venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Salario minimo garantito. Il dibattito e il ruolo dei sindacati
Pubblicato il 09-01-2015


Sul problema della garanzia reddituale è in corso da tempo un ampio dibattito che coinvolge una pluralità di Istituzioni internazionali e nazionali; a questo dibattito, anche l’Italia non è estranea. Sia pure in presenza di un’incertezza terminologica, spesso all’origine di affermazioni, soprattutto da parte di molti rappresentanti della classe politica, confuse ed infondate, l’aspetto che focalizza il dibattito è quello che si riferisce al salario minimo garantito (introdotto in Germania a partire dal 1 gennaio 2015), esprimente la rimunerazione oraria giornaliera o mensile minima che in taluni Stati è obbligatoria corrispondere alla forza lavoro dipendente. In Italia, il compenso minimo garantito non esiste e la sua determinazione è affidata alla contrattazione delle parti sociali.
Le ragioni per cui il salario minimo sta polarizzando, all’interno dell’UE, il dibattito sulle condizioni salariali della forza lavoro discendono da un insieme di ordini di fattori che Salvo Leonardi, ricercatore dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali (IRES), in un articolo apparso sul n.1/2014 del periodico “Lavoro e Diritto”, sono da ricondursi al diffondersi di situazioni che, soprattutto a causa della crisi in atto, hanno pesantemente peggiorato le condizioni di vita di larghe fasce della forza lavoro.
Tali situazioni, secondo Leonardi, sono da individuarsi in primo luogo nell’accresciuta mobilità del lavoro e del capitale che, giustificando il fenomeno della delocalizzazione di molte attività produttive in Paesi a bassi salari, ha dato luogo al rischio di “dumping salariale” ai danni della forza lavoro dei Paesi d’origine della attività produttive che hanno scelto di localizzarsi all’estero. In secondo luogo, nella forte diffusione del lavoro atipico e precario non sindacalizzato e privo della garanzia della contrattazione collettiva. In terzo luogo, all’indebolimento della capacità negoziale dei sindacati. Infine, ma non ultimo, al fenomeno del declino della quota salariale rispetto al prodotto sociale, cui ha corrisposto un aumento della povertà, anche fra gli occupati (working poor) e all’allargamento ed all’approfondimento delle disuguaglianze reddituali.
Di fronte al perdurare della crisi, l’UE, pur non avendone l’autorità formale, è intervenuta denunciando l’eterogeneità delle procedure esistenti all’interno degli Stati membri riguardo alla determinazione dei livelli minimi salariali, sottolineando l’urgenza di una politica comune (European minimum wage policy) riguardo alla determinazione del salario minimo. L’intervento dell’UE – afferma Leonardi – è così “entrato nel confronto interno al sindacato europeo e fra gli studiosi che più da vicino ne condividono elaborazione e percorsi”. Ciò ha spinto la Confederazione Europea dei sindacati (CES), a fronte della diversità delle procedure ancora vigenti all’interno dei Paesi membri dell’UE, a formulare indicazioni e indirizzi perché si stabilisca che “nessuna rimunerazione possa attestarsi al di sotto del 50% della media salariale nazionale, o del 60% di quella mediana [valore che si trova nel mezzo della distribuzione salariale]”.
I sindacati italiani, pur criticando questa direttiva, per via del fatto che dalla sua attuazione potrebbero derivare effetti ulteriormente depressivi, si sono allineati con quanti in seno alla CES sostengono “la necessità di porre fine alla linea di austerity, giudicata mortifera e fallimentare, e per l’adozione di politiche alternative ad essa”; in particolare, per l’attuazione di politiche finalizzate al rilancio da una crescita trainata da un aumento delle retribuzioni (wage-led growth) e da una domanda aggregata interna finanziata da salari giusti (fair wages), anche per ciò che attiene ai salari minimi. Se l’istanza della CES dovesse essere accolta, ai sindacati nazionali spetterebbe il compito di realizzare una governance europea della dinamica salariale, meno aperta alla sola considerazione della produttività aziendale e più orientata a contrastare l’aumento della povertà e, in generale, del costo della vita.
Una difficoltà che i Paesi europei trovano nel realizzare una governance comune della dinamica salariale è connessa al fatto che la comparazione fra i vari livelli retributivi, inclusi quelli minimi, avviene sulla base di stime basate su parametri di riferimento diversi e su valori salariali assoluti; sennonché, i raffronti fra cifre assolute non consentono di valutare realisticamente le condizioni di vita esistenti all’interno dei singoli Paesi, in quanto quei confronti non sono correlati ad uno “standard statistico” che tenga conto del diverso potere d’acquisto del quale possono disporre i cittadini di ogni singolo Stato.
Limite, quest’ultimo, che impedisce di valutare con sufficiente approssimazione la consistenza del fenomeno dei “working poor”, il cui aumento è causato dal basso livello dei salari medi; fra i Paesi europei in cui questo fenomeno è più esteso deve essere inclusa l’Italia, per via del fatto che recenti ricerche sul campo attestano che i salari medi italiani sono tra i più bassi. L’unico modo, perciò, per contrastare la povertà crescente è quello di riflettere sul modo migliore in cui regolamentare in modo coordinato a livello europeo la determinazione del salario minimo, considerando che la sua funzione sociale è quella di contrastare la povertà. Leonardi conclude, osservando che, non esistendo correlazioni chiare e univoche tra gli strumenti regolativi adottati nei diversi Paesi e la qualità delle politiche salariali, incluse quelle sui minimi, perde significato la discussione, che spesso impegna i sindacati più del dovuto, se sia meglio adottare per la determinazione dei livelli dei salari minimi soluzioni normative oppure contrattuali.
In linea teorica, il salario minimo per legge, pur presentando indiscutibili vantaggi, quale quello di evitare gli effetti negativi della diminuzione del numero dei lavoratori dipendenti a vantaggio delle forme di lavoro atipico, presenta però lo svantaggio di tendere a stabilire standard di salari minimi mediamente più bassi rispetto a quelli stabiliti su basi contrattuali; per contro, la determinazione contrattuale dei minimi salariali, se consente di determinare livelli mediamente superiori a quelli stabiliti su basi normative, presenta però il grande svantaggio che la contrattazione sindacale non copre più l’intera platea della forza lavoro, a causa del diffondersi delle forme di lavoro atipico e precario.
Dalle considerazioni che precedono consegue che l’eterogeneità delle procedure seguite all’interno dei diversi Paesi sarà sempre di ostacolo all’acquisizione di una governance della dinamica salariale univoca; si ha l’impressione, tuttavia, che l’”attaccamento” delle organizzazioni sindacali alle procedure che si sono radicate all’interno dei singoli Paesi sia la conseguenza di un malinteso ruolo del sindacato; questo, oltre che dedicare energie intellettuali ed organizzative alla sola ricerca delle forme migliori con cui regolare la contrattazione o la disciplina normativa della dinamica salariale, forse sarebbe il caso, soprattutto in Italia, che decidesse di dedicare una parte delle energie profuse nell’esercizio della sua attività alla progettazione delle linee di politica economica con cui fuoriuscire dalla crisi, evitando di lasciare alla sola “fantasia” imprenditoriale e politica un’incombenza che, allo stato attuale, è al di là degli interessi immediati e delle capacità progettuali sia della classe imprenditoriale che di quella politica.

Gianfranco Sabattini

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