giovedì, 18 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

Crisi greca. L’Europa si interroga sui debiti sovrani
Pubblicato il 25-02-2015


Grecia-crisi-UELa Grecia ha avuto tempo e la soluzione di compromesso tra le richieste di Alexis Tsipras e la diga rigorista capeggiata dalla Germania, sono solo una conferma che l’Europa non ha ancora per nulla sciolto il nodo della uscita dalla crisi finanziaria ed economica scoppiata nel 2008. Il debito della Grecia è unanimamente considerato ormai inesigibile e qualcuno dice lo stesso anche di quello italiano. Secondo Stefano Fassina, in un intervento su La Stampa, “se la Grecia vuole sopravvivere, dati i vincoli politici che vi sono oggi nell’Eurozona, temo non abbia altra possibilità che uscire” dall’euro. Un opzione che potrebbero trovarsi davanti anche l’Italia, la Spagna, il Portogallo e chissà domani anche la Francia. Nel pomeriggio ne hanno discusso il Presidente della Bce, Mario Draghi, col vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis e l’Europarlamento. Al centro del confronto non solo il nodo del debito greco, ma anche il ruolo della BCE, il completamento dell’Unione bancaria, il quantitative easing. Ieri comunque c’è stato il primo via libera al piano della Grecia che l’UE considera un buon punto di partenza, l’Fmi reclama uno sforzo maggiore e per la BCE ci sono ancora lacune.

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Una conferenza europea sui debiti sovrani
di Maurizio Ballistreri

Sembra già finito il “vento rivoluzionario” che spirava dalla Grecia, nei confronti dell’Europa monetarista e tecnocratica. Tsipras, con una buona dose di “realpolitik”, si sta muovendo nell’interlocuzione con la Germania e l’Unione europea (ma anche nei confronti di tutta la Troika!), per trovare una mediazione su ristrutturazione del debito sovrano, nuovi crediti internazionali e, contemporaneamente, riforme restrittive dei diritti sociali.

Ciò che è evidente è che l’Europa così come l’abbiamo conosciuta dall’introduzione dell’euro in poi, dovrà cambiare profondamente.

Le politiche di stabilizzazione monetaria e di austerity hanno condotto i paesi del Sud d’Europa ad un tracollo del PIL, tra deflazione, elevato debito, alta disoccupazione e povertà che ha toccato ormai anche il ceto medio.

Per questo appare incomprensibile, non solo da punto di vista dell’analisi economica ma a tutti gli osservatori di buon senso, parlare di uscita dalla crisi con tassi di crescita per l’Eurozona ancora molto deboli (0,8% nel 2014 e 1,1% per il 2015).

Un passo in avanti importante è certamente rappresentato dalle decisioni fortemente volute da Mario Draghi sul Quantitative Easing: in questa fase della crisi infatti, la Banca Centrale Europea possiede la chiave di volta per superarla e la politica di flessibilità quantitativa è una delle misure necessarie per un’uscita collettiva e sostenibile nell’Eurozona. Se adottata, sarà la benvenuta, nonostante arrivi con grande ritardo. Ma la politica monetaria, fondata peraltro sull’immissione di liquidità indiretta attraverso l’acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario detenuti dalle banche, da sola non è in grado di portare fuori l’Europa dalle secche della stagnazione. Serve una politica fiscale espansiva che dia impulso alla crescita e agli investimenti, che accompagni un vero e proprio New Deal europeo fondato su un programma keynesiano di investimenti in settori ad alto valore aggiunto e in infrastrutture e un piano di reindustrializzazione in primo luogo verso quelle economie nazionali segnate da un tasso di disoccupazione più elevato. Last but not least, si deve intervenire sui debiti sovrani.

Nella dura “guerra di posizione” tra la Grecia del premier Tsipras e la Germania della “Cancelliera di ferro” Frau Merkel, da parte ellenica è venuta fuori una proposta che, depurata dalla forte vis polemica, potrebbe essere utile in questa direzione: una conferenza europea sul debito, sul modello di quella svoltasi a Londra del 1952-53.

La conferenza si concluse con il cosiddetto “Accordo sul debito esterno tedesco”, privato e pubblico, formatosi durante la guerra, e dei prestiti concessi con il Piano Marshall. Per gran parte del debito derivante dalle sanzioni decise dal Trattato di Versailles del 1919 (riparazioni che dovevano essere pagate dalla Germania per la sconfitta nella 1° Guerra mondiale furono poi nel 1921 stabilite in 132 miliardi di marchi), i pagamenti erano fermi dal 1934, a seguito della decisione di Hitler. Il totale di 38,8 miliardi di debito tedesco fu ridotto a 14,5 miliardi, sulla base del principio che la Germania doveva essere messa in grado di pagare i debiti mantenendo un alto livello di crescita economica e di benessere della popolazione.

Quel modello potrebbe servire oggi, attualizzato, per ristrutturare i debiti sovrani di paesi come la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo e la stessa Francia: perché non discuterne?

Maurizio Ballistreri

IL DOCUMENTO PROPOSTO DA ATENE

Il piano greco. Buoni pasto, energia e sanità per i poveri, possibile estensione dello schema pilota di salario minimo: queste le uniche misure per affrontare la crisi umanitaria contenute nella lista di riforme greca, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa ANSA. Il Governo specifica che “la lotta alla crisi umanitaria non avrà effetti negativi per il bilancio”.
La Grecia “si impegna a non ritirare le privatizzazioni già completate e a rispettare, in base alla legge, quelle per cui è stato lanciato il bando”, ma “rivedrà quelle non ancora lanciate puntando a migliorare i benefici a lungo termine per il Governo”.
Il Governo greco farà “un ‘phase in’ di un nuovo approccio intelligente sulla contrattazione collettiva per bilanciare la flessibilità con l’equità. Questo include l’ambizione di aumentare il salario minimo” che però “sarà fatto in consultazione con le istituzioni europee”: è quanto si legge nella liste di riforme.
Rivedere l’Iva perché non abbia “impatto negativo sulla giustizia sociale” ed evitare “sconti ingiustificati”. Rafforzare i concetti di “frode ed evasione”, sostituire le esenzioni con misure sociali, “assicurare che tutte le aree della società, specialmente le benestanti, contribuiscano equamente” alla spesa.
La Grecia ridurrà i ministeri da 16 a 10, i consulenti e i benefit di ministri e parlamentari e avvierà una “spendig review in ogni area della spesa pubblica” per “razionalizzare” i ministeri dove la spesa non destinata a salari e pensioni “ammonta a un incredibile 56% del totale”. Rivedrà la spesa sanitaria ma “garantendo l’accesso universale”.

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