martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Paolo Bolognesi:
Tasse su e Paese giù
Pubblicato il 19-01-2015


Sul finire dell’anno appena concluso, in mezzo ai discorsi che nascono ai tavoli del bar, un signore abbastanza avanti di età, ma ancora molto lucido di intelletto, si chiedeva, senza trovare una risposta per lui convincente, come mai ai tempi suoi il livello complessivo di tassazione fosse sostanzialmente basso, tanto da non costituire motivo di preoccupazione, e i conti pubblici nondimeno in ordine, con una economia che “tirava”, e pochi sprechi, mentre oggigiorno succede l’esatto contrario o quasi (anche le notizie sulle previsioni PIL 2015 sembrano poco confortanti).

Li ricordava anche come gli anni in cui si viveva di fatto all’insegna del “piccolo è bello”, dal momento che nella via o nel quartiere ci si conosceva un po’ tutti, e uscendo dall’uscio di casa si trovavano dietro l’angolo “botteghe” ed esercizi commerciali a conduzione massimamente famigliare – quelli che oggi sono definiti negozi “di vicinato” – dove si poteva scambiare quattro chiacchiere, e che in gran numero hanno poi “chiuso battente”, e rammentava nel contempo un fiorire di piccole e medie imprese.

A mia volta, se vado indietro con la memoria agli anni dell’adolescenza e giovinezza, rivedo un “brulicare” di attività, per le quali capitava anche di darsi vicendevolmente una mano, come chi, trasferitosi in città dalla campagna, non mancava di aiutare i propri familiari o parenti rimasti a coltivare la terra, specie nel momento dei raccolti, quando c’era bisogno di altre “braccia”, ricevendone solitamente in cambio prodotti per la dispensa e la tavola. Oggi questa “reciprocità”, che tornava utile ai rispettivi bilanci famigliari, sarebbe abbastanza complicata, o forsanche impossibile, per via delle norme attualmente operanti.

Orbene, quell’insieme di attività sostanzialmente autonome produceva economia, occupazione e reddito, e provvedeva per così dire a se stesso, senza gravare sulla finanza pubblica, e nel contempo il sistema pubblico aveva una buona dotazione di personale: mi vengono alla mente i cantonieri sulle strade di ogni ordine, gli addetti ai canali di irrigazione, i bidelli delle scuole, i netturbini, per dire delle figure che capitava di incontrare più spesso nel nostro quotidiano di bambino e ragazzo, oltre naturalmente ai vigili urbani e, sempre nelle mie reminiscenze, parchi e giardini municipali erano per solito ben curati e custoditi. Viene quindi da dire che tra versante privato e parte pubblica vigeva un buon equilibrio, e la seconda non esternalizzava quasi mai le sue funzioni né si vedeva costretta a dover apportare “tagli” o fare retromarce.

Io non so se qualcuno possa aver associato quel modello sociale alla “Italietta” di inizio novecento, causa i limiti e il provincialismo che vi si poteva ravvisare, ma i suoi conti pubblici reggevano piuttosto bene, e si cercò al tempo stesso di ovviare agli innegabili scompensi sociali dell’epoca, rafforzando via via la rete dei servizi, essenziali e non, e cercando di dar loro il carattere della universalità, un principio per sé ineccepibile ed impeccabile sul piano dottrinale ma che nella pratica ha poi cominciato a vacillare (con un progressivo corredo di effetti).

Sotto spinte diverse – fra cui l’autoalimentarsi della domanda, e dei bisogni, anche su impulsi ideologici – l’espansione dei nuovi servizi ha infatti assunto dimensioni e logiche tali da dimenticare talvolta l’ordine delle priorità e da divenire un fortissimo e quasi incontrollabile motore di spesa, cui si è cercato di far fronte aumentando il carco fiscale per le classi ritenute più abbienti, e chiamandole poi a concorrere alla spesa stessa, in proporzioni che sembrano andate ben oltre la normale quota di solidarietà, e col rischio che l’asticella della presunta “ricchezza” venga sempre più abbassata, giusto per ampliare la base di prelievo e far dunque più “cassa”.

La morale è che vi sono fasce di popolazione che si trovano a pagare sempre di più, pur godendo poco o nulla di taluni “ombrelli” sociali, come quando avessero a restare senza lavoro. Grosso modo è un po’ come il caso di chi, sapendosi destinatario di una pensione piuttosto bassa, e proponendosi di integrarla, investe i suoi risparmi in un immobile, confidando nella rendita che ne potrà ricavare, e si trova invece con inquilini che non versano l’affitto, e senza poter riavere la disponibilità dei locali, mentre gli resta il peso di tutte le imposte che gravano sulla casa.

A me pare che ciò non corrisponda ad un criterio di equità, e, oltretutto, questa pressione fiscale, che molti vivono come un ingiusto “salasso”, non sembra aver prodotto alcun beneficio sui conti pubblici e sulla tanto invocata ripresa, né alleviato efficacemente le nuove “povertà”, mentre più di un ceto produttivo continua a perdere fiducia e motivazione, dato di non poco rilievo, e credo pertanto che la cultura liberal-riformista dovrebbero dissociarsi con fermezza da una tale linea di politica socio-economica.

Paolo Bolognesi

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Commenti all'articolo
  1. Mi piace questo suo scritto, concordo. Le chiedo da ignorante in materia: che sia anche o soprattutto colpa dell’immensa evasione fiscale (tra 100 e 200 miliardi di euro l’anno) a giustificare lo stato di cose in cui ci troviamo? Saluti socialisti!

  2. Io non so se all’epoca vi fosse evasione e in quale misura, posto che la mia giovane età non mi portava a fare valutazioni di questo tipo, ma non ricordo che esistesse un problema tasse, o imposte varie, nel senso di sentirne costantemente parlare come accade oggi, quasi ovunque.

    Sempre che la memoria non mi tradisca, mi sembra che allora vigesse, sul piano fiscale, la cosiddetta “ricchezza mobile”, che forse non era molto “esosa”, ed è così successo che ognuno investisse la maggior parte dei propri guadagni ed utili – beninteso chi riusciva a risparmiarli, ma in giro c’era molta operosità e voglia di fare – secondo criteri propri, e c’è da pensare che anche da qui abbia preso avvio il “miracolo economico italiano”, vista la coincidenza cronologica dei fatti, pur se questa è materia da analisti esperti del settore.

    Quanto al recupero della odierna evasione – ammesso che sia dell’ammontare che viene ipotizzato, dal momento che le stime al riguardo non paiono semplici – c’è chi si domanda come verrebbe impiegata tale risorsa finanziaria, una volta che si riuscisse a recuperarla, in tutto o in parte, e c’è anche chi teme che, non utilizzandola al meglio, potrebbe poi ingenerare nuove spese e nuove tasse (sto facendo una considerazione del tutto contabile, che esula dagli aspetti etici e morali).

    In ogni caso, resta il fatto che ci sono fasce di popolazione che pagano regolarmente il dovuto, e che si trovano con un carico fiscale che per non pochi sta diventando insostenibile, fino a mettere a rischio la prosecuzione della propria attività (è un po’ come se in un gruppo di ragazzi, di cui uno ha compiuto una marachella, si mettessero in castigo tutti se non salta fuori il “colpevole”). Mi sembra francamento una cosa non equa, e mi verrebbe da dire un po’ “illiberale”, ma è senz’altro possibile che altri la pensino diversamente.

    Paolo Bolognesi 21.01.2015

    • LO SCRITTO DI BOLOGNESI è condivisibile…Tuttavia i sacrifici potrebbero essere chiesti da persone come PERTINI, che vivevano in modo spartano, non certo da questa classe politica…eccezioni a parte.

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