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Opinioni e commenti
 

Vigili di Roma, una lezione
per politica e sindacato
Pubblicato il 04-01-2015


Si è chiuso e molto male il 2014 e è iniziato non sotto una buona stella il 2015. Il tutto sovrastato dal pessimismo e dalla sfiducia che sembrano rappresentare ormai il tratto unificante per la stragrande maggioranza dei cittadini italiani.

Il presidente Napolitano ci ha salutati con un messaggio di fine anno dal quale trapelava tutto il disaggio e la delusione di un uomo che soprattutto negli ultimi mesi ha messo in campo tutto, compresa la propria salute, per puntellare una baracca che è sempre di più investita da sinistri scricchiolii.

Un uomo, il nostro Presidente, che ha consumato una quota significativa del prestigio e della credibilità conquistati in questi anni, per coprire comunque le spalle ad un governo che ne ha combinate di tutti i colori, dimostrando oltretutto una preoccupante carenza di scrupolo istituzionale soprattutto quando a metterci la faccia è stato il Presidente della Repubblica. Un carenza di scrupoli istituzionali che è emersa in modo evidente quando in nome “del fare presto” è stato affrontato il problema della legge di stabilità e del rapporto tra la spesa e la sua copertura e si è trasformato in un duro ammonimento del Quirinale sulle inadempienze del governo in una sorta di buffetto del presidente a ministri che poverini, dovendo andare di fretta non potevano perdere tempo prezioso con i pareri di conformità, e il rispetto delle regole.

Il presidente Napolitano verso il quale il nostro apprezzamento non è affatto diminuito ha sacrificato una parte del prorio prestigio e della sua immagine anche per colpa dei tanti, e non solo politici che hanno finito per presentarlo agli italiani come l’unico e vero responsabile dell’agire del governo. Così quando Renzi ha deciso di aprire una guerra senza motivazioni contro il sindacato, è apparso chiaro a tutti che non poteva esserci nessuna corresponsabilità con un Presidente che ha fatto del dialogo sociale una delle regole fondamentali di vita. È però bastato che Napolitano lanciasse un appello, rivolto anche al sindacato, a non esasperare le divisioni perché tutti, governo, giornalisti, gestori di televisioni pubbliche e private utilizzassero quel messaggio trasformandolo in un semplice attacco al sindacato e in particolare a Susanna Camusso e Carmello Barbagallo in quanto alla vigilia di uno sciopero generale.

Sono sempre gli stessi, che hanno occultato contro ogni evidenza le nefandezze confezionate con i provvedimenti del pacchetto Jobs Act e che oggi fanno finta di credere che permanga una distinzione motivabile partendo dai contenuti tra vecchi e nuovi assunti. Non lo sanno o se lo sanno lo nascondono che con le nuove leggi, con gli appalti che si rinnovano sempre più frequentemente, le aziende che ricorrono alla legge sul “ramo di impresa”, le modifiche societarie ad-hoc stanno progressivamente scomparendo i lavoratori coperti dalla vecchia normativa. Emblematico diventerà l’esempio di Termini Imerese, di Piombino o della ILVA di Taranto. Nuovi assetti societari, dipendenti classificabili come nuovi assunti. Si tratterà delle stesse persone adibite agli stessi lavori con qualche diritto in meno. Ora è scoppiata anche la grana dei dipendenti pubblici per i quali Renzi si vanta di averli esclusi dal Jobs Act. Secondo Renzi, l’esclusione significa semplice attesa di un nuovo Jobs Act per i pubblici e del riconoscimento che esiste comunque una differenza ineliminabile tra pubblico e privato in quanto il dipendente pubblico è assunto per concorso. È questa una motivazione che non sta né in cielo né in terra non solo sul piano del principio, ma anche perché chiunque non si ritenga esperto perché di pubblica amministrazione parla la domenica, dovrebbe sapere quali sono stati negli ultimi decenni i processi attraverso i quali si è acquisita la condizione di dipendente pubblico. Assegnare a un lavoratore una condizione particolare sulla base di un concorso pubblico che magari si è configurato come conseguenza di tanti anni di anzianità e di precariato vuol dire cercare di perpetuare tutti i vecchi meccanismi e espedienti che hanno portato al disastro la pubblica amministrazione.

Sarebbe interessante che gli esperti che popolano i corridoi dei ministeri cercassero di spiegarci che senso ha parlare di riforma generale del mercato del lavoro, del superamento di antichi steccati e privilegi e poi, all’improvviso scoprire che l’antica distinzione tra dipendenti pubblici e dipendenti privati va riconfermata e proiettata nel tempo.

A proposito di rapporto tra dipendenti pubblici e dipendenti privati occorre prendere atto che è in atto una campagna tendente a utilizzare il comparto pubblico come sperimentazione di un grande luogo di lavoro senza diritti e anche senza un ruolo preciso per chi ne fa parte. I contratti non vanno rinnovati perché bisogna fare cassa? Basta una conferenza stampa con un annuncio del presidente del consiglio o di un ministro: “Non si può certo perdere tempo con le trattative”. Intanto i dipendenti invecchiano e passano gli anni senza contratto senza ricambi perché i giovani non possono entrare e l’età di pensionamento si sposta sempre più in alto. Malgrado ciò, c’è ancora qualcuno che parla di baby pensioni e non si rende conto che ormai si rischia di fare in modo che il fine lavoro si avvicini sempre di più al fine vita.

Roma è percorsa in queste ore da una grandissima e motivata ondata di sdegno originata da comportamenti davvero esecrabili di vigili urbani e conduttori di metropolitana che si sono improvvisamente ammalati. Sui giornali e nelle televisioni non si parla d’altro e c’è davvero tanta gente che spara a zero sui lavoratori semplicemente per coprire le proprie responsabilità. Non sfugge affatto quanta strumentalità ci sia nelle polemiche in atto, ma è chiaro che non si possono considerare vigili e conduttori di metropolitana come ‘vittime’. Al massimo possiamo considerarli ‘complici’ della più grande porcheria che si sia mai organizzata contro i lavoratori pubblici in generale.

Forse quando riflettiamo sui mali di Roma capitale dovremmo approfondire di più il discorso relativo alle assunzioni, alle carriere e anche alle ruberie che si verificano dentro la pubblica amministrazione.

La colpa non è solo dei politici, ma non c’è dubbio che negli ultimi anni conclusisi con le note trionfali della parata di Alemano, è stato superato ogni limite e che i sindacalisti, chi limitandosi a guardare in modo rassegnato a quanto succedeva e chi facendo tutto il possibile, e spesso anche di più per partecipare al banchetto, sono stati anche essi in larga misura compartecipi della politica del personale che ha portato all’attuale disastro.

Il fatto poi che in alcuni servizi esistano quasi più sigle sindacali che dipendenti dovrebbe non lasciare dubbi sulla presa d’atto che a volte la sigla sindacale è solo un mezzo per conseguire vantaggi personali o di gruppo.

Roma ha bisogno di un sindacato riformato e rifondato. Un sindacato che sia intenzionato davvero a difendere i diritti dei lavoratori e non guardi in faccia a nessuno dal sindaco all’ultimo usciere. Un sindacato capace quindi di guardarsi intorno, e di spiegare a tutti che il diritto del cittadino lavoratore non può affermarsi a danno di quello del cittadino utente. Un sindacato per dirla con brutalità capace di capire che se si buttano via centinaia di mele marce, non si vuota affatto il cesto, ma si impedisce, sperando che non sia troppo tardi, che il cesto marcisca insieme alle mele marce. Soltanto così si potrà sperare che nel cesto arrivino mele sane e ne arrivino tante da cancellare anche i miasmi lasciati da quelle marce.

Silvano Miniati
Network Sinistra riformista

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Commenti all'articolo
  1. Bravo Miniati ,mi soffermo però un attimo sulle assunzioni per concorso dei dipendenti pubblici.
    Quanti di questi non meriterebbero nemmeno un cent. dello stipendio che percepiscono e quanti concorsi sono stati truccati e manipolati?
    Stendiamo un velo pietoso. Oscar

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