lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Quidam de plebe
e la ‘Legge Truffa’
Pubblicato il 13-01-2015


Legge_truffaUna metà del ’52 e i primi mesi del ’53 li ho passati a inventare ogni giorno un argomento contro la “legge truffa”. In realtà non era una truffa, ma semplicemente un premio di maggioranza per i partiti “apparentati” che avessero messo insieme più del 50 per cento dei voti. Il quadripartito degasperiano era in difficoltà, con i partiti minori (socialdemocratici, repubblicani, liberali) consunti dallo strapotere cattolico. La legge elettorale maggioritaria mirava a dare loro un po’ di ossigeno; di voti la DC ne aveva fin troppi e la sua sinistra aveva accettato il premio perché pensava di conquistare così la maggioranza assoluta. Non era una truffa, ma come “legge truffa” è passata alla storia.

Rivedo un Nenni infuriato come non mai che batte e ribatte una copia dell’Avanti! sotto il naso di Tullio Vecchietti, il direttore del giornale, e di Edoardo Rossi, il direttore capo. Cos’era successo? Un liberale, l’ex ministro del Tesoro Corbino, aveva fatto una propria lista contro la legge e aveva lanciato un “ponte” cioè, una proposta che dimezzava il premio di maggioranza. Nenni era infuriato perché Vecchietti aveva regolarmente buttato nel cestino le notizie sulle iniziative di Corbino.

Vecchietti, numero due di Morandi e filocomunista, considerava di nessun valore le mosse di Corbino. In concreto, passasse o non passasse la legge, i comunisti sarebbero rimasti i padroni dell’opposizione. Chi rischiava grosso erano i socialisti. Dopo la batosta del Fronte Popolare nel ’48, i socialisti in Parlamento erano quattro gatti; se fosse passato il maggioritario, con i socialdemocratici di Saragat raddoppiati e noi dimezzati ancora, non avremmo avuto altro da fare che buttarci nelle braccia del PCI.

Passata la sfuriata Nenni mi rivolse: “Tu vieni con me”. Emozionatissimo, lo seguii per via Capolecase, via della Mercede – la redazione era in via Gregoriana – fino alla direzione del Partito immaginando chissà quali confidenze volesse farmi, ma Nenni non fece che ripetere i motivi della sfuriata. Poi, sul portone della direzione, mi gelò: “Scusa, ma sai, a me non piace camminare da solo per la strada”.

Vecchietti, bravo professore di storia (era stato l’allievo prediletto di Gioacchino Volpe) non poteva soffrire Nenni. Diceva che era ignorante (e non era vero, era solo un autodidatta) che non sapeva fare una relazione, che i suoi articoli erano gonfi d’aria (ma Turati, che non amava Nenni, aveva riconosciuto che a volte la sua prosa “ha la forza di un colpo di fucile”). Diceva che se lui e Morandi, capo dell’organizzazione, avessero voluto, avrebbero potuto mettere Nenni alla porta e questo era vero, ma solo al livello degli organi di Partito, perché nell’elettorato, tra i socialisti con e senza tessera, Nenni era popolarissimo, indubbiamente il numero uno.

Vecchietti non perdeva occasione per mettere Nenni in cattiva luce di fronte a me che di Nenni raccoglievo le confidenze. Quando, per le elezioni amministrative di Roma, Gedda e i Comitati Civici tentarono di indurre la DC ad allearsi con il Movimento Sociale, De Gasperi pubblicò sul Popolo, il quotidiano della DC, un articolo in cui affermava che a far fronte alla sinistra bastava lui ed essendo Presidente del Consiglio firmò con lo pseudonimo “quidam de populo” (‘uno qualunque’). Nenni mandò all’Avanti! una risposta in cui diceva in sostanza che senza l’aiuto delle masse popolari non ci sarebbe riuscito.

“Sai come ha firmato l’articolo il tuo segretario? – mi disse Vecchietti – “quidam de populo” – per fortuna che me ne sono accorto”.

L’articolo uscì con una firma impeccabile: “quidam de plebe” (“uno del

popolo”), i diseredati contro il popolo governante. Non so però se la storia sia vera o sia stata una malignità di Vecchietti per denigrare Nenni ai miei occhi.

Com’è noto la “legge truffa” non passò proprio per effetto dei 250 mila voti raccolti dalla lista Corbino. Il PSI prese più di tre milioni e mezzo di voti, ebbe molti complimenti e la grande paura passò. Tra De Gasperi e Nenni ci fu un lungo colloquio che non portò a nulla. De Gasperi rifece un quadripartito ridotto all’osso, ma Nenni mi disse di seguire da allora in poi la DC nelle mie cronache politiche.

Così cominciai a scrivere ogni giorno di Fanfani, dei sindacalisti di “Forze Sociali”, della “base” che si stava organizzando. Vecchietti si metteva dietro alle mie spalle e leggeva quanto andavo battendo “Franco, perché scrivi tante cose inutili? Dobbiamo parlare di operai, di fabbriche, di lavoro”. Ma Vecchietti, fazioso quanto si vuole, era anche un signore e pur essendo lui il direttore non cancellava mai una riga di quello che scrivevo.

Così cominciò la lunga marcia che dieci anni dopo portò socialisti al governo. Si legge nei libri che la svolta del PSI avvenne nel ’56 con l’invasione sovietica a Budapest. No, la svolta è cominciata dopo le elezioni del ’53, non era un’operazione semplice. Il PSI non doveva soltanto cambiare pelle, doveva cambiare anima e corpo fino ad allora votati all’unità con il PCI. Nenni ci riuscì e fu un’impresa storica.

Franco Gerardi

Questo è il settimo di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 – La giustizia italiana e l’albero tagliato
5 – Il primo centrosinistra grazie a Moro e Nenni
6 – Nenni, umanità e tanta intelligenza politica

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