La memoria corta

Mussolini-CameraNon ho paura che possa esserci una svolta autoritaria: ho paura che possa esserci qualsiasi svolta senza che neppure ce ne accorgiamo. Ho paura che, presi dalla faziosità, non riusciamo più a chiamare le cose – vere – col loro nome. Ho paura che questo Paese affoghi ancora di più nell’ignavia, nell’accidia, in quell’indolenza molto italiana che, mischiata alla crisi e alla paura, è prodromo di ogni peggio

Il 16 novembre 1922, presentando alla Camera la propria compagine ministeriale, Mussolini pronunciò parole assai chiare sui diritti riconosciuti dal governo alle varie religioni: “Tutte le fedi religiose saranno rispettate, con particolare riguardo a quella dominante che è il cattolicesimo”. Il 22 novembre il sottosegretario alla Pubblica istruzione Dario Lupi dispose la ricollocazione del crocefisso, definito il simbolo  della religione dominante dello Stato, in tutte le aule delle scuole elementari dalle quali era stato rimosso.

Come venne osservato con soddisfazione, in meno di un quinquennio il crocefisso tornò al Colosseo, sul Campidoglio, nelle scuole, nelle caserme, nei tribunali, negli uffici pubblici, e, sull’esempio di questi, in moltissimi uffici privati.

Un mese dopo, il 26 dicembre 1922, il nuovo ministro della Pubblica istruzione Giovanni Gentile annunciò che intendeva fare dell’insegnamento della religione cattolica “il principale fondamento del sistema della educazione pubblica e di tutta la restaurazione morale dello spirito italiano”. In quel momento il governo era di coalizione; né totalitario né dittatoriale. I patti lateranansi firmati nel 1929 tra Mussolini e Pio XI (rappresentato dal cardinale Gasparri), oltre a garantire alla Chiesa la libertà spirituale e il suo governo, stabilirono che lo Stato pagasse una forte somma a risarcire ciò che era stato perso con l’Unità d’Italia, concessero una porzione di Roma, il Vaticano, permisero il riconoscimento civile del matrimonio religioso, accordarono l’insegnamento religioso nelle scuole e il riconoscimento giuridico degli ordini religiosi. Inoltre lo Stato si faceva carico di molte spese, la congrua, concesse un vero stipendio statale ai preti nell’esercito e nelle scuole (ancora oggi sono scelti dalle diocesi e retribuiti dallo Stato).

Finito il fascismo e nata la Repubblica venne inserito nella Costituzione (1948) l’art. 7, L’Articolo Sette/Togliatti ce lo dette/Guai a chi ce lo toglie/Dice al marito la moglie (Mino Maccari) di fatto una conferma dei patti siglati dal duce.  I democristiani per un ricambio generoso all’aiuto avuto, i comunisti perché volevano mantenere la “pace” religiosa.

“Siamo profondamente convinti che la pace religiosa è un bene altamente apprezzabile, ma per noi la garanzia della pace religiosa è nello Stato laico, nella separazione delle responsabilità e dei poteri… La Repubblica che andiamo fondando avrà un senso e un significato se continuerà, superandolo, il Risorgimento, non si tornerà indietro su quello che è stato acquisito dal Risorgimento. Noi stiamo tornando indietro, cosa di cui siamo preoccupati come socialisti, ma soprattutto come italiani” (Pietro Nenni – dal discorso dell’Assemblea costituente del 27 marzo 1947).

Il comunismo clericale diventa letteratura con Giovannino Guareschi  “Si era ormai a Pasqua: radunati in sede tutti i capoccia del capoluogo e delle frazioni, Peppone stava sudando come un maledetto per spiegare come i compagni deputati avessero fatto benissimo a votare per l’approvazione dell’articolo 7.  Prima di tutto è per non turbare la pace religiosa del popolo, come ha detto il Capo, il quale sa benissimo quello che dice e non ha bisogno che glielo insegniamo noi. Secondariamente per evitare che la reazione sfrutti la faccenda piagnucolando sulla triste storia di quel povero vecchio del papa, che noi cattivoni vogliamo mandare ramingo per il mondo… perché il fine giustifica i mezzi e  per arrivare al potere tutto fa brodo. In quel preciso istante la porta dello stanzone si spalancò ed entrò don Camillo con l’aspersorio in mano, seguito da due chierichetti col secchiello dell’acqua santa e la sporta per le uova. Senza dire una parola, don Camillo si avanzò di qualche passo e asperse d’acqua santa tutti i presenti  … e fece il giro  ficcando in mano a ciascuno dei presenti un santino. E fu come se fosse passato il vento stregato che fa diventare di sasso la gente. A bocca aperta Peppone guardò sbalordito il santino che aveva tra le mani, poi guardò la porta, indi esplose in un urlo quasi disumano: Tenetemi o l’ammazzo”(Giovannino Guareschi, La Bomba).

Nel 1957 la rivista Il Mondo diretta da Ernesto Rossi avanzò la proposta di abrogare il Concordato attirandosi proteste del mondo cattolico e non solo.  Successivamente la questione è stata ripresa solo da Pannella.  Una consistente parte del partito socialista (in particolare Lelio Basso), i repubblicani (Giovanni Spadolini) alcuni indipendenti (Ferruccio Parri) chiedevano almeno una revisione, soprattutto per la questione dell’incongrua e anticostituzionale (già dal 1948) dicitura di “unica religione di Stato”, i finanziamenti e la scelta degli insegnanti nelle scuole. Ma il fronte laico non riuscì mai a compattarsi perché la maggioranza dei parlamentari composta da democristiani e comunisti temevano come la peste di alienarsi la Chiesa. Oltre a Il Mondo, anche il Corriere della Sera  nel 1977 fece grandi campagne giornalistiche sui privilegi economici della Chiesa.  Fiorirono in quel periodo commissioni di studio, bozze di revisione… ma la Chiesa aveva alleati bipartisan in Parlamento.

Nel 1984 il Presidente del Consiglio Bettino Craxi insieme a Giovanni Paolo II (rappresentato da mons. Casaroli), siglarono un accordo di modifica del Concordato. Venne votato da tutto il Parlamento con l’astensione dei liberali e il voto contrario dei radicali e del Pdup.  Fu un compromesso, probabilmente molto al ribasso ma che altri si erano guardati dal fare, Craxi disse che era solo un primo gradino, ma ad oggi il secondo ancora non è stato salito.  Si abolì con quella firma l’assurdo riferimento al cattolicesimo come unica e sola religione ufficiale (che tante umiliazioni costò ai bambini e adolescenti (e loro genitori) che dovevano passare attraverso le forche caudine del preside e degli insegnanti per essere esonerati dall’insegnamento cosa che li esponeva alla gogna dei bambini (e dei loro genitori) nati con le stelline del cattolicesimo). Si abolì la congrua sostituita dal volontario 8 per mille, si stabilì una maggiore autonomia nel diritto di famiglia. Ma il veleno, si sa, è nella pratica.

Dopo un primo anno in cui i liberi contributi dell’8 per mille scarseggiavano, si ricorse ad un meccanismo truffaldino per reperire fondi per lo stomaco mai sazio della Chiesa (messo a punto da Tremonti, noto tributarista chiamato per una consulenza al ministero delle Finanze da Rino Formica), la soppressione dell’obbligo dell’ora di religione costrinse a inserirla facoltativa perfino nella scuola materna (!) e sempre durante l’orario scolastico, si stabilì che le scuole private cattoliche avessero un trattamento scolastico come quelle statali , ma senza rendere nessun conto allo Stato,  si concessero privilegi ad enti religiosi che dichiaravano di svolgere un servizio sociale. Via l’Iva su terreni, fabbricati …. Inoltre, sulla schiena dello Stato anche gli oneri per la costruzione e la manutenzione di edifici di culto, per la tutela del patrimonio artistico gestito da enti e istituzioni ecclesiastiche.

Nel 2007 (e in modo più soft durante il governo Monti) l’Ue ha chiesto spiegazioni all’Italia sull’eccesso di  privilegi della Chiesa in materia fiscale, sollevando un polverone tra le gerarchie ecclesiastiche e la partitocrazia. Nell’ultimo ventennio in modo incrementale sono stati introdotti nuovi favoritismi: l’esenzione Ici e Ires, nuovi finanziamenti alla editoria cattolica, convenzioni privilegiatissime nel settore sanitario.

Venite, la celebre,/La santa Bottega,/A prezzi di fabbrica/Vi scioglie, vi lega, /Fa spaccio di meriti, /Cancella peccati… /Venite! I solvibili /Saranno beati! (Olindo Guerrini, In morte di un reverendo strozzino, 1877).

Tiziana Ficacci
dal blog liberelaiche

Ucciso Nemtsov l’anti Putin

Un crudele omicidio politico ha insanguinato Mosca nella nottata tra venerdì e sabato. A farne le spese un leader dell’opposizione a Putin, Boris Nemtsov, già numero due di Elstin e leader di un’area liberale che si opponeva alla politica del governo anche sulla questione ucraina. Nemtsov, 55 anni compiuti a ottobre, è stato raggiunto dai colpi di un sicario a pochi passi dalla piazza Rossa di Mosca. Proprio domani si doveva svolgere una grande manifestazione contro il governo russo che si terrà ugualmente, hanno annunciato gli organizzatori, trasformandola in omaggio funebre a Nemtsov.

Il percorso politico di Boris Nemtsov è alquanto suggestivo. È vero che da qualche anno non ricopriva più incarichi politici e istituzionali, ma in passato era considerato una sorta di “enfant prodige” della politica russa. Laureto in fisica e già protagonista con Elstin di battaglie contro le centrali nucleari dopo Chernobil, si era presentato alla elezioni del soviet supremo in epoca gorbacioviana e ad era stato eletto con un programma riformista e liberale nel 1990. Nel 1991 aveva difeso con Eltsin la svolta dal tentativo di colpo di stato militare. Poi era assurto al ruolo di vice premier russo con Eltsin alla presidenza. Costretto alle dimissioni, dopo un anno per la pesante situazione economica, aveva fondato un partito liberale, capace poi di ottenere alle elezioni del 1999 un buon risultato elettorale, sia pur minoritario.

Negli ultimi anni Nemtsov aveva continuato a fare politica accentuando la sua opposizione a Putin, contestando la riforma costituzionale che aveva consentito al presidente di superare la soglia del terzo mandato, poi aveva polemizzato duramente sulla conduzione della vicenda cecena e negli ultimi tempi anche di quella ucraina. Sua madre, aveva riferito egli stesso, aveva paura che Putin potesse ammazzarlo. Naturalmente, dopo la notizia dell’assassinio, fonti governative hanno subito parlato di “crudele assassinio” e condannato il gesto. Hanno anche aggiunto che Nemtsov non contava un granchè e che quindi non si vede il motivo di sospettare il Cremlino. Come se il contare qualcosa potesse invece giustificare un suo coinvolgimento.

Questo omicidio si aggiunge ad altri di sapore politico. Quello della giornalista Anna Politkoskaya, quello dell’oligarca Boris Berezovskij, per ricordare quelli eccellenti. Naturalmente le responsabilità di Putin devono essere provate. A nulla servono i teoremi e le logiche del “cui prodest” che troppo spesso hanno portato a conclusioni sbagliate anche da noi. Resta il fatto che l’Occidente ha già chiesto lumi e invocato giustizia. Obama ha parlato della necessità di “indagini rapide, imparziali, trasparenti”, la Merkel di “vile assassinio” e della necessità di “far piena luce”, Hollande ha esaltato Nemtsov come “un grande difensore della democrazia”. Più o meno le stesse parole state pronunciate da Cameron e da Renzi. Anche il leader ucraino Poroshenko ha voluto dire la sua parlando di Nemtsov come di “un ponte tra Ucraina e Russia”. Un ponte che qualcuno ha voluto evidentemente far cadere.

“Noi e la Giulia”, il film
diretto da Edoardo Leo
sbanca al botteghino

Noi e la Giulia

Locandina del film “Noi e la Giulia”

Esordio col botto per “Noi e la Giulia”, che vede ancora alla regia Edoardo Leo. Questa che potremmo definire una commedia intelligente, infatti, segna subito il record di battere “50 sfumature di grigio”, con un incasso di 1.300.000 di euro in soli quattro giorni. Uscito giovedì 19 febbraio in 390 copie, è liberamente ispirato al romanzo “Giulia 1300 e altri miracoli” di Fabio Bartolomei, ma Leo si supera reinterpretando in chiave ancor più moderna le principali problematiche che affliggono la “generazione del piano B”. Alla regia Leo dilaga, dimostrando sempre più abilità nel gestire momenti di tensione ad altri di ilarità ed ironia, con battute naturali e spontanee e una verve comica che rendono tutto più fruibile.

In questo che Edoardo Leo stesso definisce “un film di resistenza civile”, risaltano in particolare le musiche ed i costumi, molto studiati nei minimi particolari, ricchi di colori, con un continuo e ricorrente cambio d’abiti, quasi a segnare la voglia e lo sforzo nella ricerca del cambiamento: il tempo sembra passare inesorabile, senza che arrivino grosse novità, anzi tutti i sacrifici sembrano vani di fronte alle innumerevoli difficoltà che i protagonisti incontrano, ma la cosa principale per loro è non mollare, essere ancora lì, pronti a lottare ostinatamente, credendo nel loro sogno, nella loro volontà di riscatto, cambiandosi d’abito così come sono capaci di adattarsi ad ogni contingenza. Questo sembra significare questa dovizia di costumi, che serve a dare ritmo alla commedia, accelerandone i tempi, velocizzando i toni e l’avvicendarsi della trama. Sicuramente evidenzia l’attenzione profonda per i dettagli. Chiaro il messaggio di invitare a non deporre mai le armi, in una società e in un tempo in cui la vita sembra non concedere le giuste armi per realizzarsi onestamente. Si deve cercare sempre una seconda opportunità (quella del piano B), un’occasione per risalire la china, non sentirsi più  falliti, la circostanza in cui reinventarsi, trovare un’invenzione geniale, nuova, diversa, la capacità di rischiare, investire per cercare uno sbocco.

Al tempo del precariato, della crisi, questa chance arriva dalla terra. I protagonisti, infatti, pensano di risollevarsi costruendo un agriturismo, ma dovranno fronteggiare le insidie e le minacce della camorra locale. I tre principali attori di questa impresa cercheranno di restare a galla, di resistere. Si tratta di Diego (Luca Argentero), Fausto (Edoardo Leo) e Claudio (Stefano Fresi). Le cose non saranno facili per loro. In loro soccorso casualmente arriveranno altri due personaggi molto importanti: Sergio (Claudio Amendola) ed Elisa (Anna Foglietta); il primo, fervente attivista politico in passato ed ancora convinto sostenitore dei principi del comunismo, darà loro il mordente e la tenacia che stavano perdendo e che li stava facendo vacillare. La seconda, incinta, li inciterà ad usare creatività e a continuare a credere nel loro sogno, come lei confida fortemente nella nascita del suo bambino per risollevarsi da una vita piena di delusioni soprattutto sentimentali, in cui è stata abbandonata più volte. Ognuno coi suoi problemi, impareranno cosa significhi fare squadra e gruppo, rivendicando (in una delle scene più belle del film) il diritto di denunciare il proprio fallimento come qualcosa non di cui vergognarsi, ma su cui al contrario costruire. E soprattutto riscoprendo il vero valore dell’amicizia: è Edoardo Leo in una battuta a manifestare la consapevolezza che ha raggiunto di quanto spesso, di tutte le persone che ci circondano, solamente poche saranno quelle che non ci tradiranno mai, quelle in cui confidare ciecamente, che ci sosterranno, ci saranno sempre vicine, pronte a condividere con noi i momenti più difficili, senza riserve, genuinamente; lui, uomo di televisione che fa televendite di orologi fasulli, le ha trovate grazie a questa che sembra una sorta di “missione impossibile”: amici e compagni sinceri, nonostante i loro difetti e limiti.

Carlo Buccirosso in una scena del film "Io e la Giulia"

Carlo Buccirosso in una scena del film “Io e la Giulia”

Così come, nell’epoca del riciclaggio, sarà Elisa ad insistere sull’importanza di restaurare, risistemare vecchi oggetti per adattarli alle proprie esigenze: e così, ecco che l’agriturismo prende piede, con le sue luci, i suoi colori, le sue sfumature più antiche e rustiche, affiancate a quelle più moderne di un bricolage originale. Quasi a non gettare via nulla del passato, pur guardando al nuovo e adattandosi al segno e al cambiamento dei tempi. Ed in questo nuovo filone di turismo, c’è un’altra misteriosa protagonista: una vecchia Giulia, una macchina che giocherà un ruolo significativo con la musica che viene dal suo stereo. Così come sarà centrale la parte di Vito (Carlo Buccirosso), boss della camorra del posto.

In questa commedia tragi-comica, con un’ironia tagliente, in cui la speranza si conquista solamente dopo la disperazione, se un trionfo è possibile viene solamente dopo il fallimento, viene fornito un dipinto eccezionale del mondo del lavoro moderno, soprattutto per la generazione dei 40enni. Certo, è vero che “lo sfruttamento nel mondo del lavoro nel sistema capitalistico offende la dignità dei lavoratori”; che “questo Paese è allo sfascio perché non c’è nessuno che fa bene il suo lavoro”; che “le donne incinte vengono licenziate e non assunte”; che “nessuno lavora più con gioia”; spesso alla fatica di trovare un impego ci si deve contendere il posto di lavoro con immigrati, visti come una minaccia, mentre potrebbero essere una componente preziosa per cambiare il futuro: un’integrazione che potrebbe aiutare a modificare un universo difficile per tutti.

Ma “la bellezza salverà il mondo”, e con una “deviazione” è possibile far valere il diritto dei lavoratori ad aprire un’attività senza essere sfruttati ed a difendersi dagli sfruttatori appunto. Basta credere nei sogni e riscoprire l’originaria capacità di stupirsi e sorprendersi ancora di fronte alle nuove sfide della vita. Il film non ha pretese di indicare la via, giudicare, criticare, né tanto meno fare attacchi politici o di altro genere, oppure trarre conclusioni. Lascia libero lo spettatore di seguire il proprio istinto e le proprie idee. Punta su pochi concetti, anche grazie alla voce fuori campo di Luca Argentero, che sembra più una riflessione, traendo le somme da un’esperienza. È lui nel finale a dare l’immagine che, a nostro avviso, è più simbolica del film: occorre essere come un bimbo appena nato, che ha le manine chiuse in piccoli pugni perché stringe dentro i suoi cugnetti l’innocenza, la curiosità, la voglia di vivere. Occorre ritornare a stringere le nostre mani per riafferrare quei valori, che abbiamo un po’ perduti, unitamente alla creatività e alla capacità di reinventarsi per tornare a camminare a testa alta. E capire, fermi in mezzo a una strada (come nella scena finale), che via prendere: se tornare a combattere o proseguire con rassegnazione.

Barbara Conti 

QUOTA 90

Spread-sotto-cento

Dopo un lustro l’Italia risale la china. Stamane lo spread italiano tra Btp decennali e Bund tedeschi sfonda al ribasso la soglia psicologica dei 100 punti, il differenziale si attesta a 98 punti, con il rendimento dei nostri titoli ai minimi storici, intorno all’1,30%.
Dopo anni di lacrime e sangue, l’Italia vede la luce in fondo al tunnel per i conti dello Stato, che in questo modo avrà meno spese per il pagamento degli interessi sul debito pubblico (fra i 16 e i 20 miliardi di euro di interessi in meno per quest’anno) e di conseguenza più fondi a disposizione per finanziare altre voci.

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha brindato alla buona notizia cinguettando su Twitter: ”lo Spread sotto quota 100, mille ex precari assunti a Melfi col JobsAct, via segreto bancario non solo in Svizzera, dai che è #lavoltabuona“.
L’Italia, dal punto di vista dei conti pubblici certamente riparte, ma ciò è dovuto a fattori non secondari come l’effetto-Qe della Bce. Il piano dell’ex Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, partirà tra pochi giorni e prevede l’acquisto di bond governativi da parte della Banca centrale europea, schiacciando i rendimenti dei bond, soprattutto dei Paesi in affanno come Italia e Spagna. Le banche e le compagnie assicurative prediligono i bond tedeschi perché li aiutano a soddisfare i requisiti patrimoniali normativi, mentre le Banche centrali, invece, tendono ad avere Bund e altri titoli di Stato con rating elevato per lo sviluppo delle proprie riserve valutarie. Non è un caso e non è certo un miracolo che proprio la Spagna abbia registrato anch’essa un BTp decennale record a 1,27%.

Ma una mano dal cielo, esattamente dall’alto dell’Eurotower, sembra arrivata per il nostro Paese proprio dal famoso Piano Draghi: il Qe della Bce comporterà l’acquisto di 60 miliardi di euro di obbligazioni ogni mese fino a settembre 2016 e nella borsa le aspettative valgono più di qualunque altro fattore, compresa la ripetuta ripresa e la riforma lavorativa del nostro Paese. Anche se per il Partito della maggioranza, si tratta di meriti tutti dell’Esecutivo: “Senza il costante lavoro dell’Italia sulle riforme per creare crescita e occupazione – precisa il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei – la ripresa sarebbe stata più lontana. Per non perdere l’occasione europea, l’Italia deve proseguire con le riforme per rendere più efficiente la spesa pubblica al fine di riversare ancora più risorse sul lavoro”.

La buona notizia viaggia sullo stesso binario di altre notizie positive, il calo dello spread arriva dopo che le ultime aste dei titoli di Stato sono andate a segno e la fiducia di consumatori e imprese è tornata a salire, senza dimenticare i buoni segnali riguardanti il sistema produttivo italiano, l’Istat ha annotato che “nei primi tre trimestri dell’anno (2014, ndr) un’impresa manifatturiera su due ha aumentato il proprio fatturato totale di almeno l’1% rispetto allo stesso periodo del 2013″.
“Per il primo trimestre 2015 è previsto il ritorno alla crescita del Pil”, secondo le previsioni dell’Istat nella nota mensile sull’andamento dell’economia dell’Italia. “La variazione congiunturale reale prevista è pari a +0,1%, con un intervallo di confidenza compreso tra -0,1% e +0,3%”.

L’Italia vede il segno positivo ma potrebbe rappresentare l’ennesima chimera, è vero le prospettive di ripresa sono buone ma è risaputo che il mercato è volubile e dipende poco dagli annunci di Riforme, così come dal Governo che ha esultato per il calo dello Spread quasi fosse una conseguenze dello Jobs Act i cui effetti si sentiranno solo tra qualche tempo.

“Lo ‘spread’ è un indicatore dell’andamento delle speculazioni finanziarie, non ha nulla a che vedere con lo stato dell’economia reale – ha dichiarato il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo – È evidente, tuttavia, che gli effetti positivi della sua riduzione sull’esborso degli interessi può liberare importanti risorse da destinare allo sviluppo”, ha precisato Barbagallo.

Come rileva infine un interessante articolo di Milano Finanza, il Piano Bce porta con sè la grande incognita su quali titoli di Stato acquisterà la Bce, senza dimenticare che i Bund tedeschi (quelli con un bond di rating elevato) scarseggiano. Inoltre facendo paragoni americani, il Piano americano di acquisto di QE a differenza di quello europeo venne avviato dalla Federal Reserve in un contesto di abbondante offerta di bond da parte del Tesoro americano.

Ma l’Italia oggi tira un sospiro di sollievo, dopo cinque anni di instabilità politica e di una crisi finanziaria che sembrava non voler cedere il passo.

Maria Teresa Olivieri

Pd. La Resa dei conti al Nazareno

PD-tensioniGiornata tesa al Nazareno dove Renzi ha convocato prima la segreteria e poi i gruppi parlamentari. Tra i temi da affrontare, quello della scuola che sarà anche al centro del Consiglio dei ministri di martedì. L’incontro con i gruppi non è stato trasmesso, come consueto in, streaming. Cosa su cui ironizza Gianni Cuperlo: “Forse hanno venduto i ripetitori”.

Ma sullo sfondo resta lo strappo, durissimo, quello di Pier Luigi Bersani, che ha dichiarato di non voler partecipare alla riunione. Il vicesegretario Lorenzo Guerini tenta di ricucire: “Mi pare ci sia stato un eccesso di polemica, che a mio parere non è utile, ma rispetto le opinioni di tutti, anche quelle che non condivido”, ha detto rivolto all’ex segretario.  “Gli spazi di confronto devono essere sempre utilizzati, perché un partito che discute è un partito che vive e che garantisce la dialettica al proprio interno. Disertarli non è utile. Penso – ha concluso Guerini – che tutti debbano portare il proprio contributo affinché il nostro confronto interno sia vero, ma anche leale e rispettoso”.

Dall’ex segretario del partito i toni sono stati molti duri: “Ho inviato questa mattina le mie osservazioni, brevi e democratiche”. Bersani, che non ha partecipato alla riunione si è prima intrattenuto in Transatlantico in un lungo colloquio con Renato Brunetta, concluso con calorose strette di mano. “E’ ora di discutere sul serio. Attenzione che stiamo cambiando forma alla nostra democrazia e non sono cosucce da poco. Sarà ora di discutere seriamente, non per spot. Basta fare una discussione ordinata. Facciamo come abbiamo fatto col cosiddetto metodo Mattarella” ha detto ancora. E ancora: “Io non ho niente da chiedere, però alle mie idee non ci rinuncio, sia chiaro”.

Parole molto apprezzate da Pippo Civati. “Devo dire – afferma – che ho apprezzato questo Bersani qui mentre negli ultimi mesi non avevo capito il perché di alcune sue scelte. Non è questione di un venerdì pomeriggio, è una questione che è stata posta fin dall’inizio di tutta questa storia. Se non interessa, non importa, ho un buon carattere (e la libertà per prendere strade diverse). Però non si dica che non ci sono soluzioni alternative e che non sono state avanzate, ogni giorno. Perché questo sì, e’ veramente inaccettabile. E anche infamante”. “Se non sarò alla riunione – continua – è perché credo che prima si debbano chiarire alcune questioni fondamentali: rapporto tra governo e gruppi parlamentari (e anche tra governo e Parlamento nel suo insieme); rispetto del pluralismo e delle sue articolazioni; metodo di lavoro, perché non si può banalizzare in un pomeriggio il fatto che non abbiamo un programma scritto e condiviso e – conclude – pensiamo però di andare avanti così per tutta la legislatura”.

Un ex segretario talmente duro che su il Mattinale, la nota politica di Forza italia si legge: “Forza Bersani!. Tranquilli. Non siamo diventati bersaniani, non andiamo in pellegrinaggio alla tomba di Togliatti. Non siamo affatto per il tanto peggio tanto meglio. Ma per il meglio, e applaudiremo sempre l’emergere delle verità. Quando Bersani dice ‘il Re è nudo’ e si fa ambasciatore della realtà, noi stiamo dalla sua parte”.

Tra gli assenti di peno Gianni Cuperlo, leader di Sinistra Dem, che scrive a Matteo Renzi motivando l’assenza dell’area alla riunione di oggi.  “Caro presidente – sostiene Cuperlo –
chiedi suggerimenti e linee di lavoro dopo che sul jobs act il governo ha ignorato esattamente suggerimenti e linee votati dalla direzione del Partito democratico e poi dalle commissioni parlamentari. Dopo che sulla riforma costituzionale non avete tenuto conto neppure di un voto che avrebbe permesso, ora al Senato, di correggere quelle storture e incoerenze che rischiano, nei fatti, di rendere farraginosa la riforma. Dopo altre ‘bocciature’ a proposte di puro buon senso. Per questo, non parteciperemo al ‘ricevimento parlamentari’. Anche perché in tre minuti riesco a risolvere dei quiz e non la riforma fiscale”. Ma le idee, aggiunge Cuperlo illustrando una serie di proposte, “non ci mancano, le sottoporremo ai gruppi. Il problema è se uno le ascolta. Lo dico per oggi e lo dico per prima di oggi”.

Redazione Avanti!

Riconoscere la Palestina. Sì, no, forse

Palestina-Locatelli-PsiL’Italia riconoscerà la Palestina; anzi no o forse sì. Più che un pasticcio quella del voto alla Camera sulle mozioni che chiedevano il riconoscimento della Palestina – così come è avvenuto in altri Parlamenti europei e a Strasburgo – è stata una brutta figura.

I fatti.
Fino a ieri alla Camera erano state presentate tre mozioni, del M5s, di SEL e una dei socialisti (prima firmataria Pia Locatelli) che aveva raccolto oltre 60 firme di parlamentari di tutti gli schieramenti in un grande imbarazzo del PD che non solo era spaccato al suo interno, ma doveva anche tener conto delle posizione più filoisraeliana degli alleati di centrodestra. Alla fine, stamattina, il PD presentava una sua mozione, più ambigua rispetto alle altre e chiedeva agli alleati di SEL e del PSI di convergere su di essa. E così alla fine queste mozioni venivano ritirate e i parlamentari di SEL e del PSI dichiaravano il loro sostegno a quella del PD.

“L’impegno del Governo a promuovere il riconoscimento dello Stato della Palestina è un importante contributo per superare lo stallo del negoziato e favorire il processo di pace”. Lo afferma la deputata socialista Pia Locatelli, intervenendo in Aula per annunciare il ritiro della mozione del Psi, e il voto favorevole a un testo unitario largamente condiviso-

“Il voto del Parlamento italiano, che arriva sulla scia di quanto è già avvenuto in altri Paesi europei, è un risultato tutt’altro che scontato, del quale siamo soddisfatti. Una decisione che segue coerentemente quella che prendemmo nella Assemblea Generale dell’ONU del novembre 2012, quando L’Italia votò a favore del riconoscimento della Palestina come Stato Osservatore. Siamo convinti – ha concluso – che una pari dignità tra le due parti sosterrà il potere legale del governo palestinese legittimo, faciliterà la ripartenza del negoziato, aiuterà entrambe le parti a percorrere la strada verso la pace”.

La mozione del Pd è piuttosto generica e si limita a chiedere che il governo lavori al riconoscimento della Palestina. Essa, infatti, impegna l’Esecutivo “a continuare a sostenere in ogni sede l’obiettivo della Costituzione di uno Stato palestinese che conviva in pace, sicurezza e prosperità accanto allo stato d’Israele, sulla base del reciproco riconoscimento e con la piena assunzione del reciproco impegno a garantire ai cittadini di vivere in sicurezza al riparo da ogni violenza e da atti di terrorismo”. C’è quindi l’impegno per il governo a “promuovere il riconoscimento della Palestina quale Stato democratico e sovrano entro i confini del 1967 e con Gerusalemme quale capitale condivisa, tenendo pienamente in considerazione le preoccupazioni e gli interessi legittimi dello Stato di Israele”. Il testo veniva votato e otteneva 300 voti favorevoli e 45 contrari.

Subito dopo però il governo dichiarava il suo appoggio anche alla mozione degli alleati di centrodestra, Ap e Ncd, che subordina il riconoscimento della Palestina ad un’accordo politico fra le due parti, lasciano insomma sostanzialmente le cose come stanno. Impegna infatti il governo “a promuovere il raggiungimento di un’intesa politica tra Al-Fatah e Hamas che, attraverso il riconoscimento dello stato d’Israele e l’abbandono della violenza, determini le condizioni per il riconoscimento di uno stato palestinese”. Anche questo testo, che nella sostanza va in una direzione opposta all’altro perché subordina il riconoscimento alla volontà israeliana, veniva approvato, con 237 voti favorevoli e 84 contrari.

Le reazioni
Sconcerto e rabbia tra le file di SEL e del PSI, dove ci si sentiva presi in giro dalla mossa a sorpresa. Il ritiro della propria mozione serviva infatti a ottenere un voto su una mozione che esprimeva una linea politica precisa, anche se forse meno efficace e invece il secondo voto annullava il primo tanto che l’Huffington Post poteva titolare: ‘L’Italia riconosce la Palestina per 5 minuti’.

Critiche anche dall’interno del PD dove Stefano Fassina spiegava che “se il governo ha dato parere favorevole alla mozione di Ncd sulla Palestina è ridicolo. Quel testo è il contrario della nostra mozione perché non prevede il riconoscimento dello stato di Palestina. Io la mozione di Ncd non la voto e non la votano neppure molti parlamentari del Pd”.

Per il grillino Manlio Di Stefano “al governo o sono dei dissociati o sono in malafede”.

Ma il risultato politico vero, nonostante l’ingiustificata esultanza del capogruppo dem Speranza – un tweet annunciava “Oggi è un bel giorno per il Parlamento. Approvata mozione per il riconoscimento della Palestina” – è ben chiaro dalla dichiarazione entusiasta dell’Ambasciata israeliana a Roma che sottolineava come non vi sia un riconoscimento, ma “il sostegno al negoziato diretto”.

Delusa anche l’Olp : “E’ infelice (‘unfortunate’, nel testo in inglese) che la risoluzione non si impegni per l’incondizionato e ufficiale riconoscimento dello Stato di Palestina”. Afferma la rappresentante dell’Olp Hanan Ashrawi. “Chiediamo al governo italiano di riconoscere lo Stato palestinese senza condizioni”.

I precedenti
La presentazione delle mozioni è arrivata anche sulla spinta di un appello di intellettuali e comuni cittadini israeliani nell’intento di dare impulso alla ripresa del negoziato. Una mozione per il riconoscimento è stata poi votata dall’Europarlamento, così come avevano già fatto altri otto parlamenti nazionali mentre la Svezia, per prima in Europa, ha saltato il passaggio della mozione riconoscendo direttamente lo Stato di Palestina.

L’Italia è riuscita a non fare nulla, anzi ha fatto un pasticcio dando un’immagine fedele dello stato di perfetta confusione politica che regna nel PD, il partito che esprime il Governo del Paese.

Armando Marchio

La Polonia alle elezioni
presidenziali il 10 maggio

Magdalena-Socialisti-Polonia

Magdalena Ogorek, candidata alle presidenziali in Polonia

Le elezioni presidenziali in Polonia si terranno il prossimo 10 maggio. Lo ha annunciato il Presidente del Parlamento, Radoslaw Sikorski, respingendo le preoccupazioni sulla vicinanza della data delle elezioni con quella della cerimonia di commemorazione della Seconda guerra mondiale.

“Dopo aver riflettuto e ascoltato l’opinione pubblica, ho deciso di scegliere la data del 10 maggio” ha detto Sikorski parlando con la stampa.

Il presidente uscente Bronislaw Komorowski, 62 anni, è il grande favorito per ottenere il suo secondo mandato quinquennale consecutivo. Vicino al partito della destra liberale al potere, secondo i sondaggi potrebbe vincere anche al primo turno. L’ultima rilevazione, realizzata a metà gennaio dall’istituto Millward Brown, gli accredita un 65 per cento delle intenzioni di voto. Il candidato di Diritto e Giustizia, Andrzej Duda, invece, potrebbe arrivare al 21 per cento degli elettori, ma non ricade certo sul candidato uscente e sull’avversario l’attenzione della stampa nazionale e internazionale,  perché tra gli altri candidati alla presidenza della Polonia ci sono due outsiders, la giovane socialdemocratica Magdalena Ogorek, e Anna Grodzka la deputata transessuale sostenuta dai Verdi.

La Ogorek – classe 1979 ex presentatrice tv – non ha possibilità di vittoria, il suo partito lo Sld il Partito socialdemocratico che nell’ultima tornata elettorale era sprofondato all’11% in queste condizioni  non le può consentire di avere successo alle elezioni del 10 maggio, e nemmeno la sua esperienza come consulente per la Banca centrale polacca. Eppure i media non parlano che di lei, nonostante l’attuale capo di Stato, Bronisław Komorowski, sia il superfavorito.

Magdalena-OgorekL’obiettivo, ha spiegato la candidata nella prima uscita europea al vertice del PSE a Madrid, è quello di provare a vincere, ma anche se dovesse arrivare alle spalle di Komorowski e Andrzej Duda, per la Ogorek sarebbe già un successo.  “Voglio scatenare le energie dei giovani e degli imprenditori”, è lo slogan preferito e sostenuto anche dallo storico apparato del partito socialista, come Aleksandr Kwasniewski (presidente  dal 1995 al 2005), che parla di lei come “simbolo di cambiamento, di una Polonia dove il mondo politico è aperto alle giovani generazioni”.

La campagna elettorale è all’inizio, le copertine dei giornali polacchi non parlano che della giovane socialista e della prima transessuale candidata alla presidenza, relegando la destra a un ruolo minoritario obbligando i suoi esponenti ad attaccare le due candidate usando prevedibili battute e facili allusioni al cognome Ogorek che tradotto significa «cetriolo».

Una sfida importante quella affidata a Magdalena Ogorek, il 2015 porterà due volte i polacchi alle urne, a ottobre, cinque mesi dopo le presidenziali sarà il turno delle elezioni politiche, l’obiettivo per i socialisti è quello di ricollocarsi sulla scena politica tornando a sperare di riappropriarsi di quel 41% dei voti conquistati nel 2001 e nella holliwoodiana conferenza stampa di presentazione della propria candidatura, Magdalena Ogorek, si è presa la responsabilità di riportare il proprio partito a quelle percentuali.  Un obiettivo gridato a gran voce sulle note di  I Want It All dei Queen.

Sara Pasquot

Sale la tensione prima del comizio della Lega

salviniSarà un sabato pomeriggio movimentato quello di domani, per la città di Roma: quando Matteo Salvini, leader della Lega Nord salirà sul palco allestito a Piazza del Popolo per il comizio dal nome inequivocabile “Renzi a casa”, da piazza Vittorio avrà inizio la sfilata dei movimenti antifascisti, delle associazioni e centri sociali dietro lo slogan “Mai con Salvini”. Nel frattempo già questa mattina sono partite alcune contestazioni contro l’iniziativa leghista: alcuni movimenti anti-Salvini hanno infatti occupato – per poco tempo – la basilica di Santa Maria del Popolo. Nel tardo pomeriggio ci sono stati momenti di tensioni tra militanti e alcuni automobilisti bloccati nel traffico nel centro della città.

SALVINI: TUTTO CONFERMATO, NON DECIDONO SQUADRISTI – Sulle proteste di oggi, Salvini è intervenuto confermando l’iniziativa di domani. “La risposta deve essere compatta, pacifica e determinata” ha dichiarato il leader del Carroccio, aggiungendo che “non possono essere quattro squadristi a decidere chi manifesta e chi no”. Salvini ha inoltre auspicato la ferma condanna da parte dei rappresentanti di governo in merito ai “centri sociali che occupano chiese e incitano alla violenza”.

ANTAGONISTI: IMPEDIRE IL COMIZIO – “Impediremo il comizio di Salvini”, annunciano dai movimenti antagonisti che intendono dare un “segnale di ‘respingimento’ forte e chiaro nei confronti del Matteo padano e dei suoi alleati fascisti di Casapound” hanno spiegato i no global.

SEL: SALVINI PORTA TENSIONI – Sulle tensioni di questa mattina è interventuyot il capogruppo di Sel in Campidoglio, Gianluca Peciola che definisce lo sgombero “pesante. E’ grave che si usi violenza per garantire alla Lega la manifestazione di domani. E’ inoltre evidente che Salvini porta tensioni a Roma”. Peciola ha poi promesso di partecipare alla manifestazione “pacifica e democratica, quella della Roma aperta, inclusiva che si contrapporrà a quella tetra organizzata dalla Lega Nord”.

Siria Garneri

 

Pil positivo nel primo trimestre. Ferma l’occupazione

PilNel primo trimestre il Pil tornerà a crescere. Lo stima l’Istat nella Nota mensile sull’andamento dell’economia italiana. Questo perché “i segnali positivi si rafforzano”. Nel dettaglio, “la variazione congiunturale reale del Pil prevista per il primo trimestre è pari a +0,1%, con un intervallo di confidenza compreso tra -0,1% e +0,3%. Tale risultato è la sintesi del contributo ancora negativo della domanda interna (al lordo delle scorte) e dell’apporto favorevole della domanda estera netta. Al miglioramento delle opinioni di consumatori e imprese registrate a febbraio si affianca l’aumento della produzione industriale a dicembre e quello del fatturato dei servizi nel quarto trimestre del 2014. Permangono tuttavia difficoltà nel mercato del lavoro e si conferma la fase deflazionistica, seppure in attenuazione. L’indicatore composito anticipatore dell’economia registra una variazione positiva per il secondo mese consecutivo”, segnala l’Istat.

Discorso a parte per il mercato del lavoro che “non mostra chiari segnali di un’inversione di tendenza rispetto a quanto osservato negli scorsi mesi. Il tasso dei posti vacanti nei settori dell’industria e dei servizi e’ rimasto ancora stabile nel IV trimestre attorno allo 0,5%. La stazionarietà dell’indicatore, che perdura dall’ultimo trimestre del 2013, riflette la fase di stagnazione che si osserva dal lato della domanda di lavoro. In febbraio, le attese di occupazione formulate dagli imprenditori per i successivi tre mesi continuano a essere differenziate tra i principali comparti produttivi, risultando in crescita nella manifattura, stabili nei servizi e in peggioramento nel settore delle costruzioni”.

L’Istat segnala anche che si attenua leggermente il calo dei prezzi al consumo a febbraio. Lo rileva l’Istat, secondo cui l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,3% su base mensile e segna un calo su base annua pari allo 0,2%, meno ampio rispetto al -0,6% di gennaio.

Per l’istituto di statistica l’attenuazione della flessione su base annua dell’indice generale è dovuta in primo luogo alla netta ripresa dei prezzi dei vegetali freschi che sono aumentati dell’ 11,2%, dal -1,7% di gennaio. Contribuiscono poi l’accelerazione della crescita tendenziale dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+1,4%, da +0,3% di gennaio), l’inversione di tendenza di quelli dei Tabacchi (+3,7%, da-0,4% di gennaio) e il parziale ridimensionamento del calo su base annua dei prezzi degli energetici non regolamentati (-12,8%; era -14,0% il mese precedente).

Il lieve recupero è evidente anche guardando al cosiddetto “carrello della spesa”: in particolare, segnala l’Istat, i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dello 0,6% su gennaio e dello 0,7% su base annua. A gennaio il tasso tendenziale era nullo. I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto aumentano invece dello 0,6% in termini congiunturali e fanno registrare una flessione tendenziale dello 0,5%, meno ampia di quella rilevata a gennaio, pari all’1,4%. Al netto degli alimentari non lavorati e dei beni energetici, l'”inflazione di fondo” sale a +0,6% (da +0,3% di gennaio); al netto dei soli beni energetici si porta a +0,7% (era +0,3% il mese precedente). Il rialzo mensile dell’indice generale è da ascrivere principalmente all’aumento dei prezzi dei Vegetali freschi (+8,2%) – condizionati da fattori stagionali – e di quelli dei Tabacchi (+4,1%); un contributo all’aumento viene inoltre dal rialzo dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+0,8%), anch’essi in parte influenzati da fattori stagionali.

L’inflazione acquisita per il 2015 è pari a -0,3%. Ma malgrado il lieve rialzo di febbraio lo spettro deflazione che ha preoccupato operatori e istituzioni finanziarie negli ultimi mesi non si attenua: secondo l’Ufficio Studi di Confcommercio “è un dato che crea i presupposti per un’uscita dalla deflazione a partire dalla tarda primavera di quest’anno”. Ma per Confesercenti “l’attenuazione della deflazione è ancora in massima parte dovuta soprattutto a fattori stagionali e all’aumento di tariffe ed accise”. Per Coldiretti infine, l’andamento dei prezzi è “soprattutto il risultato di una situazione congiunturale dovuta al maltempo e non deve quindi ingannare sul reale andamento dei consumi che rimangono ancora fortemente stagnanti nell’alimentare. Tuttavia è prevista una inversione di tendenza nel 2015”.

Redazione Avanti!

Craxi non ha governato
solo l’onda delle aspettative  

In occasione del recente convegno organizzato dal Partito Socialista Italiano sul tema “Rifare l’Italia”, svoltosi a Città di Castello il 13 dicembre dello scorso anno, tra le diverse relazioni presentate, quella di Giuseppe De Rita merita qualche commento riguardo all’analisi che egli effettua delle modalità con cui sarebbe stata governata l’Italia, prima, quando a capo del Governo era Bettino Craxi, e dopo, quando il Paese è stato colpito dalla crisi del 2007/2008.

Nella sua relazione “L’Italia da rifare” (Mondoperaio, 2/2015), De Rita, riferendosi al momento attuale, afferma che il superamento della crisi italiana può solo dipendere dalla capacità delle forze politiche di “riattivare le aspettative del Paese; di rimettere in campo le motivazioni e le opportunità delle imprese; e di rifare politica in maniera diversa”.

Per De Rita, la riattivazione delle aspettative non dovrebbe essere estranea al modo di pensare proprio dei “leader socialisti degli ultimi anni”, considerato che essi hanno sempre avuto il “senso di cavalcare le aspettative”, ereditato dal modo in cui negli anni Ottanta (con Bettino Craxi capo del Governo) il partito avrebbe seguito “l’onda delle aspettative: le aspettative delle realtà locali, quelle delle famiglie, delle imprese, del modo di vivere la realtà sociale e la politica”. Queste aspettative sarebbero state, in qualche modo, tutte recepite da Craxi, “rifiutando – afferma De Rita – la dimensione berlingueriana di fare il cambiamento politico per poter fare il cambiamento sociale”. Nella visione di De Rita, Craxi non si sarebbe mai conformato alla “dimensione berlingueriana”, in quanto per lui il cambiamento c’era di già; esso andava solo riconosciuto e recepito, per viverlo, non per essere cambiato.

La bravura di Craxi, secondo De Rita, sarebbe consistita appunto nel capire le aspettative; nell’Italia di oggi Craxi si troverebbe in difficoltà, perché quelle delle famiglie e delle imprese sono poche o assenti: lo sviluppo del Paese “senza le aspettative del popolo” sarebbe difficile da individuare”, in quanto, in queste condizioni, pretendere di fare politica senza recepire le aspettative presenti all’interno del sistema sociale, giusto per rispondere ad esse, significherebbe fare solo politica all’interno di un contesto istituzionale afflitto da un sostanziale immobilismo. Perciò, sin quando le aspettative non saranno riattivate, la politica di oggi potrà solo gestire l’esistente, cioè potrà governare solo il galleggiamento delle famiglie e delle imprese, senza costruire alcuna prospettiva di crescita e di sviluppo.

Rifare l’Italia, oggi significa pertanto, secondo De Rita, ripromuovere le opportunità degli imprenditori; ciò perché, sin tanto che permarrà la staticità dei due operatori fondamentali del sistema sociale, le famiglie che consumano e le imprese che producono, non sarà possibile uscire dal tunnel della crisi; sarà impossibile evitare che il Paese “galleggi”, governando solo l’esistente fine a sé stesso, in quanto privo di prospettive. Sarebbe questo tipo di galleggiamento, di natura statica, a consentire di distinguere l’Italia di oggi dall’Italia dei tempi di Craxi; come dire che, mentre nell’Italia degli anni Ottanta a “conduzione socialista” le aspettative delle famiglie e delle imprese hanno creato condizioni favorevoli per tutti, con un galleggiamento dinamico che induceva tutti a “stare buoni”, nell’Italia di oggi il galleggiamento statico è all’origine di profonde disuguaglianze distributive e sociali.

Nell’Italia di Craxi è stato possibile vivere una stagione di stabilità e di pace sociale, ma oggi l’aumento delle disuguaglianze serve solo a diffondere instabilità e risentimento nello svolgimento delle relazioni tra i gruppi sociali; poiché gli Italiani sono un popolo rancoroso – afferma De Rita – il giorno in cui il normale e fisiologico maturare delle cose determinerà l’esplosione della tensione sociale “non saranno certo le parole – la solidarietà, la concertazione, eccetera – a difendere la coesione sociale, perché esploderà la dimensione più profonda della disuguaglianza, che è il rancore”.

Per evitare che ciò accada, De Rita sembra suggerire la necessità che il Paese torni a galleggiare in termini dinamici, facendo ripartire le prospettive delle famiglie e delle imprese, ma anche la dimensione di equilibrio dei rapporti sociali, al fine di consentire alla politica di ricuperare il suo rapporto funzionale con i processi sociali. Rapporto, questo, nel quale credeva Craxi, in quanto “aveva capito che bisognava starci dentro”; per De Rita, non c’è più stato in Italia nessuno come lui. “Lo stesso lungo percorso berlusconiano, che era partito come una grande adesione alle aspettative liberali e liberiste del Paese […], poi se ne è andato per conto proprio”.

La narrazione di De Rita non risponde alla qualità della leadership craxiana: essa appare riduttiva e appiattita sul puro e semplice riconoscimento di un cambiamento che c’era di già e che andava solo recepito; per cui la visione dell’azione politica di Craxi sarebbe consistita semplicemente nel vivere il cambiamento, non di cambiarne gli attori principali, e con essi il cambiamento stesso.

Se è vero che la visione che Craxi aveva su questo aspetto valeva a differenziarlo da Belinguer, essa tuttavia non implicava affatto un’adesione totale a principi liberisti, ma a principi liberali e riformisti; ne è prova il fatto che nel 1979 Bettino Craxi, da tre anni segretario del PSI, aveva formulato una proposta generale di riforma del “sistema Italia”, giusto per consentirgli di governare il cambiamento spontaneo del sistema sociale nazionale. Egli era consapevole che la crisi del Paese era diventata un fattore costante di crisi economico-sociale; i tentativi di attuare tale riforma, tuttavia, non hanno mai avuto un seguito, a causa delle resistenze conservatrici volte ad impedire che l’Italia aumentasse il suo “peso” in Europa e potesse godere dei vantaggi connessi ad una sua maggiore apertura al mondo.

Craxi era anche consapevole del fatto che il cattivo funzionamento del sistema politico era la conseguenza di una realtà storica, espressa dal fatto che i partiti antifascisti avevano fondato la nascita dello Stato repubblicano su un sistema pattizio, che escludeva a priori da qualsiasi maggioranza le formazioni politiche eredi dell’ideologia fascista. Ciò ha consentito che tutti i partiti esclusi da una maggioranza di governo, come ad esempio il PCI, contassero più dei loro voti, perché parti integranti del patto; quest’ultimo, pertanto, ha imposto maggioranze consociative fondate, non su un’alleanza partitica realizzata su un dato programma condiviso, ma su un consenso generale, che avesse incluso l’opposizione, sulle “cose da fare”.

Su questo punto si è consumato il lungo “braccio di ferro” tra i due partiti di sinistra, PSI e PCI, nel senso che l’obiettivo politico di spezzare la logica delle maggioranze consociative per poter realizzare la riforma istituzionale, ha esposto il PSI e il suo segretario ad una contraddizione esiziale: se Craxi convergeva al centro, accordandosi con la DC, indeboliva il ruolo del PSI a sinistra, senza rafforzarlo al centro; mentre se convergeva, come più volte è accaduto, verso un’alleanza col PCI, doveva affrontare il “duello a sinistra”, con i comunisti irremovibili nel negare al PSI la leadership, sia pure transitoria, dell’alleanza, come la situazione politica internazionale e la ritardata conversione socialdemocratica del PCI giustificavano. Respinta questa soluzione dal partito di Berlinguer per ragioni ideologiche e di potere, la fine del duello a sinistra si è conclusa, percorrendo scorciatoie extrapolitiche, con la fine del PSI, di Craxi e, con loro, del progetto di riforma istituzionale.

Se si giudica l’analisi di De Rita sulla base delle considerazioni appena svolte, non può sfuggire il fatto che essa non dà conto della qualità e della natura dell’azione di un leader, che è stato, ad un tempo, liberale e riformista (ma non liberista) e al quale solo la mancata disponibilità di un’adeguata forza partitica impedito di portare a compimento il suo progetto di riforma istituzionale, la cui attuazione gli avrebbe consentito di governare, nel senso proprio del termine, il processo di crescita e sviluppo del Paese.

Il fatto che Craxi non abbia potuto attuare la sua “Grande riforma”, per realizzare nel Paese una reale “democrazia governante”, non giustifica la considerazione del leader del PSI come un politico che si sarebbe limitato a governare l’esistente e a rispondere passivamente alle aspettative spontaneamente emergenti dalla dinamica sociale del “sistema Italia”; tanto meno si può lasciare intendere che Craxi sia stato, in qualche modo, il precursore del berlusconismo delle prima ora, che sin dall’origine della “discesa in campo” del suo “líder máximo” ha connotato l’azione di governo del Paese in termini di un galleggiamento sull’esistente fine a sé stesso, unicamente all’insegna dell’invito rivolto a tutti di perseguire il proprio arricchimento senza regole.

Mancando di ricordare quanto sin qui detto, si commette l’errore storico di fare risalire la condizione presente del Paese all’azione politica di un leader che, solo per aver tentato di modernizzare il Paese stesso con la realizzazione del necessario mutamento dei profili del sistema costituzionale vigente, è stato “eliminato politicamente”, a causa del prevalere delle forze conservatrici che gli si sono opposte; successivamente alla scomparsa del leader socialista, queste sono divenute le protagoniste dello sfascio di un’Italia che, ai tempi di Craxi, risultava essere uno dei sistemi sociali più stabili e dinamici in Europa. A Città di Castello sarebbe stato opportuno incentrare i lavori del convegno sui temi della grande riforma perseguita senza successo da Craxi; ciò forse avrebbe consentito ai socialisti di oggi che siedono in Parlamento una più responsabile partecipazione al riformismo istituzionale della maggioranza governativa attuale, considerato che i pochi militanti socialisti che ancora residuano nutrono più di un dubbio che le riforme del renzismo possano servire a “Rifare l’Italia”.

Gianfranco Sabattini