giovedì, 23 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Si scrive Blair, si legge Thatcher
Pubblicato il 28-01-2015


Ė davvero sconcertante come continuino ad avere credito in Italia (ma non solo: la Germania continua imperterrita per la sua strada, fatta di ortodossia neoliberista, che cambierà solo quanto avrà dolorosamente sbattuto la testa contro un muro, insieme a tutto il continente europeo; per non parlare della povera Inghilterra in preda ormai da decenni di una linea politica – sempre la stessa – che la sta dilaniando) quelle politiche e quelle riforme che sono state la causa prima della crisi. Si sventola la bandiera della rivoluzione liberale senza avere il coraggio di chiamarla con il suo vero nome e cioè rivoluzione liberista, che ovviamente non ha nulla a che fare con Gobetti. Si invita a cena Blair ma si rinnega la Thatcher, ignorando che in realtà si tratta della stessa persona: la mia testa – ha scritto Blair nella sua autobiografia – “pensa in modo conservatore, specialmente riguardo l’economia e la sicurezza”1. E più oltre: “causando un bel po’ di mal di pancia nel partito, confessai di apprezzare alcuni cambiamenti voluti da Margaret Thatcher, sapevo che la credibilità del New Labour si fondava sull’accettare che molto di ciò che la Thatcher aveva fatto negli anni Ottanta era stato inevitabile, una conseguenza del cambiamento sociale ed economico più che dell’ideologia”2. E ancora: “per quanto grande fosse stato l’effetto delle riforme thatcheriane degli anni Ottanta sul fronte privato, il settore pubblico che ereditammo era in gran parte non riformato e (…) intendevamo riformarlo”3. In effetti è questo che i governi laburisti di Blair fanno, preservare le riforme dei precedenti governi conservatori ed estendere la logica delle riforme della Thatcher al settore pubblico, scuola, sanità, assistenza sociale: è le mercatizzazione dei servizi pubblici.

Il risultato? Una “broken society” dove a partire dagli anni Ottanta la ricchezza nazionale è raddoppiata, ma è più che raddoppiato il numero dei cittadini che vivono al di sotto della soglia di povertà: passando dal 14 al 33%; dove 5,5 milioni di persone non hanno di che vestirsi; dove 2,5 milioni di bambini vivono in case umide; dove 1,5 milioni di bambini vivono in famiglie che non hanno i soldi per riscaldare le loro case4; dove il cinque per mille dei bambini non raggiungerà mai i cinque anni di età5, il che significa che in Inghilterra muoiono ogni anno 2000 bambini in più rispetto alla Svezia6: un primato tra le nazioni occidentali che il Regno Unito si contende con Malta7.

La causa? Il Royal College of Paediatrics and Child Health non ha dubbi: “Il gap crescente tra i ricchi e poveri e la mancanza di politiche sanitarie mirate per ridurre la mortalità infantile”. Ingrid Wolfe, tra gli autori del rapporto Why Children Die, è ancora più netta: “Le disuguaglianze sociali ed economiche sono una questione di vita o di morte per i bambini. I paesi che spendono di più per la protezione sociale hanno tassi di mortalità infantile più bassi (…) L’uguaglianza salva le vite. La protezione sociale è un farmaco salvavita per la popolazione”.

Perchè dunque perseverare nel voler applicare politiche vecchie e fallimentari, che i nostri padri costituenti avevano già rigettato? Perchè continuare a farsi del male? Perchè incaponirsi nel voler iniettare del veleno in vena a chi è stato morso da un serpente ad una gamba? Serve l’antidoto, non il veleno.

Nunziante Mastrolia
dal blog della Fondazione Nenni

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