mercoledì, 16 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

La scuola di giornalismo
dentro Montecitorio
Pubblicato il 22-01-2015


Montecitorio_Sala_stampaCredo che la sala stampa dei giornalisti accreditati alla Camera sia tuttora dov’era negli anni Cinquanta, in quel decennio in cui l’ho frequentata, subito a sinistra dopo il grande atrio che accoglie chi varca la soglia di Palazzo Montecitorio. La sala stampa ha poi una porta secondaria sul lungo corridoio che corre di fianco al cortile e finisce proprio sul Transatlantico, l’enorme salone dei ‘passi perduti’ antistante l’aula dei dibattiti.

Sala e corridoio erano il regno di una strana razza di giornalisti che difficilmente avrebbero saputo scrivere un articolo sensato, ma tutto infallibili nel captare la più breve brezza che soffiasse sul panorama politico. Erano (sono?) gli informatori. Abbordavano qualche parlamentare, poi si attaccavano al telefono, riferivano, e tornavano al loro posto di osservazione. A quel tempo, Presidente dei giornalisti parlamentari era Gaetanino Natale che era stato segretario di Giolitti e continuava a ripetere, anche a chi l’aveva già sentito dieci volte, che negli anni Venti il grande statista a chi gli chiedeva se ormai anche i cattolici venissero alla democrazia replicava profeticamente: “Ricordati che Sturzo è un prete”.

Troneggiavano su tutti i tre senatori, Napolitano, Goliardo Paoloni e Ceretto, forti della loro esperienza nel periodo fascista. Si mettevano all’ingresso del Transatlantico, fermavano qualche ministro, poi telefonavano senza lasciare mai trapelare mezza parola di quel che avevano saputo. A contrastarli c’era un giovanissimo Vittorio Orefice che giurava: io a quelli li faccio morire. Orefice era il primo a entrare a Montecitorio e l’ultimo a uscire. Aveva scoperto che la politica si faceva non solo al governo, ma anche nella sede dei partiti e con le confidenze di Piazza del Gesù, specie durante il periodo di Fanfani, cominciò a primeggiare. Inaugurò il sistema della ‘velina’. Alla fine della giornata stendeva un breve resoconto delle notizie raccolte e le vendeva ai vari giornali. Fu poi imitato, ma la sua velina rimase insuperabile.

La platea degli informatori era vasta e variopinta. Il decano “Sasà”, padre di numerosi figli, era noto perché emigrato al nord con i fascisti, alla fine di aprile a Milano, era andato a reclamare lo stipendio dai partigiani che avevano occupato qualche giorno prima la casa del fascio. Scampò per miracolo alla fucilazione.

Emilio Frattarelli, un nobiluomo che doveva guadagnarsi da vivere sapeva sempre tutto, ma non coordinava mai niente. Aveva le confidenze di Togliatti che in pratica lo usava come una cassetta delle lettere. Quando voleva mettere in circolazione qualcosa che non poteva affidare a un comunicato ufficiale, chiamava Frattarelli, gli bisbigliava all’orecchio e la notizia finiva sui giornali.

Non mancavano personaggi singolari. Rozzera amava presentarsi con un particolare biglietto da visita. Io – diceva – nella mia vita mi sono messo sempre dalla parte dei soldi; faceva una pausa e aggiungeva: e mi sono trovato bene! Gianni Zimbelli, azzimato e profumato, aveva ereditato dal padre una piccola agenzia economica finanziata dalla Confindustria e campava bene e con poca fatica. Entrava in sala stampa, dava un’occhiata in giro, alzava il braccio destro col pugno chiuso, ci appoggiava l’altro braccio, lo agitava e urlava: “Lavoratori…!”. Nei tempi di crisi girava con un lingottino d’oro nel taschino vantando la propria previdenza. Aveva scoperto un metodo infallibile di conquista, prendere l’aereo, mangiare le lumache alla Torre Eiffel e tornare a Roma nel tempo che una signora dabbene impiega per andare dalla sarta. Ai suoi numerosi fidanzamenti si opponeva regolarmente la famiglia. Ma che famiglia? “Mia moglie e mia figlia”.

Andrea Cicala era un giornalista Rai che si era giocato il posto per la sua ossessione politica: socialdemocratico, voleva assolutamente la riunione del PSI con Saragat. Aveva apposta fondato un’agenzia di stampa, la Kronos che, quando l’unità si fece quindici anni dopo (malamente e durò poco) era già passata di mano dieci volte.

Dirompente fu l’arrivo a Montecitorio di Edoardo Rossi. Era un comunista, ex redattore capo dell’Avanti!, incapace di scrivere dieci righe senza offendere grammatica, sintassi e punteggiatura, ma dotato di un senso della notizia straordinario. Si alleò con Orefice e spopolarono. Fu Rossi a far sapere che i soldi per restituire il Premio Stalin a Nenni li aveva dati Rizzoli. Nenni se ne adontò e Rossi, che era comunista e anche cattolico, gli si presentò davanti, si buttò in ginocchio e piangendo lacrime vere gli chiese perdono. Nenni mi raccontò poi che poche volte in vita sua si era sentito in imbarazzo come con Rossi inginocchiato davanti.

Romanelli, Matteo Pistone, Ciccio Lisi, Benso, e poi Aniello Coppola, Pasquale Balsamo, Luigi Pintor, inviati da Ingrao a sostituire Ciccio Longo e Alberto Piattini considerati troppo tiepidi. Impossibile ricordarli tutti. Ma quei dieci anni sono stati una ineguagliabile scuola di politica.

Franco Gerardi

Questo è l’ottavo di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 – La giustizia italiana e l’albero tagliato
5 – Il primo centrosinistra grazie a Moro e Nenni
6 – Nenni, umanità e tanta intelligenza politica
7 – Quidam de plebe, e la ‘legge truffa’  

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