lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Trasformare in canto
il sangue della specie
Pubblicato il 16-01-2015


Rosa dell'animale-Calandrone“La rosa dell’animale” rappresenta – oggi, tanto più dopo i fatti di Charlie Hebdo – un punto d’incontro, un luogo comune, dove due voci, appartenenti a culture e sensibilità diverse, si riconoscono e si ascoltano a vicenda. Questa è la funzione precipua della poesia: attraverso la parola dis-velare un mondo, renderlo noto, testimoniarlo. E come farlo se non tramite l’oggetto amoroso? Ecco qui sta il crinale, lo snodo cruciale: la libertà di dire, sussurrare: amore e renderlo respiro. Comprendere il soffio della cosa vocata, detta ed azzerare le differenze. Occidente e mondo arabo si sfiorano e compenetrano.

Scritto a quattro mani da Amarji, pseudonimo di Rami Youness, poeta di Damasco, studioso di letteratura italiana (ha tradotto in arabo Leopardi, Campana, D’Annunzio), e da Maria Grazia Calandrone, performer, drammaturga e soprattutto poeta tra i più rilevanti di questa nostra contemporaneità, “Rosa dell’animale” risulta essere un libro particolare. Uscito prima in Siria nel 2014, presso l’editore Attakwin, poi in Italia a fine anno per l’instancabile editore Zona, presenta un’importante prefazione di Adonis: Interrogare la domanda. Nell’introduzione si ricorda che: “Dentro l’Amore – poesia e dentro la Poesia – amore si cancellano le diversità legate alle notizie e agli eventi di ogni giorno. L’amore come la poesia è creato per essere accomunato allo stesso livello dell’esistenza, ed ha la capacità di oltrepassare le appartenenze etniche, linguistiche e politiche”.

Un moto, quello dei due lirici, di avvicinamento e di avvicendamento, un dialogo amoroso in cui stilemi e campi semantici si ritrovano: due lingue differenti, che diventano scandaglio di preghiere e riti. Universi e lessemi svariati per dire la stessa cosa: il fine ultimo è il riconoscimento dell’anima dell’altro, vegetale e animale al contempo, per approdare- come sostiene di nuovo Adonis – a “una presenza superiore, separarsi per ricongiungersi in modo più profondo, più ricco e più solido. È la distruzione dell’essenza del singolare per innalzare l’essenza dell’amore e del singolare-duale”.

Ci troviamo di fronte a un contrasto medievale rovesciato, dove la lingua si eleva e suggerisce, diventa trasmutazione lirica del desiderio fisico.

L’uomo si rivolge alla donna in questo modo: “il frutto del tuo corpo / è un grappolo di pendagli bianchi\ che cade / tutto in una volta / nella sorgente del tempo, ostruendo / gli sbocchi della conversione. / passi / nuda / tra linfa e corteccia / il tuo corpo il mio corpo / è sul fiore della notte sul neurocranio del bahamut”. La sorgente del tempo non travolge, petrarcamente, la donna verso l’oblio, anzi attesta la sua corporeità e fusione, dando vita all’alterità. La risposta è la seguente: “sono la feritoia e l’ultima cosa / della notte, sono il soffio iniziale / dalla bocca di un demone / solare, ipersensibile / come una molecola, sono un bianco organismo / infinitesimale e il mio passare / sotto la nudità della corteccia / diventa il canto delle capre e dei boschi”.

Attraverso la celebrazione della rosa dell’animale si celebra nella fusione il creato, i poeti fondano un cantico laico e privato, che si apre all’universalità e che coinvolge il mondo minerale e vegetale: ortiche, ruta, gladioli, e ancor di più quello animale: cerve, api, capre, mule (tutto un cosmo femminile) e si estende all’intero universo con le galassie alle origini del Tutto: “Mi presento a te come a una nascita”, afferma Maria Grazia, durante un’alba che restituisce la perdita e la gioia, la gioia innestata nel dolore della separazione. “Sul labbro dell’alba”, risponde Amarji.

Alla fine resta l’inno, il canto con cui si trasforma “il sangue della specie”. E tutto può ricominciare.

Andrea Breda Minello

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