ci mancherà.

Alessandro Sgritta

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