lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Prendete il più stupido
Pubblicato il 21-01-2015


“Prendete il più stupido”. Questo era il consiglio che, negli anni della terza repubblica, dava Clemenceau ai parlamentari francesi chiamati ad eleggere il nuovo presidente. Fatta la tara dello stile feroce e dissacrante del personaggio, l’indicazione aveva un senso. Equivaleva a ricordare a chi di dovere che gli equilibri e le complesse mediazioni di un sistema al 100% parlamentare non potevano essere rimessi in discussione, se non addirittura stravolti da presidenze forti e perciò tendenzialmente interventiste (per inciso, lo stesso leader radicale sperimentò poi a suo danno la forza di questa indicazione. Perché, da “padre della vittoria” – quella del 1918 – si candidò alla presidenza; ma per essere battuto da un perfetto cretino. Una vicenda che finì male per tutti e due: il cretino dette fuori da matto così da essere sostituito; Clemenceau si ritirò, indignato, dalla vita pubblica…).

Forse il Nostro aveva dato una risposta sbagliata ad una domanda giusta. Una domanda (o, un problema) che può essere riassunto in questi termini: “qui e oggi, che tipo di presidente serve alla Repubblica?”. Ed è appunto su questo problema che vorremmo ragionare: lasciando, come è giusto, che i cronisti politici analizzino le possibilità dei diversi candidati e che gli opinionisti descrivano gli scenari che si potrebbero aprire durante e dopo il confronto.

Ora, la situazione che vive oggi il nostro Paese rende il problema più urgente e, nel contempo, più difficile da risolvere. Nel primo quarantennio della nostra storia repubblicana tutto appariva invece chiaro. Un sistema politico-istituzionale basato sulla preminenza del legislativo sull’esecutivo e sul ruolo dei partiti; un bipolarismo imperfetto in cui tutto si articolava intorno al mutamento degli equilibri interni alla Cd; un’economia mista. In tale contesto, i presidenti potevano uscire dall’anonimato solo nella loro capacità di rappresentare valori (Einaudi, Pertini); mentre il loro protagonismo (Gronchi, Segni, Cossiga) dava regolarmente luogo a gravi crisi di rigetto.

I primi e gli ultimi anni della seconda Repubblica saranno invece segnati dalla centralità della presidenza. Centralità, attenzione, che non è il frutto di un preciso disegno istituzionale. Ma piuttosto la risultante della crisi del sistema politico. Parliamo del bipolarismo eletto a furor di popolo a principio fondante della seconda repubblica  ma che i  suoi protagonisti gestiranno con risultati disastrosi. Di qui i ripetuti richiami di Scalfaro e, in particolare, di Napolitano. Richiami che, perché sostanzialmente inascoltati, porteranno, nell’autunno del 2011, alla, diciamo così, sospensione dell’incontro. Chiudendo le due squadre in una sorta di camera di rianimazione perché provvedessero a risolvere, insieme, i problemi più urgenti del Paese secondo le priorità e gli indirizzi fissati dalla stessa presidenza della Repubblica. E dando luogo, a questo scopo, a governi non certo nati dal voto popolare.

I risultati di questa “democrazia guidata”non sono stati particolarmente brillanti. Ma la via d’uscita adottata – diciamo il progetto renziano nella sua globalità – non ha fatto che complicare ulteriormente il quadro. Siamo passati o, più esattamente, stiamo passando dall’ordinamento formalmente o materialmente basato sulla Costituzione del 1947 ad uno totalmente diverso: incentrato com’è sul predominio totale dell’esecutivo sul legislativo, sulla centralità dell’impresa rispetto al lavoro e, infine, sulla esaltazione oltre ogni limite del decisionismo con il conseguente indebolimento dei controlli e delle garanzie. Il processo è ancora in corso: ma almeno nelle intenzioni di chi lo promuove dovrebbe chiudersi in tempi rapidi.

Sulla qualità del prodotto e del metodo ci sarebbe molto da dire. Ma basterà sottolineare, per quanto ci riguarda che nel nuovo sistema la figura del presidente della Repubblica è resa del tutto evanescente, annullata com’è da quella del presidente del Consiglio dei ministri.

Se Renzi avesse avuto cinquant’anni, avremmo avuto la repubblica presidenziale; nella logica, contestata radicalmente dalla sinistra sino a pochissimi anni fa (al punto di indire, e vincere, nel 2007, un referendum contro la riforma costituzionale della destra, in particolare perché questa dava troppi poteri a Berlusconi) di un sistema istituzionale strutturato ad uso e consumo di una persona.

A questo punto il parametro cui attenersi per la scelta del prossimo presidente diventa uno solo. E non è né l’onestà, né il maggiore o minore coinvolgimento nella “politica politicante”, né la  familiarità con i potenti della terra e/o padronanza delle lingue; ma puramente e semplicemente la sensibilità istituzionale. Un costituzionalista, dunque. Un campo in cui abbondano i papabili. Ai grandi elettori, ma anche ad ognuno di noi, la possibilità di giudicarli; in base al triplice parametro della competenza, della estraneità rispetto ai vari schieramenti politici e, soprattutto, dell’indipendenza di giudizio e del coraggio di manifestarla.

Alberto Benzoni 

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Commenti all'articolo
  1. Resto del parere che stiamo tornando al fascismo: con un altro nome, ma sempre fascismo è. Calamandrei lo disse già nel 1955 evidentemente si era già reso conto che la guerra non aveva spostato i gruppi di potere, che in questo paese sono la chiesa e tutti quelli che baciano le mani a qualche padrino.

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