mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Christian Bosco: Ripartire dal Psi per cambiare il Sistema
Pubblicato il 09-01-2015


“Ho voluto in questo breve articolo trattare generalmente i problemi della nostra Italia, anche se questi meritano di essere approfondite nelle sedi opportune, cominciando dal prendere in considerazione le singole Istituzioni, trovarne i problemi e risolverli. Ho voluto parlare del concetto di «egemonia»  tramite il quale poter comprendere perchè anche le assurdità vengano chiamate riforme e infine ho voluto dare un’idea della via socialista da intraprendere, lasciando ai singoli la possibilità di elaborare un progetto che rispecchi le condizioni storiche del momento e che riesca sempre a camminare per vie nuove senza mai perdere la via maestra. Il socialismo non è qualcosa che puo’ rimanere chiuso in poche parole, ma lo si deve vivere portadolo avanti e coinvolgendo le persone, che devono a loro volta mandarlo avanti casa per casa, strada per strada, paese per paese.”

Sono passati 123 anni dalla fondazione della prima grande forza politica della sinistra italiana:il glorioso Partito Socialista Italiano. Quando nel lontano 1892 il PSI faceva la sua comparsa, i problemi inerenti l’Italia facevano capo alla disoccupazione, allo sfruttamento del lavoro, alla crisi sociale e politica, all’annichilimento della personalità umana considerata come una mera macchina da parte dei gruppi economici e sociali egemoni. Sono pure passati ben sessant’anni da quando i governi reazionari della DC, da De Gasperi a Scelba, fino a Tambroni, ordinavano alla forze dell’ordine di caricare o addirittura sparare contro la folla che protestava per avere maggiori diritti e dignità.

Oggi, nel 2015, sembra che le cose non siano cambiate affatto. Anzi, sono le stesse di tanti e tanti anni addietro. Eppure si cerca di nascondere o, meglio, stigmatizzare la realtà, facendo sì che il principio generale per cui un governo reazionario agisce sia chiamato riformismo. Una parola usata e abusata nella contemporaneità. È utile, a riguardo, prendere in considerazione il concetto di egemonia elaborato dal compagno Antonio Gramsci, secondo il quale le classi dominanti in un determinato stato e in un determinato periodo storico impongono i propri valori politici, morali e intellettuali a tutta la società, facendo sì che questi siano considerati giusti e intoccabili col solo scopo di saldare e gestire il potere intorno a un senso comune condiviso da tutte le classi sociali, anche quelle subalterne che sono di fatto oppresse da un sistema profondamente ingiusto.

I nuovi dati dell’ISTAT sulla disoccupazione, che vedono un aumento della massa dei disoccupati, arrivati a toccare quota 13,4% per i “padri di famiglia”, per un totale di 3 milioni e 457 mila, e quota 43,9 % per i giovani dai 15 ai 24 anni, per un totale di 749 mila, sono la chiara espressione del mancato eseguimento di una politica occupazionale che possa produrre posti di lavoro e, quindi, eliminare la sfera del malessere generale di natura sociale che nella nostra Italia si è ben radicata da vent’anni a questa parte.

La chiave di lettura per poter comprendere e anche superare la crisi socio-economica del nostro Paese è da intravedersi non solo in fattori interni ma anche, e maggiormente, in fattori esterni. Per quanto riguarda i fattori interni ci si deve soffermare sull’antipolitica che dal ’92 a oggi ha reso l’Italia vittima di particolarismi di matrice meramente opportunista, come durante i vari governi Berlusconi, e di una falsa sinistra post-comunista incapace di gestire i problemi che attanagliavano l’Italia di quegli anni e che ancora oggi continuano a farsi sentire. Infatti si nota come a partire proprio dagli scandali che hanno coinvolto tutti i partiti della Prima Repubblica non si sia ancora riusciti a mettere in atto una politica che riformasse le istituzioni, che riducesse le disuguaglianze sociali che, invece, si sono accresciute sempre più, e che facesse si che la sfera del malessere generale dovuta all’incombenza sempre presente di una crisi internazionale non si sfaldasse con una politica di accrescimento dell’impiego in primo luogo possibile con un aumento concreto della spesa pubblica, con l’eliminazione della corruzione, rappresentante la più grande piaga della nostra Terra, e con una politica sociale che riuscisse ad arginare la povertà. Tutte queste inadempienze sommate insieme hanno creato un vuoto politico o, per meglio esprimersi, una vera e propria spaccatura tra società civile e forze politiche, venendo in atto innanzitutto una scarsità di fiducia nei partiti, che dapprima rappresentavano il mezzo attraverso il quale far sentire la propria voce e che oggi sono visti come “il male della società”. È solo su questo campo che si comprende il motivo per cui Matteo Renzi sia riuscito in breve tempo a ottenere dapprima la guida del PD e successivamente quella del Governo. Ma si è sbagliato su un punto: denominarsi inizialmente socialdemocratico per il solo scopo di arrivare al  potere e, una volta ottenuto questo, attuare una politica reazionaria di destra pari a quella della Democrazia Cristiana degli anni ’50. Mettersi contro la classe lavoratrice lo sta portando verso la sua disfatta. Infatti,il Jobs Act che doveva rappresentare una riforma per  mezzo della quale creare posti di lavoro si sta dimostrando uno smantellamento dei diritti dei lavoratori per cui i socialisti lottarono per anni e che raggiunsero con l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori grazie al compagno Ministro del Lavoro Giacomo Brodolini. Anche per quanto riguarda questo atto si è messo in scena il concetto di egemonia di cui ho parlato poco prima. Infatti lo stesso articolo 18 viene considerato un “totem anni settanta”, anche da molti personaggi che si definiscono di sinistra, forse perché non hanno mai lavorato o perché non hanno mai letto il suddetto articolo che tutela i lavoratori da licenziamenti ingiusti. Anche se oggi l’ingiusto è giusto perché la società lo considera vecchio, ormai passato e quindi da riformare, pur non comprendendo cosa sia una vera riforma. O cosa sia la riforma in sè, se questa sia migliore o peggiore di ciò  che viene definito “vecchio”. Lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, purtroppo, non è che solo una delle tantissime incongruenze di questo governo. Un’altra, per citarla, è il fatto che il PD, da sempre consideratosi l’erede del PCI, non stia più con gli indifesi, i giovani e i lavoratori tutti, bensi con i banchieri e le elite del mondo economico. Come dice Maurizio Landini,  Renzi va a farsi le cene da mille euro a testa con “quelli della Leopolda”, mentre gli operai con quella somma devono campare un mese. Questo spostamento a destra è stata anche la causa della fuoriuscita di molti compagni comunusti che ricordano ancora la lotta di classe e il milione e mezzo di iscritti al PCI. La politica di questo governo in poche parole si dimostra inconcludente nel risolvere le esigenze che attanaglia il popolo e che non riescono a far sviluppare la nostra Italia. Insomma, sono passati i beati tempi di quando, con il governo socialista di Bettino Craxi, l’Italia era la quinta potenza mondiale economica e la seconda per indice di sviluppo.

Per quanto riguarda invece i fattori esterni è da prendere in considerazione in primo luogo l’accentramento del potere in Europa dei gruppi egemoni del mondo capitalista, che hanno fatto si che dall’Europa dei popoli si arrivasse all’Europa delle banche, dei meri interessi particolari di alcuni gruppi che detengono il potere economico e che pertanto cercano di tenere sotto scacco il potere politico.Il cosiddetto “imperialismo economico”. Basta vedere che oggi non si muove ciglio se non voluto dalla BCE e dalla Germania, che con la politica dell’austerità hanno fatto si che l’Italia e molti altri Stati, come la Grecia, non riuscissero ad uscire da questa crisi globale. Ed è proprio la globalizzazione il motivo primario che ha fatto si che l’intero “mondo capitalista” cadesse in crisi. Infatti le relazioni tra stati sono intessuti in maniera tale che se uno di essi subisce una perdita tutti gli altri per conseguenza subiscono la stessa, anche in proporzioni maggiori. Si tratta quindi di problemi strutturali che un paese può superare solo rivoluzionando questo sistema vigente che si presenta fragile e, per dirlo a chiare lettere, fallito.Il primo passo per l’Italia è quello di riconquistare la propria sovranità per quanto riguarda le scelte economico-statali, cominciando dal rinegoziare il Trattato di Maastricht che ha fatto sì che l’industria di Stato venisse svenduta. Poi bisogna aumentare la spesa pubblica, per fare si che le piccole e medie imprese riescano a riprendersi e per rimettere in moto l’economia. Questa scelta ha come diretta conseguenza la diminuzione della sfera del malessere sociale di cui parlavo poco addietro. In seguito e con maggiore forza si deve eliminare la corruzione presente negli organi di potere, che come dicevo prima rappresenta la maggiore piaga italiana, e la inefficienza e incompetenza nelle istituzioni, che devono sempre essere pronte a dare risposte veloci. Quindi bisogna anche rivedere la moneta unica, che non può favorire un solo stato a discapito di tutti gli altri. La scelta da farsi è quella o di ritornare alla “moneta nazionale”, potendo in questo modo usare il vecchio e sempre efficace metodo della maggiore produzione di denaro che ha fatto si che l’Italia si riprendesse sempre dalle precedenti crisi, oppure quella di suddividere l’Europa in due fasce monetarie diverse, facendo si che per il “Sud Europa” vi sia la possibilità concreta di svilupparsi e di essere al pari del “Nord Europa”.

Bisogna dunque superare il capitalismo finanziario, eliminando dapprima il ruolo egemone che i gruppi economici privati esercitano sulla vita della società, e puntare alla socializzazione dei mercati, cioè a un mercato in cui alla base vi sia il valore d’uso della merce e non la centralità del profitto, e, quindi, al superamento del mercato “massimalista” che punta a maggiorizzare la quantità dei prodotti scatenando in questo modo l’anarchia della produzione e dei commerci e quindi le crisi di sovrapproduzione. A questo scopo possono e devono concorrere le istituzioni della democrazia politica, affinchè sia conferito allo Stato il potere di pianificare l’uso delle risorse nazionali secondo criteri di interessi nazionali. Questo intervento pubblico diretto nella produzione deve dunque servire a risolvere le esigenze economico-sociali, senza però deprimere il meccanismo economico che andrebbe ad  intaccare l’efficienza e la capacità produttiva delle aziende e del mercato.

La posizione di preminenza data così al popolo in generale e non a piccole elite farò si che le disuguaglianze sociali diminuiscano, che le porte della libertà si aprano nuovamente innanzi all’uomo e che splenda di nuovo il sol dell’avvenire socialista.

La presa di coscienza e la conoscenza della realtà è fondamentale affinchè il cambiamento possa verificarsi, perchè il socialismo non è un ideale anacronistico o “vecchio”, qualcosa di cui non deve più parlarsi, per il semplice motivo che finchè ci saranno ingiustizie li ci sarà un socialista che cerca di eliminarle. Infatti essere socialista significa battersi per la libertà e la giustizia sociale. Significa eliminare le disuguaglianze sociali, la prevaricazione di un uomo su un altro uomo e significa stare da una parte sola:quella dei lavoratori, dei giovani e delle nuove fila degli oppressi, cioè disoccupati, inoccupati e precari. Il fine del socialismo è la costruzione di una società migliore in cui al centro non venga messo il denaro ma l’essere umano, inteso nel sistema capitalista come una macchina da sfruttare quasi fosse una cosa, un mero oggetto. È per questo che la lotta unitaria dei socialisti deve essere oggi intrapresa per rivoluzionare un sistema profondamente ingiusto fondato sulla prevaricazione e proprio sull’ingiustizia. È il ruolo centrale non può che averlo il PSI, che deve rappresentare e riunire le anime sparse del socialismo italiano anche e soprattutto facendosi riferimento parlamentare della CGIL, della UIL e di tutti i sindacati di sinistra che ancora oggi hanno a cuore le sorti e i diritti dei lavoratori.

Concludo rivolgendomi ai tanti giovani che come me vogliono vedere un’Italia migliore: cominciate a lottare per i vostri diritti, per la libertà di vivere una vita dignitosa, per la giustizia, per la pace e per avere un mondo in cui non ci siano più uomini in catene. Organizziamoci e cominciamo a lottare innanzitutto nella nostra città per poi  unirci in fitta schiera, perchè l’unità fa la forza e se questa è composta da persone giovani con idee giovani mai potrà essere sconfitta, neanche dalla più tenace dittatura o falsa democrazia. Non dobbiamo aspettare che il cambiamento avvenga da solo ma adoperarci noi stessi affinchè questo avvenga.

Christian Bosco

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