lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

“Con il sole negli occhi”, un viaggio nel mondo
dei naufraghi siriani
Pubblicato il 07-02-2015


con-il-sole-negli-occhiDopo la messa in onda de “L’Angelo di Sarajevo”, Rai Uno trasmette un altro film sul tema delle adozioni: “Con il sole negli occhi” di Pupi Avati. Il celebre regista affronta con semplicità e delicatezza la problematica, connettendola in maniera sentita e toccante al dramma dei naufragi di immigrati sulle coste di Lampedusa e simili. Questi viaggi della speranza si trasformano spesso in un’“ecatombe senza precedenti”. Coloro che investono tutto quel poco che hanno per salpare il mare (dove spesso trovano la morte), alla ricerca di un futuro, si trovano quasi sempre a finire in centri per rifugiati, che diventano luoghi inaccessibili dall’esterno per chi volesse portare un contributo. Come Carla (Laura Morante), donna rimasta sola dopo che il marito se ne è andato di casa.

Quest’ultimo, interpretato da Paolo Sassanelli, compare in poche scene, ma ha comunque un ruolo significativo poiché dà il la alla storia. A seguito, infatti, della profonda “intima solitudine” in cui cade, Carla ritrova uno scopo di vita appena incontra un piccolo naufrago siriano: solo come lei. Abile l’interpretazione del giovane attore Amor Faidi, che recitare senza parlare, ma solamente con l’intensità e l’espressività dello sguardo. Non ha identità, di lui si conosce solamente la data del naufragio che lo ha separato dai suoi due fratellini, anche perché rifiuta ogni contatto con l’altro. L’unica parola che pronuncia, che gli verrà attribuita come nome, è Marhaba: in siriano significa “benvenuto”. E ciò è emblema di quanto cerchi speranza ed accoglienza. Anche se poi, più che trovarne, spesso questi naufraghi ne danno a chi li accoglie.

Come gli altri, anche Marhaba è “un bambino molto speciale”. E Carla se ne accorge subito, dal momento in cui, “con il sole negli occhi”, le mostra la foto che lo ritrae coi suoi fratelli. È il sole della speranza di chi procede senza poter veder, sapere né conoscere cosa vi sia al di là di quei raggi che accecano, che scaldano, ma che possono anche essere fatali. Un sole tanto rovente quanto pericoloso poiché è un orizzonte sconosciuto: si rischia di bruciarsi come Icaro inseguendolo; ma a questa gente non resta altro che il rischio disperato verso un futuro incerto, quasi fosse l’ultima speranza rimasta loro. Purtroppo per loro, quello che li aspetta è un mondo sconosciuto ed ostile. Oltre il danno la beffa di essere strumentalizzati: nella casa di accoglienza “Il Girasole”, dove risiede Marhaba, sono quasi tutti volontari poiché l’interessamento da parte delle istituzioni permane finché c’è visibilità e convenienza dal punto di vista politico e diplomatico. E poi, non ultimo, sono vittima della nostra disperazione, che cerchiamo di risolvere tramite loro, più che portare loro serenità e conforto.

Morante-ConilsolenegliocchiQuesto Carla lo comprende bene ed è pronta anche a rinunciare all’affetto del piccolo, pur di aiutarlo a ritrovare la sua “famiglia”, a ricongiungerlo coi suoi fratelli adottati in Germania. Partono insieme per questo nuovo viaggio, diverso, che significherà una svolta nelle loro esistenze. Carla sente che questo è un dovere morale, un obbligo che ha nei confronti di Marhaba e non intende venir meno a questo obiettivo. Con ostinazione e determinazione lo persegue con tenacia. “Marhaba mi ha cambiato la vita, anzi me l’ha ridata. Ora io voglio salvare lui, come lui ha salvato me”, si ripete in continuazione ricordando la metafora del salvataggio connessa al tema del naufragio. Ma le insidie ci sono e sono tante. Innanzitutto non è facile dare un futuro diverso e nuovo a questi bambini che hanno vissuto orrori che, sebbene abbiano il diritto di dimenticare, faticano a cancellare dalla loro mente, ma che anzi riaffiorano di notte a lungo in incubi che fanno gridare loro tutto il loro dolore.

Per questo si chiudono nel loro mondo, rifiutandosi di comunicare, come chiuso è quello dei centri di accoglienza, impenetrabili, dove è difficile accedere, così come non è semplice penetrare l’universo di tormenti, di stati d’animo esplosivi quasi che animano questi naufraghi “disperati”. In più per sapere chi siano, ritrovare e riconsegnare loro le proprie identità, occorre risalire agli scafisti che li hanno portati in Italia, gli unici che sappiano: ma le informazioni si pagano, hanno un costo elevato come quello del viaggio, quasi un ricatto che rima con riscatto; il riscatto della loro esistenza, riscattandosi al contempo con la vita, e soldi per riscattare se stessi, per liberarsi dal peso opprimente di un passato non felice, per tornare ad essere uomini liberi: come un prigioniero liberato col riscatto, loro ritrovando la loro identità, si liberano dalla prigionia di una vita senza diritti né speranze, una reclusione pari a quella in alcuni centri.

Tutto questo Avati lo denuncia in toto senza usare toni melodrammatici, ma col realismo di telecronache di episodi veri, reali, documentati e raccontati alla televisione da telegiornali che non fanno che riferire numeri allarmanti e mandare in onda immagini che parlano da sole. Così come Carla e Marhaba riescono perfettamente a comunicare, nonostante la lingua diversa. Perché qui si sfiora una sfera universale, che tocca l’umano di ognuno di noi. L’unica parola che dirà Marhaba sarà goal, come segnare la rete della vittoria in questo gioco duro, ma fantastico, che è la vita. I due vincono e conquistano insieme la propria libertà.

Gradevole anche il finale in cui vengono elencate delle parole in siriano con la traduzione in italiano: quasi che, una volta che non si è più “con il sole negli occhi”, si possa riuscire a vedere specularmente gli universi paralleli che accomunano il popolo dei naufraghi (siriani e non solo; e in questo Marhaba rappresenta tutti quelli come lui, non solo se stesso) a quello degli occidentali.

Barbara Conti

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