venerdì, 25 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Craxi non ha governato
solo l’onda delle aspettative  
Pubblicato il 27-02-2015


In occasione del recente convegno organizzato dal Partito Socialista Italiano sul tema “Rifare l’Italia”, svoltosi a Città di Castello il 13 dicembre dello scorso anno, tra le diverse relazioni presentate, quella di Giuseppe De Rita merita qualche commento riguardo all’analisi che egli effettua delle modalità con cui sarebbe stata governata l’Italia, prima, quando a capo del Governo era Bettino Craxi, e dopo, quando il Paese è stato colpito dalla crisi del 2007/2008.

Nella sua relazione “L’Italia da rifare” (Mondoperaio, 2/2015), De Rita, riferendosi al momento attuale, afferma che il superamento della crisi italiana può solo dipendere dalla capacità delle forze politiche di “riattivare le aspettative del Paese; di rimettere in campo le motivazioni e le opportunità delle imprese; e di rifare politica in maniera diversa”.

Per De Rita, la riattivazione delle aspettative non dovrebbe essere estranea al modo di pensare proprio dei “leader socialisti degli ultimi anni”, considerato che essi hanno sempre avuto il “senso di cavalcare le aspettative”, ereditato dal modo in cui negli anni Ottanta (con Bettino Craxi capo del Governo) il partito avrebbe seguito “l’onda delle aspettative: le aspettative delle realtà locali, quelle delle famiglie, delle imprese, del modo di vivere la realtà sociale e la politica”. Queste aspettative sarebbero state, in qualche modo, tutte recepite da Craxi, “rifiutando – afferma De Rita – la dimensione berlingueriana di fare il cambiamento politico per poter fare il cambiamento sociale”. Nella visione di De Rita, Craxi non si sarebbe mai conformato alla “dimensione berlingueriana”, in quanto per lui il cambiamento c’era di già; esso andava solo riconosciuto e recepito, per viverlo, non per essere cambiato.

La bravura di Craxi, secondo De Rita, sarebbe consistita appunto nel capire le aspettative; nell’Italia di oggi Craxi si troverebbe in difficoltà, perché quelle delle famiglie e delle imprese sono poche o assenti: lo sviluppo del Paese “senza le aspettative del popolo” sarebbe difficile da individuare”, in quanto, in queste condizioni, pretendere di fare politica senza recepire le aspettative presenti all’interno del sistema sociale, giusto per rispondere ad esse, significherebbe fare solo politica all’interno di un contesto istituzionale afflitto da un sostanziale immobilismo. Perciò, sin quando le aspettative non saranno riattivate, la politica di oggi potrà solo gestire l’esistente, cioè potrà governare solo il galleggiamento delle famiglie e delle imprese, senza costruire alcuna prospettiva di crescita e di sviluppo.

Rifare l’Italia, oggi significa pertanto, secondo De Rita, ripromuovere le opportunità degli imprenditori; ciò perché, sin tanto che permarrà la staticità dei due operatori fondamentali del sistema sociale, le famiglie che consumano e le imprese che producono, non sarà possibile uscire dal tunnel della crisi; sarà impossibile evitare che il Paese “galleggi”, governando solo l’esistente fine a sé stesso, in quanto privo di prospettive. Sarebbe questo tipo di galleggiamento, di natura statica, a consentire di distinguere l’Italia di oggi dall’Italia dei tempi di Craxi; come dire che, mentre nell’Italia degli anni Ottanta a “conduzione socialista” le aspettative delle famiglie e delle imprese hanno creato condizioni favorevoli per tutti, con un galleggiamento dinamico che induceva tutti a “stare buoni”, nell’Italia di oggi il galleggiamento statico è all’origine di profonde disuguaglianze distributive e sociali.

Nell’Italia di Craxi è stato possibile vivere una stagione di stabilità e di pace sociale, ma oggi l’aumento delle disuguaglianze serve solo a diffondere instabilità e risentimento nello svolgimento delle relazioni tra i gruppi sociali; poiché gli Italiani sono un popolo rancoroso – afferma De Rita – il giorno in cui il normale e fisiologico maturare delle cose determinerà l’esplosione della tensione sociale “non saranno certo le parole – la solidarietà, la concertazione, eccetera – a difendere la coesione sociale, perché esploderà la dimensione più profonda della disuguaglianza, che è il rancore”.

Per evitare che ciò accada, De Rita sembra suggerire la necessità che il Paese torni a galleggiare in termini dinamici, facendo ripartire le prospettive delle famiglie e delle imprese, ma anche la dimensione di equilibrio dei rapporti sociali, al fine di consentire alla politica di ricuperare il suo rapporto funzionale con i processi sociali. Rapporto, questo, nel quale credeva Craxi, in quanto “aveva capito che bisognava starci dentro”; per De Rita, non c’è più stato in Italia nessuno come lui. “Lo stesso lungo percorso berlusconiano, che era partito come una grande adesione alle aspettative liberali e liberiste del Paese […], poi se ne è andato per conto proprio”.

La narrazione di De Rita non risponde alla qualità della leadership craxiana: essa appare riduttiva e appiattita sul puro e semplice riconoscimento di un cambiamento che c’era di già e che andava solo recepito; per cui la visione dell’azione politica di Craxi sarebbe consistita semplicemente nel vivere il cambiamento, non di cambiarne gli attori principali, e con essi il cambiamento stesso.

Se è vero che la visione che Craxi aveva su questo aspetto valeva a differenziarlo da Belinguer, essa tuttavia non implicava affatto un’adesione totale a principi liberisti, ma a principi liberali e riformisti; ne è prova il fatto che nel 1979 Bettino Craxi, da tre anni segretario del PSI, aveva formulato una proposta generale di riforma del “sistema Italia”, giusto per consentirgli di governare il cambiamento spontaneo del sistema sociale nazionale. Egli era consapevole che la crisi del Paese era diventata un fattore costante di crisi economico-sociale; i tentativi di attuare tale riforma, tuttavia, non hanno mai avuto un seguito, a causa delle resistenze conservatrici volte ad impedire che l’Italia aumentasse il suo “peso” in Europa e potesse godere dei vantaggi connessi ad una sua maggiore apertura al mondo.

Craxi era anche consapevole del fatto che il cattivo funzionamento del sistema politico era la conseguenza di una realtà storica, espressa dal fatto che i partiti antifascisti avevano fondato la nascita dello Stato repubblicano su un sistema pattizio, che escludeva a priori da qualsiasi maggioranza le formazioni politiche eredi dell’ideologia fascista. Ciò ha consentito che tutti i partiti esclusi da una maggioranza di governo, come ad esempio il PCI, contassero più dei loro voti, perché parti integranti del patto; quest’ultimo, pertanto, ha imposto maggioranze consociative fondate, non su un’alleanza partitica realizzata su un dato programma condiviso, ma su un consenso generale, che avesse incluso l’opposizione, sulle “cose da fare”.

Su questo punto si è consumato il lungo “braccio di ferro” tra i due partiti di sinistra, PSI e PCI, nel senso che l’obiettivo politico di spezzare la logica delle maggioranze consociative per poter realizzare la riforma istituzionale, ha esposto il PSI e il suo segretario ad una contraddizione esiziale: se Craxi convergeva al centro, accordandosi con la DC, indeboliva il ruolo del PSI a sinistra, senza rafforzarlo al centro; mentre se convergeva, come più volte è accaduto, verso un’alleanza col PCI, doveva affrontare il “duello a sinistra”, con i comunisti irremovibili nel negare al PSI la leadership, sia pure transitoria, dell’alleanza, come la situazione politica internazionale e la ritardata conversione socialdemocratica del PCI giustificavano. Respinta questa soluzione dal partito di Berlinguer per ragioni ideologiche e di potere, la fine del duello a sinistra si è conclusa, percorrendo scorciatoie extrapolitiche, con la fine del PSI, di Craxi e, con loro, del progetto di riforma istituzionale.

Se si giudica l’analisi di De Rita sulla base delle considerazioni appena svolte, non può sfuggire il fatto che essa non dà conto della qualità e della natura dell’azione di un leader, che è stato, ad un tempo, liberale e riformista (ma non liberista) e al quale solo la mancata disponibilità di un’adeguata forza partitica impedito di portare a compimento il suo progetto di riforma istituzionale, la cui attuazione gli avrebbe consentito di governare, nel senso proprio del termine, il processo di crescita e sviluppo del Paese.

Il fatto che Craxi non abbia potuto attuare la sua “Grande riforma”, per realizzare nel Paese una reale “democrazia governante”, non giustifica la considerazione del leader del PSI come un politico che si sarebbe limitato a governare l’esistente e a rispondere passivamente alle aspettative spontaneamente emergenti dalla dinamica sociale del “sistema Italia”; tanto meno si può lasciare intendere che Craxi sia stato, in qualche modo, il precursore del berlusconismo delle prima ora, che sin dall’origine della “discesa in campo” del suo “líder máximo” ha connotato l’azione di governo del Paese in termini di un galleggiamento sull’esistente fine a sé stesso, unicamente all’insegna dell’invito rivolto a tutti di perseguire il proprio arricchimento senza regole.

Mancando di ricordare quanto sin qui detto, si commette l’errore storico di fare risalire la condizione presente del Paese all’azione politica di un leader che, solo per aver tentato di modernizzare il Paese stesso con la realizzazione del necessario mutamento dei profili del sistema costituzionale vigente, è stato “eliminato politicamente”, a causa del prevalere delle forze conservatrici che gli si sono opposte; successivamente alla scomparsa del leader socialista, queste sono divenute le protagoniste dello sfascio di un’Italia che, ai tempi di Craxi, risultava essere uno dei sistemi sociali più stabili e dinamici in Europa. A Città di Castello sarebbe stato opportuno incentrare i lavori del convegno sui temi della grande riforma perseguita senza successo da Craxi; ciò forse avrebbe consentito ai socialisti di oggi che siedono in Parlamento una più responsabile partecipazione al riformismo istituzionale della maggioranza governativa attuale, considerato che i pochi militanti socialisti che ancora residuano nutrono più di un dubbio che le riforme del renzismo possano servire a “Rifare l’Italia”.

Gianfranco Sabattini

 

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