domenica, 21 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

Il sogno di “grandeur” della Cina
Pubblicato il 20-02-2015


Il presidente cinese Xi Jinping, in un discorso rivolto al Paese, pronunciato al Museo Nazionale Cinese mentre era in corso la mostra “La strada verso il rinnovamento” che raccoglie immagini e documenti della storia contemporanea della Cina dai tempi delle guerre dell’oppio, ha dichiarato di voler realizzare il “rinnovamento della nazione”, in quanto “grande sogno della Cina nei tempi moderni”. Nel corso del suo discorso, Xi Jinping ha sottolineato che, nonostante le sofferenze subite negli ultimi 170 anni, “il popolo cinese non si è mai arreso, ha combattuto senza sosta e finalmente ha preso in mano il proprio destino e ha cominciato il grande processo di costruzione della nazione”.

Il discorso del “sogno della Cina” è stato ripreso dai mass-media del partito, che ne hanno enfatizzato il tono epico; ma, secondo gli analisti della politica cinese, il discorso ha incluso anche un altro “messaggio”, nel senso che, con le sue parole, Xi Jinping ha voluto annunciare di essere in grado di mantener fede agli impegni in tempi rapidi, aprendosi alle aspettative dell’intera società civile della Cina.
Tuttavia, come ogni suo predecessore, anche Xi Jinping ha sottolineato che è sua intenzione caratterizzare la propria leadership attraverso una linea di continuità rispetto a quella dei suoi predecessori, conservando al centro delle decisione politica il Partito, per portare la Cina a diventare una potenza matura, anche nei rapporti internazionali.
Stando ai decenni più recenti, Jiang Zemin ha inaugurato una politica finalizzata ad armonizzare la società cinese alle esigenze imposte dai ritmi impetuosi del suo sviluppo, ricuperando il ruolo della classe imprenditoriale, rimuovendo il “classismo” del Partito Comunista Cinese su cui era stata basata la politica maoista. Durante l’epoca del Grande Timoniere, poiché i cinesi in gran maggioranza vivevano e lavoravano nelle campagne, il concetto di “classe” era necessariamente legato a istanze rivoluzionarie, piuttosto che a considerazioni puramente legate al processo di produzione. In questo modo, il Partito doveva prima di tutto rappresentare la classe rivoluzionaria del Paese, con molti dei quadri funzionariali provenienti dalle realtà lavorative prevalentemente rurali.

Dopo la scomparsa di Mao, finita l’epoca rivoluzionaria, è emersa la figura di Deng Xiaoping, che ha aperto lo sviluppo della Cina al contributo dei capitali esteri. Deng, a suo modo, pur integrando la Cina nel mercato mondiale, ha conservato saldo, come hanno dimostrato gli eventi del 1989, il controllo sui centri vitali del Paese da parte del Partito.
Successivamente, Jiang Zemin ha anch’egli governato la Cina nella prospettiva che il Partito rimanesse in ogni caso centrale nella vita politica del Paese e mantenesse saldo il controllo del funzionamento del sistema economico. La fase di Hu Jintao, è stata caratterizzata dall’attuazione di una politica volta a realizzare una società armoniosa, attraverso il ricupero della tradizione confuciana, in parte rimossa da Mao. Il recupero della religione tradizionale ha corrisposto al tentativo di portare a compimento la politica dell’armonizzazione sociale di Jiang Zemin, fondata sulle istanze confuciane di ordine, gerarchia, organizzazione.

Con il discorso pronunciato in occasione della sua visita al Museo nazionale cinese, Xi Jimping ha voluto presentarsi come leader che si impegna col suo popolo a ricuperare l’autentica identità della nazione cinese, attraverso la realizzazione di una “società moderatamente prospera”, con un PIL che, secondo le stime del governo, dovrebbe aggirarsi attorno al 7% annuo per il prossimo futuro.

A tal fine, per la Cina, sarà necessario adottare un modello di sviluppo che in qualche modo accolga i consigli suggeriti dal Fondo Monetario Internazionale e dall’OCSE: i due istituti hanno criticato, l’eccessiva dipendenza cinese dagli investimenti orientati all’export, sostenendo la necessità di un maggior supporto nei confronti dei consumi interni.
Alcuni osservatori ritengono che l’espressione “sogno della Cina” sia sufficientemente vaga, tale da riflettere solo l’esigenza avvertita dalla classe dirigente del grande Paese asiatico di nuove riforme istituzionali ed economiche; altri osservatori, invece, come Alice Béja in “Dopo il sogno americano, quello cinese?” (MicroMega, 8/2914), ritengono che il regime abbia inteso “definire con chiarezza i suoi limiti politici”, lasciando che la società civile possa liberamente sognare un’altra Cina, diversa da quella che le viene promessa.

Posta in questi termini, l’interpretazione dell’espressione “sogno della Cina” come dev’essere intesa? Che cosa sogna la Cina?. Che cosa possono sognare i cinesi?
Come osserva la Béja, si tratta di due domande molto diverse; considerati i limiti democratici dell’organizzazione istituzionale della Cina, il “sogno” non può essere che legato alla nazione, più che alla società civile che la compone, e alla visione che ne ha il Partito Comunista Cinese. Se ogni singolo cinese può nutrire il sogno di arricchirsi, l’arricchimento deve essere posto al servizio della “grandeur” nazionale. In conseguenza di ciò, deve essere sottolineata la grande differenza che esiste tra l’espressione “sogno cinese” e quella di “sogno americano” dalla quale è stata probabilmente mutuata la prima.
Mentre l’espressione “sogno americano”, pur nei suoi limiti propagandistici, continua ad offrire l’immagine di “una terra dove tutto è possibile, dove ciascuno si può reinventare e aspirare al successo”, il sogno cinese “non copia il sogno americano se non nella sua dimensione materiale. E’ essenzialmente un sogno di propaganda,…e se si mantiene vago sul piano concettuale, nondimeno si associa a una politica che è quello della Cina di Deng Xiaoping: libertà economica e chiusura politica, unite a una visione della ‘Cina eterna’ che si fonda sui valori dell’obbedienza e dell’armonia, valori che escludono implicitamente la democrazia, considerata un’importazione culturale dall’Occidente”.

Si può fondatamente pensare che lo sviluppo impetuoso dell’”Elefante indiano”, che già nel corso del 2016 dovrebbe superare in fatto di tasso di crescita il “Dragone cinese” (6,5% dell’India contro il 6,3% della Cina), e il riarmo giapponese voluto da Shinzo Abe valgano a consolidare ulteriormente, e non ad “ammorbidire”, la visione della “Cina eterna” dei governanti cinesi attuali.

In conclusione, all’Occidente non resta che constatare la chiusura della Cina ai valori della democrazia e augurarsi che l’attuale politica di “grandeur” della classe dirigente cinese non pregiudichi la possibilità che tutti i cinesi possano anch’essi sognare di poter vivere in futuro in una società libera e democratica.

Gianfranco Sabattini

 

 

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