giovedì, 24 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Ammortizzatori sociali.
Cambia davvero qualcosa?
Pubblicato il 21-02-2015


ammortizzatori socialiAmmortizzatori sociali, si cambia. Bello da sentire e leggere così in quattro parole. Ma, come sempre, le parole sono quel che sono, a volte quasi nulla, altre ancora  complettamente artefatte. Con i decreti attuativi del Jobs Act, approvati ieri, sparisce deffinitivaente la famigerata mobilità in deroga, arrivano Naspi e Dis-Coll. Da una prima sommaria e veloce occhiata non sono niente male. Dal 1° maggio 2015, compresi i precari per 24 mesi che scendono a 18 dal 2017. L’ammontare dell’indennità non può eccedere i 1.300 euro. Dopo i primi 4 mesi di pagamento, la Naspi viene ridotta del 3% al mese. L’erogazione è condizionata alla partecipazione a programmi di politiche attive.

Viene introdotto in via sperimentale, per quest’anno, l’Asdi, l’assegno di disoccupazione di 6 mesi che verrà riconosciuto a chi, scaduta la Naspi, non ha trovato impiego. Verrà erogato fino ad esaurimento dei 300 milioni del fondo. Il Dis-Col si applica invece ai i co.co.co (iscritti alla Gestione separata Inps) che perdono il lavoro, per un massimo di 6 mesi. Se poi andiamo a guardare bene, poco cambia, in effetti. Praticamente uguale alla mobilità in deroga, particolar modo nella parte ove si evince “condizionata alla partecipazione di corsi di formazione professionale e programmi di ricollocamento a lavoro mai andati a buon fine.” Per intenderci, per solo un esempio, nel triennio 2007/2013 la Regione Sardegna ha speso 8 volte più della Toscana, 7 più dell’Emilia Romagna, 5 più del Veneto, per corsi di formazione senza ottenere nessun risultato in termini di posti di lavoro più di quelle regioni nominate.

Insomma, a mio avviso, non cambia nulla, solo il nome e i vantaggi per i soliti noti, siamo al limite dell’incredibile. Questo particolare però, ci consente di toccare un argomento come quello, per esempio, legato ai cambiamenti che non tengono conto  dei problemi che causano quando non sono valutate attentamente le problematiche lasciate in sospeso nella fase di transizione. Per meglio dire, accantonate. Allora, questo, ci consente  ancora una volta di portare all’attenzione uno dei tanti problemi sommersi legati alla disastrosa economia nazionale e della nostra regione. Mi riferisco alla questione ammortizzatori sociali. In un contesto di crisi come quello attuale, non certamente nuovo per la Sardegna,  quella dei lavoratori  beneficiari solo  sulla carta, dal 2013, di ammortizzatori sociali, è certamente una di quelle tematiche di cui sovente si preferisce non parlare. Appare evidente soprattutto nel caso di quegli oltre 17 mila lavoratori che si trovano  espulsi dal mercato del lavoro in età pressoché già adulta, la media dei lavoratori in mobilità in deroga si attesta intorno ai 45 anni, e per quali poche sono allo stato attuale le possibilità per esser ricollocati. Premesso che, è palese che l’attuale sistema degli ammortizzatori sociali non ha certamente risolto il problema del lavoro.

Tutt’altro, vent’anni e oltre di ammortizzatori sociali elargiti a manica larga non hanno fatto altro che giustificare una totale capacità di attuare serie politiche attive del lavoro. La passività che ha contraddistinto la classe politica in questi ultimi anni si è dunque trasformata  in quello che tutti conosciamo  con il nome assistenzialismo sconclusionato. Solo politiche passive  hanno reso impossibile il ricollocamento al lavoro per gran parte di questi lavoratori  che oggi sono anche oltraggiati dall’indifferenza  di chi invece dovrebbe loro garantire, non dico maggiore attenzione, ma, quantomeno, un canale di  dialogo e studio di fattibili alternative all’assistenzialismo becero.  E’ vero, recependo le direttive della legge Fornero, l’attuale esecutivo nazionale, con l’attuazione del decreto interministeriale del 1 agosto 2014 n. 83473  e della successiva circolare esplicativa n. 19 dell’ 11 settembre 2014, ha voluto, forse in maniera  incompleta, porre rimedio. Perché dico in maniera incompleta? Lo è nel momento in cui  il decreto di cui sopra non contiene nessuna misura alternativa  all’uscita graduale dal circuito degli ammortizzatori sociali. Pone in essere solo esclusivamente a delle direttive come le modalità di concessione di Cig e Mobilità in deroga e ne esplica i criteri  a far data dal 1° gennaio 2015.

La conseguenza è tangibile, sta avendo e avrà effetti devastanti dal punto di vista economico/sociale per molti lavoratori  e le loro famiglie. Il 23 gennaio 2015 è stato firmato il verbale di accordo istituzionale ammortizzatori sociali 2015 il quale recepisce  a tutti gli effetti i dettami del suddetto decreto Poletti. Nello specifico, i lavoratori che alla data di decorrenza del trattamento abbiano già beneficiato di prestazione di mobilità in deroga per almeno tre anni anche non continuativi. La circolare esplicativa n. 19 dell’11 settembre 2014 del ministero del Lavoro recependo il decreto del primo agosto stabilisce così: periodo di trattamento; dal 1° gennaio 2014 – al 31 Dicembre 2014 – la durata massima consentita è fissata in 5 mesi nell’arco del periodo. 5 mesi + ulteriori 3 mesi nell’arco del periodo per i lavoratori residenti nelle aree di cui al D.P.R. n. 218/ 1978. Dal 1° gennaio 2015 al 31 Dicembre 2016 il trattamento di mobilità in deroga non potrà più esser erogato. Notare bene – la durata massima consentita è calcolata considerando anche tutti i periodi  già concessi nell’annualità di referimento – anno 2014 – per effetto degli accordi  stipulati in data anteriore all’entrata in vigore del decreto. I Periodi massimi di concessione del trattamento non sono in nessun caso prorogabili. b) Lavoratori che alla data di decorrenza del trattamento abbiano già beneficiato di prestazioni di mobilità in deroga per un periodo inferiore ai tre anni. Periodo di trattamento: dal 1° gennaio 2014 – al 31 dicembre 2014 – la durata massima consentita è fissata in 7 mesi nell’arco del periodo – 7 mesi + ulteriori 3 mesi del periodo per i lavoratori residenti nelle aree di cui al D.P.R. n. 218/ 1978. Dal 1° gennaio 2015 al 31 dicembre 2016 – la durata massima consentita è fissata in 6 mesi nell’arco del periodo.

6 mesi + 2 mesi nell’arco del periodo per i lavoratori residenti nelle aree di cui al D.P.R. n. 218/ 1978. Dal 1° gennaio 2017 il trattamento non potrà più esser erogato. Il suddetto verbale di accordo istituzionale è stato sottoscritto da tutte le parti sociali convocate al tavolo partenariale in Assessorato al lavoro, fatta eccezione della Confprossioni  che ha sollevato  rimostranze  e rilevato la profonda ingiustizia posta in essere in particolare  verso i lavoratori provenienti da imprese non rientranti nella fattispecie degli ex artt. 2082/2083 del codice civile

Sottolineo, questi lavoratori sono esclusi dal poter presentare domanda di prima concessione indennità di mobilità in deroga e  anche per l’ottenimento delle proroghe. Insomma, un decreto di riforma, uno dei primi attuativi del cosiddetto Jobs Act e che segue la linea della precedente legge Fornero, non strutturato in maniera tale da garantire a tutti  gli stessi diritti. Un proseguo di politiche del lavoro in palese violazione  del diritto sancito dalla nostra Carta Costituzionale  secondo cui il lavoro è un diritto  di tutti non solo  riservato ad una specifica fascia di età anagrafica  quale pare  esser l’impronta assunta  da tutti e tre gli ultimi esecutivi nazionali. Il progetto Garanzia Giovani che mira all’inserimento lavorativo giovani dai 15 ai 29 anni, pare, allo stato attuale  non aver prodotto  miriade di posti di lavoro. Non solo, trattasi di in progetto che recepisce in sostanza linee guida europee, ma palesemente discordanti con la struttura sociale/economica del nostro paese, ove, tra le altre cose prevede l’obbligo scolastico fino ai sedici anni e quello formativo  fino a diciotto.  Sfido qualsiasi genitore a ritirare proprio figlio da scuola per provare ad inserirlo a lavoro per vedere, poi, a quali conseguenze  potrà andare incontro.

Il progetto Flexicurity, quello studiato, proposto e approvato dall’attuale giunta regionale, mirato al ricollocamento al lavoro dei lavoratori che sono fuoriusciti dal circuito degli ammortizzatori sociali, come ho detto prima, dal 1 settembre 2014 allo stato attuale appare esser solo una meteora, l’ennesima che si estinguerà nel nulla di fatto. Ed in questo senso, esplode la rabbia dei lavoratori in mobilità in deroga, 4mila di loro da settembre 2014 sono fuori per l’ entrata in vigore del decreto Poletti, altri 5mila saranno esclusi da giugno 2015. Ad oggi il 40% di loro ha percepito le prime due mensilità del 2014, gli altri attendono lo sblocco di ulteriori risorse e nulla si sa in merito ai definitivi pagamenti.

Fa rabbia e fa venire qualche forte dubbio l’improvviso interessamento palesato ieri a Nuoro, da parte delle organizzazioni sindacali che, dopo quasi tre anni di grida di dolore, di rabbia, esasperazione, aprono gli occhi e solo oggi dicono – “la situazione è esplosiva, ma nessuno ci vede e ci ascolta”. Ma dove eravano ieri e l’altro ancora, quando i lavoratori da ottobre 2013 abbiamo più volte lanciato l’allarme? Sono 17 mila, e oltre, in mobilità in deroga, oltre 8 mila in Cig. Con la differenza sostanziale che, mentre per il lavoratori in Cig esiste ancora un legame/rapporto con l’azienda, per il lavoratori in mobilità oltre all’assegno è sparito anche il legame/rapporto con l’azienda. Oggi i sindacati, dicono: “che la regione non ascolta”. Perché solo oggi? Mentono sapendo di mentire spudoratamente. Di fatto stanno anche disinformando i lavoratori per condurli ad una ipotetica prossima azione di protesta bloccando la S.S. 131.

È l’attenzione del governo nazionale che occorre richiamare, si conoscono bene le responsabilità, i ritardi attuali sono frutto delle mancate ripartizioni dei fondi a livello nazionale. Sanno benissimo, per aver nel corso degli ultimi anni, dal 2012 ad oggi, firmato tutti i verbali di accordi istituzionali ammortizzatori sociali, che erano in corso cambiamenti, nati con la riforma Fornero, e posti in esser definitivamente con il decreto del 1° agosto 2014. Oggi l’allarme lanciato appare agli occhi di molti lavoratori solo un tentativo per recuperare consensi. Sanno benissimo che vige un artefatto tentativo di mascherare i numeri reali del dramma disoccupazione adulta con quella giovanile. Non conviene a nessuno parlare di disoccupazione over 40, si avrebbe la chiara percezione di quella che è la realtà di un paese sprofondato da tempo in un tunnel senza spiragli di luce. Infine, quando il C.l.a.s – comitato lavoratori attivi Sardegna – che negli ultimi tre anni ha lottato da solo, e quando ha più volte chiesto supporto per scongiurare quella che oggi è una situazione esplosiva, gli altri dove erano?

Antonella Soddu

 

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