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Opinioni e commenti
 

Expo 2015: un Tribunale Paradossale
Pubblicato il 09-02-2015


Expo2015

Sabato Milano ha posto pubblicamente la domanda fatidica: “Expo: nutrire il pianeta o le multinazionali?”. A sobbarcarsi il peso del quesito è stata la Sinistra per Pisapia che, nella gremita sala Alessi di Palazzo Marino, ha organizzato una tavola rotonda per gettar luce su un progetto la cui natura, fra accuse preventive e scontate apologie, sembrava non esser mai emersa con univoca chiarezza.

I protagonisti dell’ “anti-evento”, così definito dalla stampa perché contemporaneo alla promozione della Carta di Milano condotta da Renzi nell’Hangar Bicocca, hanno negato fin dall’inizio la vena sovversiva del dibattito, tutt’altro che un tentativo di sabotaggio alla vigilia del grande evento, quanto una sensibilizzazione ai giochi di forza e alle responsabilità che vi partecipano; essi hanno, inoltre, rigettato l’etichetta dei rotocalchi, sostenendo che da molti mesi la data della conferenza era stata resa pubblica e, molto più recentemente, il premier ha collocato la sua promozione benedetta dal Papa nella stessa mattinata, catalizzandovi la stampa.

In ogni caso, malgrado le precauzioni iniziali, i partecipanti, com’era intuibile, hanno descritto criticamente fin dall’inizio il grande evento italiano, definendosi risolutamente come un gruppo di “individui che pensano che i fondi dell’Expo potessero essere utilizzati in modi migliori per i cittadini, senza sprechi di denaro, senza corruzione”.

Pur con questo fermo riferimento critico ad un progetto di cui sono stati rivelati gli evidenti conflitti di interessi, gli arrivismi, i più incauti e meschini favoreggiamenti, l’incontro si è assunto realmente la responsabilità di trattare quelle tematiche che l’Expo, malgrado le proclamazioni, ha costantemente trascurato: il diritto globale all’alimentazione, la produzione sostenibile, un ripensamento della catena di distribuzione alimentare, il ruolo di banche e multinazionali nella gestione dei prodotti. Temi che, in Bicocca, fino all’ultimo sono stati soppiantati da questioni di mera organizzazione politica.

In un dibattito della durata di quattro ore, si sono susseguiti innumerevoli ospiti quali Piero Basso, che ha denunciato le infiltraziolni mafiose nell’Expo e l’esclusione dei contadini volta all’inclusione degli sponsor, l’europarlamentare Curzio Maltese, che ha condannato la governance dell’evento, e la rinomata economista Susan George, che ha condotto un’acuta analisi sull’eccezionalità dell’odierna crisi alimentare oltre a sconfessare le azioni finanziarie dei grandi produttori, che agiscono anarchicamente senza contemplare in alcun modo le conseguenze umanitarie alimentari.

Hanno seguito Emilio Molinari, Vittorio Agnoletto e Basilio Rizzo, i quali hanno parlato dei paradossi dell’economia mondiale fra sprechi, affamati e scarti di una sovraproduzione cosmica e le imposizione gestionali nella diffusione indiscriminata di OGM; tutto ciò, fra le citazione di Gandhi, Balzac e detti indiani.

A concludere le trattazioni è stato l’atteso Moni Ovadia, che, in una costante lode dell’equità come fondamento di ogni diritto, ha sconfessato l’antico homo homini lupus sostenendo che, di fronte alle multinazionali e le associali finanziarie corporative, l’uomo è impotente e l’onesta concorrenza è solo un fantasma narrato. Dopo una condanna alla kermesse renziana nel linguaggio del potere, che esclude i coltivatori e somiglia ad una nuova Leopolda per ricchi, il drammaturgo conclude invocando una buona politica che prevenga la febbre della disillusione, contrariamente all’Expo, battezzata come “un pugno di speculatori che mangiano con la nostra democrazia”, mentre “mangiare e bere non devono essere atti di sopravvivenza, ma atti di vita”.

Nell’evento che Renzi discute con la Fondazione Barilla non si garantisce alcun sussidio, né si pubblicizzano le risorse dell’acqua pubblica, ma si fa l’appello di una costellazione di multinazionali spregiudicate, quali Nestlé, Monsanto, Syngenta, Bayer, Coca Cola ed infinite altre. I grandi assenti sono le braccia ossute, le pance e le tasche vuote.

Ad emergere complessivamente è l’immagine tendenziosa di un corrotto circolo apparentemente caritatevole, che imbocca lucullianamente gli abbienti e ai poveri, bestie metaforiche, getta qualche avanzo. Il suo significato: una grande ammonizione a non abbassare la guardia alle illegittime legittimazioni dell’Expo e a prestare ulteriore attenzione alla sua eredità, al post-evento, al lascito di una grande abbuffata monetaria.

Le prime grandi Esposizioni universali, quelle londinese e parigina che videro sorgere il Crystal Palace o “il mostro di ferro”, la Torre Eiffel, tutte prontamente criticate dagli intellettuali, erano armate di un’idea ben precisa: un’approssimazione all’uguaglianza con l’aumento della produzione. Ora sappiamo che l’esito di tale manovra è esattamente contrario e che, nell’adempienza alla moltiplicazione del capitale ignorante le affamate individualità, i paradossi che abitano il globo ne sono le testimonianze partorite. Quello di Milano, allora, sarà un grande evento solo imponendo perentoriamente un ripensamento della distribuzione alimentare, delle catene produttive, del ruolo delle multinazionali in tutto questo; ma finché l’imputato è assurto al ruolo di giudice, non è illogico dubitare che tutto questo possa realmente accadere…
Cristiano Vidali

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