domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Isabella Ricevuto :
ci saranno ancora
degli “Oui, mais”?
Pubblicato il 16-01-2015


E’ questa la domanda che campeggia nella pagina centrale del n.1178 di Charlie Hebdo, quello della tiratura post strage, tiratura così mega, che Charlie, è arrivato anche nel mio paesello. Ci tenevo a leggerlo. Anzi, prima ancora, a comprarlo. Come tanti, che hanno sentito l’esigenza di fare qualcosa, di piccolo, ma significativo. Una testimonianza un pochino più forte di portare per qualche giorno il “Je suis Charlie”  all’occhiello.

La laicità, punto finale. Compratelo, leggetelo, ne vale la pena. Nell’editoriale a firma di Gérard Briard si sottolinea un punto fondamentale. “Nous allons espérer qu’a partir de ce 7 janvier 2015 la défense ferme de la laicité va aller de soi pour tout le monde” (Noi speriamo che la difesa ferma della laicità sia il valore universale per tutto il mondo). Prosegue: che si smetta, per posa, calcolo elettorale o ignavia di legittimare o tollerare quel relativismo culturale che apre la strada a una sola cosa: al totalitarismo religioso. Quel relativismo che giustifica. Troppa gente dice: Sì, io condanno il terrorismo, ma quelli di Charlie Hebdo hanno gettato l’olio sul fuoco…Sì, io sono charlie, ma se lo sono anche cercato…Sì, non si uccidono i vignettisti per così poco, ma…

E’ quel “si, ma” che fa male. Solo i principi dell’universalismo laico ci permetteranno di evolvere in una società planetaria multirazziale pacifica e coesa. Ci credo poco, ma bisogna essere ottimisti. E battersi per l’affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo, dell’eguaglianza, della libertà, della fratellanza. Tutti valori che il totalitarismo delle religioni, di ogni religione, affossa  non appena essa abbandona il terreno della più stretta intimità e scende sul terreno politico. Per affermare il proprio credo religioso si uccide, eccome! Lo hanno fatto anche i cristiani, in modo sanguinoso. Si nega l’uguaglianza, eccome! Non lo fa solo la religione islamica. Basti considerare la posizione della donna nella gerarchia cattolica, ma anche gli ebrei non mi risulta siano messi meglio.

Per questo, concludo con le parole di Gérard Briard: “I milioni di persone anonime, tutte le Istituzioni, tutti i capi di Stato e di governo, tutte le personalità politiche, intellettuali e dei media, tutti i dignitari religiosi che questa settimana hanno proclamato ‘Je suis Charlie’ devono sapere che questo vuole anche dire “Io sono la laicità”.

Isabella Ricevuto Ferrari

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Commenti all'articolo
  1. Quanti “si, ma” oppure “no, ma”, e altri “distinguo”, sentiamo dire in una normale giornata discorrendo con le più disparate persone dei più svariati argomenti, anche importanti, persone che esprimono in tal modo posizioni “intermedie” sia per reale ed autentica incertezza, ovvero per non sbilanciarsi, o anche perché hanno una mentalità accomodante e vorrebbero quindi che non si scontentasse nessuno (ossia, per dirla in altro modo, desidererebbero che si trovasse sempre il modo di conciliare i diversi punti di vista).

    Sarebbe certamente meglio che ciascuno di noi avesse idee nette e precise su tutti i problemi che si trova a dover affrontare la nostra società – anche perché ve ne sono alcuni per i quali non è semplice trovare il giusto punto di mediazione – ma credo che sia un segno di laicità ammettere ed accettare che come singoli possiamo essere esitanti e irresoluti, anche perché cresce il numero e la complessità delle questioni da affrontare, e non è sempre facile maturare un’opinione, a meno che non si ragioni su base ideologica (il che , però, è abbastanza poco laico).

    Un tempo c’erano i partiti, segnatamente quelli non dogmatici, che ci abituavano e aiutavano a formarci un’opinione, anche tramite confronti interni appassionati e franchi, e potevano semmai orientarla, senza ovviamente imporla, mentre adesso dobbiamo cavarcela da soli, e anche questo può favorire il nascere e il moltiplicarsi dei “sì, ma” ovvero dei “no, ma”.

    Comunque, a me personalmente, più che le indecisioni individuali, preoccupano quelle che sembra mostrare più di uno Stato del “Vecchio Continente”, diviso, ad esempio, tra l’affermazione dell’identità e dell’orgoglio nazionale, e un sentimento opposto, che tende al nichilismo, il che mi pare un atteggiamento abbastanza chiaro di titubanza (salvo che la mia impressione sia infondata) che non ci aiuta di certo a superare i nostri “sì, ma” e “no, ma”.

    Paolo B. 16.01.2015

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