venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Celso Vassalini:
Non c’è democrazia senza partiti
Pubblicato il 27-01-2015


Il nostro Parlamento dovrà eleggere tra poco un nuovo presidente della Repubblica. Nessuno ignora quanto questa carica sia ambita per i poteri che contiene e per l’immagine che conferisce e che attorno ad essa si accenderanno contrasti e vivaci ambizioni. La domanda che mi pongo: Questi Leader politici possono essere il nostro riferimento? Il Paese è costantemente impaurito, quali sono i nostri Padri?

Non è facile infatti, trovandoci in una situazione di grande difficoltà, fare riferimento a qualche grande personaggio nel quale identificare un “Padre”, un Padre che ci possa imprimere” il giusto rispetto” per una Autorità che manca veramente! Guardiamo forse troppo in alto? bisognerebbe cercare di abbassare il livello della ricerca?

Personalmente inviterei tutti a rivedere con nuovi occhi, se non l’avete già fatto, la Costituzione della Repubblica Italiana ” non è male”! sono solo 139 Articoli più 18 disposizioni transitorie e finali che, se riletti, aiutano a capire “Tutto”!

La Costituzione contiene dettami, regole per “Risorgere”, per non lasciarci andare… Eravamo ancora negli anni ’80 e in Italia il PSI stava appena prendendo piede, dopo il quarantennio fascista e quindi la guerra. La cultura collettiva del Paese risentiva ancora dei pregiudizi, che rendevano difficile cogliere il senso dei partiti-riformisti e progressisti nel nuovo assetto democratico. Fu il professor Giuliano Amato a spiegarmelo e a chiarirmi che l’indole democratica di quell’assetto era strettamente legata al fatto che in esso nessuno avrebbe potuto avere la pretesa, e la prerogativa, di rappresentare la totalità degli italiani e di essere l’interprete unico del bene comune.

La democrazia prende atto che nella società vi sono esigenze e orientamenti diversi e che ciascuno di essi deve avere una sua rappresentanza e una sua espressione. I partiti sono appunto i rappresentanti di queste parti e sono i loro interessi e i loro valori ciò che essi portano nella prospettiva che offrono alla comunità nazionale. Proprio per questo sono e restano parti e il bene comune degli italiani nascerà dal confronto e dall’incontro fra di loro, nel contesto pluralista di cui vive la democrazia. La democrazia è un tutto costruito dalle sue parti, mentre tipico del fascismo e dei regimi totalitari-populisti è consentire a una sola parte di identificarsi col tutto.

Questa vecchia lezione di Giuliano Amato mi tornava in mente ieri, mentre veniva eletto primo Cittadino Presidente della Repubblica. In essa Giuliano segnala quello che gli pare un fenomeno inquietante e cioè il ritorno di movimenti politici che “non ammettono di essere una parte tra le altre, appunto partiti, ma si pensano come totalità”. Così è, principalmente, il Movimento Cinque Stelle, ma non da solo, giacché questo tratto è comune a tutti i raggruppamenti che si auto eleggono rappresentanti della “società civile” e bollano gli altri come abusivi, prevaricatori ed espressioni di caste comunque sprovviste di legittimazione popolare.

Ha ragione Giuliano, è un fenomeno inquietante perché nega uno dei tratti fondanti della democrazia, la parzialità di tutti e di ciascuno, e quindi la legittimazione reciproca che in democrazia le parti si devono fra loro. Né possiamo accettarlo e subirlo per il sol fatto che capiamo le ragioni da cui esso è nato e in qualche modo ne siamo partecipi noi stessi. È vero infatti che ci sono abusi, che ci sono prevaricazioni, che ci sono intollerabili diseguaglianze ed è quindi sacrosanta l’indignazione di chi se ne indigna. Tuttavia non si può fare di ciò il presupposto legittimante di movimenti che pretendono, appunto, di rappresentare l’intera società e che, su questa premessa, insultano tutto e tutti, lanciano anatemi, diffondono falsità su altri, organizzano gogne, offendono così alla radice quel culto dei diritti su cui asseriscono di essere fondati e si propongono esplicitamente di realizzare sino in fondo la loro pretesa di rappresentanza totalitaria, giungendo con questi metodi al 100% del voto popolare. Sarà bene che chi crede sinceramente alla democrazia se ne renda conto e ne tragga le conseguenze. In troppe vicende, anche recenti e di elevata importanza, abbiamo assistito a sbandamenti, accondiscendenze e confusioni. Si può ben condividere l’indignazione per un male, ma questo non significa unirsi a chi lo vuole curare con un male peggiore. Di sicuro, come diceva il Prof. Giuliano Amato, l’antipartito non ha mai portato da nessuna parte. Mentre di partiti migliori, e di nuove generazioni che vi provvedano, c’è urgente bisogno.

Auspico che l’Italia abbia presto al Quirinale, uomo o donna che sia, una persona capace di infondere a tutti i cittadini il coraggio necessario per superare la crisi. Esprimo ancora un forte ringraziamento al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Celso Vassalini

 

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Commenti all'articolo
  1. La vita di partito ci ha abituato a discutere, confrontarci, e decidere, in buona sostanza ci ha dato un “metodo” per formarci una OPINIONE, su piccole e grandi questioni, un metodo che mi sono portato dietro nonostante siano trascorsi parecchi anni da allora, almeno così mi pare.

    Ovviamente mi sto riferendo alla mia generazione, e alla mia esperienza, quando funzionavano gli organismi di partito ai vari livelli, e questo è continuato anche dopo che il PSI si trovò con una forte LEADERSHIP nazionale, a dimostrare quale fosse il suo DNA, e la sua innegabile capacità di fare in modo che una guida autorevole e “decisionista” non portasse a “svuotare” la tradizionale organizzazione del partito, la quale, peraltro, ha quasi sempre evitato i rischi dell’assemblearismo.

    L’impressione è che le LEADERSHIP di oggi, per una molteplicità di motivi sui quali non è qui il caso di soffermarsi, portino invece a ridurre pian piano il dibattito “vero” all’interno dei rispettivi partiti, e sembra inoltre che, per una sorta di proprietà transitiva, anche la società nel suo complesso tenda ad affidarsi a qualcuno in maniera abbastanza acritica, quasi a camminare verso una sorta di “uomo solo al comando” le cui proposte o decisioni divengono, a loro volta, una sorta di “prendere o lasciare”, che concede poco o nulla spazio alla CRITICA e al dissenso, o addirittura al confronto, e forse c’è chi apprezza questo “metodo” perché ti deresponsabilizza e non ti richiede di interrogarti o farti una opinione sull’uno o l’altro problema (dal momento che c’è chi lo fa al posto tuo).

    Paolo B. 27.01.2015

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