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Opinioni e commenti
 

Burundi, lotta per il potere
dietro le tre suore trucidate
Pubblicato il 06-02-2015


Burundi-Suore trucidatePer le autorità locali e la comunità internazionale il caso era chiuso. C’è un colpevole in prigione e un movente, anzi due; «L’odio verso i bianchi» e un’antica disputa terriera. Una tesi semplice che, però, convinceva pochi. Sicuramente non il direttore della Radio Popolare Africana (RPA), la più conosciuta delle radio del Burundi, Bob Rugurika. Pochi giorni fa, il 20 gennaio, improvvisamente, proprio Rugurika viene prima convocato e poi arrestato dalle forze di sicurezza di Bujumbura, la capitale del Burundi, dopo aver diffuso la registrazione di un uomo che rivendica di essere uno degli esecutori materiali del triplice omicidio delle missionarie italiane, uccise lo scorso settembre. L’anonimo tira in causa il generale Adolphe Nshimirimana, ex direttore dei servizi burundesi e amico personale del presidente Pierre Nkurunziza. L’agenzia MISNA ha fatto sapere che il direttore di Radio Publique Africaine si sarebbe rifiutato di rivelare ai magistrati l’identità della fonte.

Secondo la testimonianza trasmessa da RPA, Nshimirimana sarebbe il mandante della strage: le tre sorelle, secondo la fonte, sarebbero state sul punto di denunciare pubblicamente i traffici del generale, proprietario di un ospedale nel quartiere dove sorge la missione. L’ex capo dello spionaggio, infatti, avrebbe importato dei farmaci spacciandoli come destinati alla parrocchia, ed evitando così le tasse doganali. Tra i farmaci, trasportati a bordo di veicoli della parrocchia, Nshimirimana avrebbe nascosto anche minerali contrabbandati illegalmente dalla vicina Repubblica Democratica del Congo facendoli passare come aiuti umanitari.

Ben 4 i capi d’accusa contro il giornalista che sin dall’inizio di questa storia aveva lanciato una campagna contro la versione ufficiale della polizia: «Concorso in omicidio», «tradimento della solidarietà nazionale», «violazione del segreto istruttorio», e «occultamento di un reo». Si ammette, dunque, che possa esserci un reo che non sia il condannato.

Suor_Olga_Raschietti

Suor Olga Raschietti

Era il 7 settembre scorso quando nella periferia nord di Bujumbura, Lucia Pulici, 73 anni e Olga Raschietti, 80, due missionarie saveriane italiane, vengono barbaramente assassinate nella parrocchia della missione. La macabra scoperta viene fatta intorno alle 16 dalla sorella Bernadette Boggian ignara che, di lì a poco, sarebbe toccata anche a lei a stessa sorte.

Di ritorno dall’aeroporto, Bernadette si insospettisce del silenzio in cui è avvolto il convento. Chiama il responsabile, padre Mario Pulcini, che trova tutte le porte chiuse; bussano, ma nessuno risponde. Poi entrano da un ingresso laterale e trovano lo scempio.

Arriva la polizia e cominciano i primi rilievi e gli interrogatori. I missionari accompagnano le salme delle due sorelle assassinate all’ospedale e rientrano nel compound intorno alla mezzanotte. Alle 2 del mattino dell’8 settembre, nella stessa parrocchia ormai presidiata dalle forze di sicurezza, si sentono delle urla: una terza suora missionaria, Bernadette Boggian, appunto, viene ritrovata morta in un lago di sangue nella sua stanza. Decapitata.

Le porte del convento e delle stanze delle sorelle uccise non hanno segni di effrazione. Non è stato portato via nulla se non un cellulare. Nonostante questo gli investigatori parlano subito di rapina.

Un triplice omicidio che lascia sgomenti per la brutalità e interdetti per la dinamica degli eventi.

Christian Claude Butoyi

Christian Claude Butoyi

A poche ore dai fatti, la polizia arresta Christian Claude Butoyi di 33 anni: il giovane, si dice, viene identificato per aver cercato di vendere il telefono di Olga ad un residente del quartiere che ha avvertito le autorità, insospettitosi dopo aver notato degli sms in italiano salvati in memoria. La polizia ha fatto sapere di aver ritrovato nella casa del giovane addirittura il sasso con cui l’assassino ha infierito su almeno 2 delle vittime. E la chiave del convento.

La confessione di Butoyi arriva subito dopo: il giovane si attribuisce non solo l’eccidio, ma anche lo stupro delle vittime. Una tesi che, del resto, coincide proprio con la versione rilasciata dalla stessa polizia immediatamente dopo il ritrovamento dei corpi: si era detto, infatti, che l’assassino aveva violentato le vittime. Una versione, però, smentita dalla parrocchia, per bocca dello stesso padre Mario, e dalle perizie dei medici dell’ospedale dove sono state analizzate le salme. Smentita così come la teoria della disputa sulla terra: il giovane, interrogato dalla polizia, avrebbe detto che il terreno sul quale è edificata la parrocchia apparteneva alla sua famiglia. Una pura invenzione. Solo due delle tante, troppe, incongruenze di una storia sulla quale, come riferiscono le stesse missionarie saveriane, «i dubbi sono più delle certezze».

Subito dopo l’arresto, infatti, la comunità del quartiere popolare di Kamenge, storicamente molto legata alla missione, è infuriata e vorrebbe linciare il colpevole. Ma poi, quando il nome del fermato comincia a circolare, sulla rabbia prevale lo spaesamento. Christian Claude Butoyi è una persona ben conosciuta dagli abitanti del quartiere, così come dai religiosi saveriani: non un folle omicida, piuttosto, spiegano, una sorta di «scemo del villaggio», da tutti considerato incapace fisicamente, caratterialmente e mentalmente di concepire e di mettere in opera un gesto così efferato. Insomma, un soggetto perfetto per essere usato come capro espiatorio, si mormora, soprattutto perché non in grado di difendersi dalle accuse e fare fronte ad una situazione troppo più grande di lui.

Bob close-up Jan 2015

Bob Rugurika, direttore della Radio Pubblica Africana

Dal momento del suo arresto il giovane è comparso in pubblico una sola volta, brevemente mostrato dalla polizia ai fotografi. Non una sola parola è uscita dalla sua bocca; silenzio assoluto. Dal momento del suo arresto nessuno ha più avuto accesso all’imputato. «Siamo esterrefatti. C’è un silenzio totale da parte della comunità internazionale, incluso da parte del governo italiano e della Comunità Europea rispetto al caso delle tre sorelle. Un caso sul quale, nonostante quello che vorrebbero farci credere, la verità non è stata nemmeno sfiorata. Questo silenzio irrita la comunità locale e chi, in Burundi, lotta perché sia fatta giustizia su questo come su altri casi», ha detto proprio Bob Rugurika, conosciuto difensore dei diritti umani, direttore della Radio Pubblica Africana, arrestato nei giorni scorsi dalle forze di sicurezza. Per la sua liberazione si è mossa Amnesty International così come altre organizzazioni internazionali. Questa intervista precede di alcuni giorni l’arresto.

Direttore, lei sostiene con forza che la versione ufficiale fornita dalla polizia sull’omicidio delle tre missionarie non stia in piedi. Perché?
Lo sostengo io e lo sostiene la comunità. Si vorrebbe far credere che un giovane conosciuto come lo scemo del quartiere sia stato responsabile di un omicidio efferato, compiuto all’interno di una struttura controllata da guardiani e realizzato in due tempi, a distanza di ore, e con la polizia che presidia il convento in forze. Semplicemente non sta in piedi. Tutti conoscono Christian a Kamenge, e nessuno crede che possa essere capace di compiere un gesto del genere, non solo dal punto di vista morale, ma anche pratico.

Perché la polizia avrebbe interesse a mettere in piedi un montaggio?
Per coprire delle complicità.

Si spieghi, per favore…
Non è la prima volta che nel nostro Paese si verificano omicidi di religiosi o di persone che con la loro opera erano venuti a conoscenza di particolari scomodi. Le sorelle, come missionarie, lavoravano in mezzo alla gente, le persone si fidavano di loro e raccontavano quello che sta avvenendo.

Cosa sta avvenendo, qual è il contesto nel quale è maturato il delitto?
L’anno prossimo in Burundi si terranno le elezioni. Come sempre, a ridosso dell’appuntamento con le urne, la situazione in Burundi diventa particolarmente delicata. Soprattutto dopo il boicottaggio dell’opposizione dell’ultima tornata elettorale e con il presidente che vorrebbe un terzo mandato. Si parla della formazione di milizie giovanili da parte del partito di governo per controllare il voto.

Cosa c’entra questo con le missionarie?
Loro lavoravano in un ospedale a Luvungi, nella Repubblica Democratica del Congo, al di là della frontiera. Erano state lì recentemente. Proprio in quella zona è segnalata da tempo la presenza di militari burundesi che, da qualche mese, starebbero addestrando giovani civili provenienti da tutto il Burundi, ma soprattutto da Bujumbura, per la formazione di gruppi paramilitari. Si chiamano Imbonerakure.  Olga, Lucia e Bernadette sicuramente sapevano e avevano anche delle prove.

Questo è bastato per ucciderle?
Non solo, ma diciamo che è bastato per mettere in moto una macchina. Oltre alla questione delle milizie ci sono anche altri problemi di natura economica, legati a vari traffici. Ho avuto modo di parlare direttamente con persone che hanno rivelato di essere coinvolte nel massacro, gente legata all’apparato di sicurezza che avrebbe agito per soldi.

Lei ha parlato con un reo confesso, dunque. Chi?
Per il momento sto ancora investigando e preferisco fermarmi qui. Diciamo che potrebbe esserci una coincidenza di interessi di diversi attori.

Roberto Capocelli

 

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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