martedì, 22 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Quirinale, verso il voto con lo spettro dei 101
Pubblicato il 26-01-2015


Quirinale-PresidenteOramai ci siamo. Dopo giorni di nomi e di ipotesi più o meno possibili, la partita del Quirinale sta per arrivare in Aula. Il 29 gennaio il Parlamento in seduta comune comincerà a riunirsi per le votazioni. E se questa volta fosse una donna? Matteo Renzi lascia intendere che il Colle in rosa non gli dispiacerebbe. Ma nomi non ne fa. Il presidente del Consiglio, all’avvicinarsi delle votazioni per il successore di Giorgio Napolitano, intensifica l’attività diplomatica dentro e fuori il suo partito. Soprattutto dentro. Il ripetersi di quanto successe due anni fa con i famosi 101 che impallinarono Prodi è l’incubo che agita le sue notti. Renzi infatti pensa un nome che unisca e che venga eletto già al quarto scrutinio quando è sufficiente la maggiorana assoluta e non più quella qualificata.

“Non scommetto sulla vostra fedeltà ma sulla vostra intelligenza” ha detto Renzi ai suoi nel corso della direzione del Pd, protagonisti due anni fa di un tradimento di massa ai danni di Franco Marini e Romano Prodi. Tradimento, secondo Fassina, organizzato grazie alla regia dello stesso presidente del Consiglio. Sulla scelta del presidente della Repubblica, ha detto Renzi “riconosco il diritto al dissenso”. Ma allo stesso tempo per Renzi nessuno ha diritto di veto. E ancora: il voto per l’elezione del presidente della Repubblica non è un referendum su Matteo Renzi, ha detto lo stesso premier, secondo quanto riferito dai partecipanti. Il premier ha poi fatto un appello all’unità: “Non tutti però hanno fatto uno sforzo in questo senso nei passaggi parlamentari di queste settimane”.

Il ragionamento di Renzi si dipana su più di un piano; la tenuta interna del Pd, il ruolo che il partito di maggioranza relativa deve mantenere in questa fase, il nodo spinoso del nome da candidare. Sapendo che fallire il primo colpo significherebbe, probabilmente, complicare tutto il quadro. Ecco quindi che il Presidente del Consiglio definisce i prossimi giorni “un passaggio fondamentale per la credibilità del Pd e di questa classe dirigente”. Per quanto riguarda il metodo con cui affrontare una curva così pericolosa, l’invito è alla prudenza. Ragion per cui nessun nome verrà dato prima della quarta votazione, quella con cui basterà la maggioranza semplice. Le prime tre vedranno un Pd compatto, negli auspici, nel depositare nell’urna una scheda bianca come la coscienza del giusto. Poi, appunto, il nome. Magari quello di una donna. L’indicazione per il Pd è di voltare scheda bianca per le prime votazioni per poi appoggiare il candidato scelto alla quarta votazione decisiva sabato mattina.

Un passaggio che lo stesso premier definisce “fondamentale per la credibilità del Pd e di questa classe dirigente” e che al tempo stesso è una “occasione di riscatto dalla figuraccia 2013”. Chi pensa a Prodi è Pippo Civati, per il quale bisognerebbe ripartire proprio dal suo nome: partiamo da dove ci siamo fermati nel 2013, propone l’esponente della minoranza dem. Idea che non suscita gli entusiasmi del Pd con Guerini che afferma: “Civati ha fatto una proposta come ce ne possano essere altre, il tema non è pronunciare nomi in questo momento, ma individuare un nome partendo dal metodo”. Ma probabilmente Renzi il nome lo ha in tasca già da tempo. Quello che ancora non ha è il benestare di Berlusconi. Solo a quel momento potrà essere fatto. Un nome evidentemente che dovrà essere una garanzia per il Patto del Nazareno e che possa allo stesso tempo possa piacere all’interno del Pd.

Intanto sul fronte riforme è stato approvato dalla Camera con 293 voti favorevoli e 114 voti contrari l’articolo 21 del ddl riforme, che modifica l’articolo 83 della Costituzione, prevedendo un nuovo quorum, che viene innalzato, per l’elezione del presidente della Repubblica. Il nuovo testo prevede che “l’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell’assemblea. Dal quinto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti. Dal nono scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti”.

Domani sarà invece il giorno delle legge elettorale. Le votazioni finali dell’Aula del Senato si svolgeranno domani alle 17. Lo ha deciso a maggioranza la Conferenza dei capigruppo nella quale sono stati contingentati i tempi per la discussione: cinque le ore a disposizione. Questa sera si procederà all’esame degli emendamenti fino alle 21,30. E domani, appunto, il voto finale. Tra quelli approvati l’emendamento di Anna Finocchiaro e dei capigruppo della maggioranza, che recepisce l’accordo sul nuovo Italicum. I sì sono stati 177, i no 64 e gli astenuti 2.  –

Approvati i due emendamenti presentati da Anna Finocchiaro e dai capigruppo di maggioranza. Il primo attribuisce il premio di maggioranza alla lista vincente, anziché alla coalizione, come prevedeva il testo approvato dalla Camera. Inoltre stabilisce che il premio consiste nel far raggiungere 340 seggi alla Camera; in prima lettura, invece si parlava di un premio che portasse il vincitore al 53% dei seggi. Inoltre abbassa lo sbarramento al 3%, mentre il testo approvato a Montecitorio stabiliva una serie di soglie: 4,5% per i partiti all’interno di una coalizione; 8% per quelli che correvano da soli; 12% per le coalizioni. Il secondo emendamento porta, tra l’altro, dal 37% al 40% la soglia per il premio di lista.

Daniele Unfer

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