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Opinioni e commenti
 

Uno Stato palestinese per salvare Israele
Pubblicato il 20-01-2015


Alon1Il prossimo venerdì verrà votata alla Camera – salvo imprevisti – la mozione, per il riconoscimento dello Stato Palestinese presentata dai parlamentari socialisti, prima firmataria Pia Locatelli, e sottoscritta da decine di altri parlamentari di tutti i gruppi. In caso di approvazione, l’Italia si sommerebbe ad una lista di 9 paesi, tra cui la Francia e la Gran Bretagna ad aver riconosciuto lo Stato Palestinese.

Il riconoscimento dello Stato Palestinese è forse una delle ultime occasioni che abbiamo per garantire ad Israele il suo futuro come Stato allo stesso tempo democratico ed ebraico“, ha detto all’Avanti! Alon Liel, già ambasciatore di Israele e ideatore dell’appello dei mille intellettuali per il riconoscimento della Palestina, uno degli invitati presenti al convegno sul processo di Pace promosso dai parlamentari socialisti.

In previsione del voto, infatti, nella giornata di giovedì, alla camera dei Deputati, alle ore 12, presso la Sala del Mappamondo, avrà luogo un dibattito tra le due parti in causa, israeliani e palestinesi. Alla discussione, introdotta da Pia Locatelli, coordinata dall’ex direttore del Tg2, Alberto La Volpe, e chiusa dal capogruppo del PSI, Marco Di Lello, partecipano, oltre allo stesso Liel, il presidente del comitato politico dell’assemblea legislativa palestinese, Abdullah Abdullah; Shaath Nabil, capo negoziatore ai colloqui di pace ed Ester Levanon Mordoch, dell’esecutivo del Meretz.

Ambasciatore Liel, lei è l’ideatore dell’appello firmato da mille intellettuali per il riconoscimento della Palestina. Cosa l’ha portata a prendere questa posizione?

Semplicemente ritengo che battersi adesso per il riconoscimento dello Stato Palestinese è forse una delle ultime occasioni che abbiamo per garantire ad Israele il suo futuro come Stato allo stesso tempo democratico ed ebraico. Ribadisco, bisogna farlo adesso, soprattutto dopo l’impulso dato dalle risoluzioni sul riconoscimento da parte di 8 paesi membri dell’Unione e dello stesso Parlamento Europeo.

Un bel passaggio dopo un’intera carriera diplomatica a servizio dello Stato di Israele…

Vede, non molto tempo fa mi trovai ad una conferenza in cui si affrontava il problema dei due Stati e mi resi conto che molte persone erano pronte ad accettare anche la soluzione dello Stato unico. A quel punto ho capito che bisognava fare qualcosa.

Secondo lei cosa mette davvero a rischio la doppia natura di Israele, quella di Stato ebraico e democratico?

Lo Stato unico con due nazionalità ha delle implicazioni ineludibili: data la situazione attuale, se dichiarassimo un’entità unica che comprende West Bank e Gaza ci troveremmo ad avere 6 milioni di cittadini ebrei e 5 milioni e mezzo di arabi di cui già un milione e mezzo cittadini israeliani. A quel punto dovremmo scegliere, appunto, se rimanere uno stato ebraico, creando una situazione di apartheid e discriminazione verso 4 milioni di persone, oppure se rimanere democratici perdendo la caratteristica di Stato degli Ebrei, cosa che non sarebbe permessa. Io non voglio vivere in uno stato di apartheid: io sono israeliano ed ebreo, ma sono anche un democratico. Di più: io non pratico l’ebraismo, non sono religioso, ma pratico la democrazia in ogni momento. Io sono un democratico praticante, non un ebreo praticante. Sono nato in Israele e i miei genitori hanno creato uno Stato che è democratico oltre che ebraico. Se perdessimo una di queste due componenti non saremmo più Israele.

Se gli israeliani fossero costretti a scegliere per cosa opterebbero?

La maggioranza sceglierebbe di rimanere uno Stato Ebraico. Ma, in ogni sondaggio, almeno il 25-30 per cento sceglie la democrazia: data la particolare situazione che viviamo, e le ragioni stesse che hanno portato alla nascita di Israele, questo è un dato importantissimo. Io non lascerei mai Israele, per niente al mondo, e naturalmente voglio che sia uno Stato ebraico. Ma, se vivessi in un Paese che nega diritti a 4 milioni di persone combatterei il mio Stato, in maniera democratica, ogni giorno, e non potrei identificarmi con esso.  

Lei ha ricordato la centralità del tema demografico. Crede davvero che la nascita di uno Stato Palestinese possa arginare un’onda umana che cresce, anche tenendo conto delle problematicità oggettive a cui andrebbe incontro lo Stato Palestinese, verosimilmente privato di una parte importante del territorio e, magari, delle riserve acquifere?

Sì, perché a quel punto, con dei confini stabiliti e riconosciuti da entrambi, e un numero di persone che passano sotto l’autorità dello Stato Palestinese, avremo un alleggerimento della pressione demografica. La popolazione ebraica cresce ad un tasso del 2.5 per cento annuo, mentre quella palestinese almeno al 5. Si rende conto che tra un po’ questo trend diventa difficilmente gestibile e potrebbe determinarsi una situazione per la quale la stessa opzione dei due Stati diventa impraticabile. Con la nascita di uno Stato Palestinese in tempi brevi la responsabilità di risolvere questi problemi sarebbe della neonata autorità statuale che avrebbero gli strumenti per farlo. Penso che, quella dei due Stati, sia una soluzione auspicabile anche nel caso in cui la Palestina dovesse essere uno Stato non amico e problematico.

Lei afferma, dunque, che la soluzione dei due Stati, di fatto, preserva Israele. Immaginiamo che debba convincere non un israeliano, ma un palestinese oltranzista ad appoggiare le sue posizioni. Cosa gli direbbe?

Gli direi che non ci sono alternative da un punto di vista realistico. La via militare contro Israele non è praticabile, ovviamente. C’è troppa sproporzione anche da punto di vista economico. La via diplomatica è  l’unica praticabile. Ripeto, io lo faccio principalmente per il mio Paese, ma sono convinto che questa soluzione porti anche giustizia per il palestinesi e per me è  importante anche questo aspetto per il valore che do’ alla democrazia.

Insiste molto sulla necessità che sia l’Europa a farsi promotrice del riconoscimento. Perché crede che sia proprio l’Europa a poter fare la differenza rispetto ad un negoziato di pace ormai fermo da anni e che il governo di Netanyhau sembra aver definitivamente affossato?

Perché, in questo momento, gli USA sono deboli e troppo legati ad Israele sia da un punto di vista politico che economico, oltre che emotivo: sono paralizzati. Gli Israeliani, autonomamente, non prenderanno mai l’iniziativa; ci sono troppe paure in gioco, soprattutto quando hai un primo ministro che oggi giorno gioca su queste paure. I palestinesi non hanno potere negoziale per portare avanti le loro posizioni in questo momento. L’Europa, oggi, può salvare entrambi, israeliani e palestinesi, permettendo ad Israele di mantenere la sua natura e alla Palestina di avere uno Stato.

Venerdì il Parlamento italiano dovrebbe votare una mozione dei parlamentari socialisti per il riconoscimento della Palestina. Cosa si aspetta?

Non lo so, ma sono sicuro che l’Italia può giocare un ruolo di primo piano nel raggiungimento della pace. Approvare la risoluzione sarebbe, da pare italiana, un gesto di amicizia nei confronti di Israele e un gesto di appoggio ad uno Stato palestinese finalmente in grado di gestire il proprio futuro. Al contrario si appoggerebbe la posizione di Netanhyau, offrendogli una carta in più per un suo ritorno al governo nelle elezioni di marzo, ma soprattutto si danneggerebbe la democrazia israeliana.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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