domenica, 21 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

IL DIETROFRONT
Pubblicato il 10-02-2015


Forza-Italia-Berlusconi

“Sarebbe oggi pura irresponsabilità concorrere a una direttrice autoritaria. La maggioranza si fermi”. Renato Brunetta ha usato questo argomento per annunciare nell’Aula della Camera l’ostruzionismo di Forza Italia alle riforme istituzionali targate Renzi: “Una corsa rovinosa verso il disastro che faremo di tutto per rallentare”. Gli stessi argomenti che usavano i parlamentari dei Cinque Stelle quando quelli forzisti votavano con la maggioranza. Ohibò, evidentemente il capogruppo di Forza Italia si è distratto almeno nell’ultimo decennio di governi guidati o condizionati dal suo leader Silvio Berlusconi, visto che era proprio il suo leader a sognare contro un Parlamento che faceva perdere solo tempo, tanti ‘pigiabottoni’ da eleggere con il ‘suo’ Porcellum oggi replicato quasi identico nei 100 capilista bloccati concordati col ‘golpista’ Renzi. Ma soprattutto curioso assai, visto che quelle leggi le hanno votate al Senato appena l’altro ieri.

Ha così buon gioco il socialista Riccardo Nencini a sottolineare l’evidente contraddizione che sostiene il ‘dietrofront’ ordinato dalla villa di Arcore: “L’atteggiamento di Forza Italia sulle riforme istituzionali – nota il segretario del PSI – somiglia alla battuta di Mark Twain: ‘Aveva un’idea quand’era in piedi ed una quando era seduto’. Curioso di scoprire come, chi ha votato in un modo in una Camera, voti diversamente nell’altra. E il testo non è cambiato”.

Ma esagerazioni a parte, che servono a Forza Italia solo a recuperare un po’ di spazio mediatico per tentare di risollevare sondaggi che vedono il partito padronale di Silvio in caduta libera, la nuova linea di condotta mira a rioccupare lo spazio politico a destra che la Lega di Salvini sta saccheggiando da tempo e a costringere l’NCD di Angelino Alfano, oggi ‘né carne né pesce’, a schierarsi o con la maggioranza, abbandonando quindi i voti che erano dell’elettorato forzista, oppure a tornare all’ovile rafforzando l’ex Cavaliere.

“Faremo di tutto per rallentare le riforme”, promettono da Forza Italia e così dopo la rottura del Patto del Nazareno e nell’ottica di una ricucitura con la Lega, vanno all’attacco a testa bassa. Ecco così che il primo atto utile in Parlamento alla ripresa dei lavori, sono state le dimissioni di Francesco Paolo Sisto da relatore di minoranza delle riforme costituzionali tornate in Aula alla Camera oggi dopo l’elezione di Mattarella al Quirinale. “Andremo avanti”, è la replica del Pd, ma è un po’ un modo per farsi coraggio perché dalle parti del Nazareno sanno bene che quantomeno sui tempi, la maggioranza si trova in difficoltà. “Proviamo a chiudere sabato”, sorride rassicurante la ministra Boschi, ma non ci credono in molti.

Sisto, che è anche relatore di minoranza del provvedimento assieme a Emanuele Fiano del Pd, ha usato parole alate per giustificare il suo atto e spiegato di aver deciso le sue dimissioni “con il dolore profondo del giurista cui viene data l’occasione di riscrivere la Costituzione, ma con la coerenza di una appartenenza a un partito senza opportunismi”. “Con senso di responsabilità Forza Italia ha partecipato ad una intesa innaturale con il Pd per una cooperazione sulle riforme che non rinnegasse il passato, non cancellasse il presente e non precludesse il futuro. Un patto che è una transizione temporanea e che oggi non è più viva in quanto l’accordo è stato sciolto e Forza Italia – ha concluso – si ritiene libera di non essere scontenta”.

Mah … l’unica cosa chiara è che le semplici dimissioni hanno già rallentato i lavori facendo slittare di un paio d’ore la discussione mentre il capogruppo Brunetta spiegava senza mezzi termini che la rappresaglia contro la rottura del Patto del Nazareno sarebbe consistita subito nel mettere i bastoni in mezzo alle ruote del carro della Boschi.

Alle dichiarazioni propagandistiche di Brunetta la ministra ha risposto con altrettanto piglio spiegando che tutto “dipende da quanto l’opposizione vorrà bloccare riforme in discussione da settembre con un lavoro impegnativo” e che dunque “i tempi sono maturi. Anche se Fi al momento sta votando in modo vario e eterogeneo”. “Ringrazio Sisto per il lavoro svolto fin qui – dice – e mi dispiace per le dimissioni perché proseguire con le opposizioni è un valore aggiunto. Ma questo non cambia la determinazione della maggioranza sulle riforme: siamo aperti al confronto ma il dialogo non può impedire di andare avanti”. Insomma, come dire ‘chissenefrega’ andiamo avanti ugualmente. Come ripete il sottosegretario Luca Lotti che si dice dispiaciuto per le dimissioni, “ma noi andiamo avanti”. D’altra parte nessuno pensava che si fermassero mentre tutti sanno che comunque questa, peraltro assai discutibile, riforma dovrà essere sottoposta a referendum confermativo mancando fin dall’inizio la maggioranza qualificata indispensabile.

Ostruzionismo a parte, quanto ai tempi, sul testo per il momento sono previste sedute tutti i giorni dalle 9 alle 23 fino a sabato e con circa 2mila votazioni da fare. Il testo dovrà poi tornare al Senato e, dato che si tratta di una riforma costituzionale, è previsto pure un doppio passaggio alle Camere a distanza di tre mesi.

Quanto alla sostanza ci sono alcuni punti delicati tuttora in discussione e che non trovano concorde neppure la stessa maggioranza. Uno soprattutto fa discutere, quello legato alle norme transitorie per il ricorso preventivo alla Corte costituzionale in materia di legge elettorale, Poi ci sono quelli relativi alla possibilità di scorporare le spese per investimenti dal pareggio di Bilancio previsto in Costituzione, alle competenze Stato-Regioni, al quorum necessario per la dichiarazione di guerra.

Per quanto riguarda il cosiddetto sindacato di costituzionalità all’interno dello stesso Pd si confrontano diverse posizioni: il testo attuale prevede che sia necessario 1/3 dei parlamentari per chiedere una valutazione preventiva alla Corte costituzionale delle riforme del sistema di voto mentre tra gli esponenti della minoranza Dem c’è chi vorrebbe portare l’asticella a 1/10 e chi addirittura vorrebbe che il meccanismo fosse automatico, prevedendo tra l’altro che possa valere anche in via transitoria per l’Italicum.

Oltre la riforma costituzionale con l’aboilizione del Senato cos’ come l’abbiamo ereditato dai padri costituenti, c’è poi il doloroso capitolo della legge elettorale. L’Italicum è stato assegnato il 5 febbraio scorso alla commissione Affari Costituzionali della Camera (quella del dimissionario Paolo Sisto) ma – secondo quanto viene spiegato – non sarà all’ordine del giorno dei lavori prima di marzo. Renzi – ma non si è espresso finora con chiarezza – non vorrebbe cambiare nulla perché se lo facesse dovrebbe rinviare il testo al Senato dove la maggioranza, con la rottura del Patto del Nazareno, è davvero periclitante. Così la ministra sorridente, quella che ha in mano il capitolo doloroso, Elena Boschi, considera il testo blindato e non vuole modifiche. La minoranza del Pd invece insiste sulla necessità di modificare il numero dei capilista bloccati – ora sono 100 -, un sistema che di fatto ricrea il difetto (o il pregio, dipende dai punti di vista) principale del Porcellum, quello di creare un Parlamento di nominati, i ‘pigiabottoni’ che piacciono a Berlusconi, ma anche ai Cinque Stelle. Uno stuolo di parlamentari che devono la loro elezione quasi esclusivamente in virtù della loro fedeltà al ‘capo’ con tanti saluti per la garanzia costituzionale della libertà di mandato. A oggi il testo prevede il premio di maggioranza alla lista che supera il 40% dei voti con un secondo turno tra i due partiti più votati se nessuno supera quella soglia, uno sbarramento al 3% e 100 capilista bloccati, di fatto quelli di tutti i partito meno che di quello che vince il premio di maggioranza anche se, grazie alle pluricandidature, nella sostanza alla fine sono più o meno tutti ‘nominati’ con tanti saluti ai giudici della Consulta che quella parte del Porcellum l’hanno cassata.

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