giovedì, 17 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Successo di pubblico
per la serie televisiva
“L’angelo di Sarajevo”
Pubblicato il 30-01-2015


L'angelo di SarajevoNella Giornata della Memoria, risuonano le parole di esorto di Papa Francesco, tramite un tweet lanciato dal suo account @Pontifex: “Auschwitz grida il dolore di una sofferenza immane e invoca un futuro di rispetto, pace ed incontro tra popoli”. Questo sembra ben riassumere il significato di questo ricorrenza, nel 70esimo anniversario della liberazione del campo di Auschwitz da parte dei sovietici (avvenuta il 27 gennaio del 1945), per fare memoria, per ricordare la tragica esperienza dell’Olocausto, per non dimenticare mai più. Anche la rete nazionale già da una settimana ha messo in onda film sul tema. Anche per i più piccoli.

L’ultimo dei quali è stato quello in prima serata su Rai Uno, il 27 gennaio, dal titolo “Il tempo e la storia Shoah: i bambini hanno memoria”. Tra i primi, invece, da annoverare la semplicità e la profondità di una storia vera inedita, un’esperienza di vita che ha segnato il protagonista, da cui è nato il libro “Non chiedere perché” di Franco Mare, a cui si è ispirata la fiction con Giuseppe Fiorello “L’Angelo di Sarajevo”, per la regia di Enzo Monteleone. La serie tv in due puntate ha registrato 7 milioni 484 mila di spettatori e uno share del 27.05% nella prima; 6.740.000 spettatori pari al 23.89% di share nella seconda. Un modo delicato per trattare il tema delle adozioni a distanza, e rivolgere un pensiero sentito e senza retorica alle vittime innocenti delle guerre così come dell’Olocausto. La storia è quella vissuta in prima persona da Franco Mare, quale inviato di guerra nella ex Jugoslavia. Infatti Beppe Fiorello veste i panni del giornalista d’inchiesta Marco de Luca, che vive e documenta con onestà intellettuale, precisione, puntualità, rigore, senza censure né remore, né luoghi comuni, la guerra che tedia la ex Bosnia Erzegovina.

Profondamente convinto che sia giusto che tutti sappiano, che si conoscano i crimini di guerra commessi in loco, gli eccidi e l’assoluta privazione di diritti umani, filma reportage dettagliati e pungenti, attaccando apertamente le forze militari e politiche, chiamando in causa i colpevoli e facendone i nomi senza riserve. Del suo ruolo Fiorello ha detto che è stata “una buona occasione per non dimenticare una delle più atroci guerre di tutti i tempi”. Una storia di guerra e di liberazione al contempo, sul conflitto in Jugoslavia, ma anche in Kosovo, ma che potrebbero essere qualsiasi altra guerra a partire da quella attuale in Siria o in Palestina. In cui soprattutto ci si interroga sul significato della parola “pulizia etnica”, che molto bene si lega all’Olocausto.

E così si passa da Sarajevo ad Auschwitz, lasciando posto a riflessioni di carattere universale. E se la visita ad Auschwitz è impressionante perché “quello che colpisce sono le montagne di borse e di scarpe” degli ebrei, non meno lo è quello dei serbi del piccolo villaggio di Visegrad, completamente raso al suolo dalle milizie, che hanno deportato gli abitanti nei campi di concentramento per poi gettare i loro beni nel fiume Miljacka, dove i parenti dei deportati accorrono nella speranza di trovare oggetti dei loro cari da custodire in loro memoria.

A Sarajevo, poi, convivono tre religioni (Islam, cristianesimo, ebraismo), che hanno portato a guerre intestine e a conflitti passati alla storia, che hanno completamente deturpato l’equilibrio interno di questa terra flagellata dalla violenza a sfondo religioso. Il più famoso tra tutti è quello degli anni Novanta (tra il 1992 e il 1995, epoca dell’ambientazione della fiction) dell’Assedio di Sarajevo, che portò alla quasi totale distruzione della Biblioteca nazionale ed universitaria di Bosnia ed Erzegovina. Molti libri e manoscritti furono bruciati e andarono irrimediabilmente perduti, come avvenne durante il regime di Hitler nel Terzo Reich. Di fronte a tale sofferenza, da tutta questa disumanità a cui non ci si abitua mai, il protagonista vuole salvare la piccola Malina (un’orfana di dieci mesi), chiedendone l’affido e deciso a trattarla come una figlia senza farle dimenticare da dove viene.

In questa impresa per portare umanità laddove sembra impossibile costruire una convivenza pacifica tra etnie diverse, de Luca sarà aiutato dai suoi amici: l’amico cameramen Romano (Luca Angeletti), l’autista ebreo Kemal (Radoje Kupic), la giornalista Karen (Thekla Reuten) e la figura istituzionale umanitaria di Maria Teresa Giovannelli (Emanuela Grimalda). La doppia lezione che si impara da questa missione è che “molte persone attraverseranno la nostra vita, solo gli amici lasciano un’impronta”. E che non esistono differenze di religione, lingua e razza che possano dividere un Paese. Ciò è possibile anche per la ex-Jugoslavia. Basta solamente non ascoltare chi persegue la strada dell’odio o dice che la convivenza pacifica tra popoli diversi non è attuabile. Qui ebrei e musulmani hanno convissuto per vent’anni e nulla impedisce che continuino a farlo. Questo messaggio racchiuso nelle parole del vescovo, fanno sì che il funerale di Kemal diventi “una manifestazione per la pace”. Un messaggio di speranza che affianca il trionfo della tenerezza del sorriso di un bambino, che vale più di mille sacrifici; e della dolcezza di cuori ed animi sensibili che, seppur nella stanchezza, non si lasciano indurire dalla guerra. A volte scoraggiati, mai disillusi, restano tenaci, determinati e convinti nel persistere nell’aiutare l’altro, chi ha più bisogno (come Malina), senza guardare a differenze etniche.

Barbara Conti 

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