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Opinioni e commenti
 

Renato Serra, è viva la ‘memoria della grandezza’
Pubblicato il 26-01-2015


Renato SerraIl 20 luglio 1915 cadeva sul Podgora sotto i colpi del fuoco nemico il romagnolo Renato Serra. Nel riproporre alla attenzione dei lettori un autore le cui potenzialità inespresse furono troppo crudelmente troncate dal destino, non si può non sottolineare l’influsso mazziniano, che ne ispirò l’animo e la mente, evidente in particolare nell’amore di patria scevro da qualunque sospetto di nazionalismo e in una visione dell’Europa considerata come vero centro di politica.”

“L’Esame di coscienza di un letterato” si rivela quasi come una moderna liberazione psicanalitica delle più intime e recondite pieghe dell’animo. Serra critica la retorica che circonda “ codesta roba della guerra” ed osserva che se questa ha confermato il virtuosismo di Gabriele D’Annunzio e il valore e l’acredine di Benedetto Croce, ha invece conferito una autorità più matura a Giuseppe Prezzolini e dato nudità e dolcezza pura alle pagine di Giovanni Papini. Se la guerra è un magma incandescente che forgia gli uomini a evidenziarne virtù e limiti, Serra invece è più esplicito e tranciante nel giudizio:

“La guerra è una realtà immensa, totalmente coinvolgente, ma non cambia nulla né nel mondo né nei singoli”in una riflessione che anticipa di decenni i profeti del pacifismo contemporaneo. La guerra tuttavia nel profondo non cambia nulla. Di coloro che tornano al proprio impegno quotidiano ognuno sarà dotato ovviamente solo delle qualità e delle facoltà precedenti. “ Né il sacrificio né la morte aggiungono nulla a una vita, a un’opera, a una eredità. Il lavoro che uno ha compiuto resta quello che era. Mancheremmo al rispetto che è dovuto all’uomo e alla sua opera se portassimo, nel valutarla, qualche voto di simpatia o piuttosto di pietà. Che è un’offesa: verso chi ha lavorato seriamente, verso chi è morto per fare il proprio dovere”. E’ evidente la intima adesione di Serra all’etica del dovere che pare derivare dagli studi classici e dagli amati filosofi stoici. Manca invece in lui l’orgoglio e il compiacimento dell’atto eroico individuale degno di memoria, tipico di D’Annunzio. Ricordando con affetto e ammirazione il “povero e caro Péguy” e sottolineandone il sacrificio, non riesce a evitare di puntualizzarne la assenza di forza lirica” in un linguaggio sincero e laborioso”.

I secoli si sono succeduti ai secoli, le guerre sono passate devastando corpi e coscienze, ma la vita è rimasta irriducibile con l’avvicendarsi del sole e delle stagioni ( immagine certamente ispirata a Serra dai grandi poeti della classicità greco-latina).

L’Europa è l’entità politica reale. Serra ha una visione eurocentrica della politica e per lui gli stati nazionali sono solo regioni legate al contingente (Luigi Einaudi pochi anni dopo li definirà “ polvere senza sostanza”). Nelle “ regioni di Europa” tutto tornerà press’a poco al proprio posto, non sarà toccata la sostanza dei popoli, né cambiato lo spirito profondo della nostra civiltà. La critica al giolittismo lo accomuna a Salvemini, da cui lo differenzia la totale sfiducia anche nei socialisti oltre che nei preti. Gli unici esenti dalla sua critica sono gli interventisti democratici, perché Serra vede l’Italia tentennante verso una entrata in guerra che gli pare invece indispensabile per portare a compimento le conquiste del Risorgimento. Nel contempo osserva, senza illusione, che … “ Ammettendo, per assurdo, che gli oppressi siano vendicati e gli oppressori puniti, non c’è bene che paghi la lacrima pianta invano, il dolore dei feriti e dei dispersi. Forse il beneficio della guerra è in sé stessa: un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie…”,

La polemica antiborghese, focalizzata nella critica alle transazioni del giolittismo, è (come già nel vociano Slataper) di natura non politica ma morale, volta a colpire il conformismo e la insensibilità sociale di gran parte della classe dominante. Abbandonati i tranquillizzanti riti e le certezze ultraterrene di una religione confessionale, Serra trova nuovo conforto nella accettazione della vita come realtà inspiegabile con la ragione e di conseguenza trova conforto, come Oriani, nel volontarismo etico mazziniano. La critica a Croce di cui ammira la profondità di pensiero, si fonda sulla mancanza di senso religioso della vita nel filosofo idealista, mentre Serra fonda la sua scelta dell’etica del dovere e di un modello di vita eroico sulla serietà religiosa della vita. Il suo linguaggio è semplice e incisivo quanto moderno e privo di retorica. L’ottica è essenzialmente morale e lo tiene lontano dalle contaminazioni della politica attiva oscillanti fra perbenismo formale giolittiano e titubanze e incertezze socialiste. Tutti motivi che lo avvicinano a Slataper che ne “Il mio Carso” scrive “ Non siamo asceti né fuori del mondo. Vivere vogliamo e non morire. Non abbiamo paura né illusioni. Non aspettiamo nulla. Sappiamo che il nostro sacrificio non è indispensabile. Ciò fa più semplice e sicura la nostra passione”.

In Serra si intrecciano una fiducia ingenua e giovanile nella vita, l’amore verso l’umanità e l’esigenza critica di distruggere i vecchi schemi della cultura positivistica. La sua posizione politica rifiuta decisamente il nazionalismo e vede con chiarezza la perversità della guerra. Si può quindi ascrivere fra quelle dell’interventismo democratico con una lineare visione eurocentrica della storia. Notevole influenza esercita su di lui il conterraneo Alfredo Oriani che è forse il tramite per la conoscenza e lo studio di Mazzini e Nietzsche. A quest’ultimo in particolare richiama il motivo della distruzione per ricostruire “ex novo” e la aspirazione a un modello ideale di uomo. In Nietzsche vede il dramma dell’anima lacerata da problemi superiori alle forze della natura umana, il dramma di una vita che si fa dramma di cultura nella esasperazione delle crisi dell’adolescenza. Su Nietzsche Serra fonda il proprio concetto di critica dello storicismo e di tragedia del vivere umano, nella comune interpretazione della storia come dialogo fra giganti che si parlano nei lunghi intervalli dei decenni se non dei secoli (una interpretazione che Marino Biondi definì “risolutamente mazziniana”).

La crisi dell’uomo moderno, di cui Serra prende coscienza con inquietudine, lo fa ripiegare su se stesso nel tentativo intimo di reinterpretare dagli autori della classicità la definizione dell’uomo, le sue attività, il suo rapporto con il divenire della storia. Manca in lui una vera personale profondità filosofica, ma c’è invece una specie di “ metafisica della vita” come accettazione di un dinamismo eraclitiano in cui ogni fissità si dissolve, un individualismo non egoistico e un senso di cittadinanza universale che ricorda lo stoicismo. La reazione antipositivistica di cui è partecipe lo introduce a un vago e generico idealismo in un sofferto impegno di rinnovamento culturale, benché egli critichi la dialettica idealistica come pura e semplice logica del potere. Per lui l’avanguardia, come l’atteggiamento di “bohéme”, è un diritto una sola volta nella vita e prima dei 20 anni, mentre dopo diviene posa. Tuttavia, in quel particolare momento storico, le avanguardie erano l’estremo tentativo di difesa dei valori dell’uomo, mentre il giolittismo aveva elevato a sistema di governo il metodo del compromesso per il mantenimento dello “ status quo”. Quel tanto di irrazionalismo, che è in Serra, è sublimato da una profonda fede umanistica e dal senso del dovere senza illusioni: “Non mi occorrono altre assicurazioni sopra un avvenire che non mi riguarda; non voglio né vedere né vivere al di là di questa ora di passione”.

C’è nelle sue parole una consolazione e qualcosa di difficilmente definibile, ma di ispirazione altamente religiosa, forse interpretabile come mirabile sintesi fra la sua “ religione delle lettere” e la mazziniana etica del dovere che fa de” L’Esame di coscienza di un letterato” una opera altamente morale, ma priva di ogni sospetto di moralismo. A distanza di cento anni dalla morte anche Serra può considerarsi degno della riflessione che Tucidide riservò agli eroi: “Per gli uomini prodi, infatti, tutto il mondo è tomba e non è solo l’epigrafe incisa sul Paese loro che li ricorda; ma anche in terra straniera, senza iscrizioni, nell’animo di ognuno vive la memoria della loro grandezza, piuttosto che in un monumento”. (Tuc. Guerra del Peloponneso, II 33-46)

Mario Barnabè

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