lunedì, 25 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

La guerra ibrida di Putin
Pubblicato il 18-02-2015


kirillovsky-putinLa Russia di Putin ha recentemente inventato un nuovo tipo di guerra moderna, la “guerra ibrida”. Lo ha dovuto fare anche per motivi oggettivi poiché uno dei capisaldi delle relazioni internazionali degli ultimi settant’anni (ribadito dal trattato di Helsinki) è l’intangibilità delle frontiere. La politica energetica russa e la ricostituzione della potenza e del prestigio dello Stato russo portano invece a una sovversione dell’ordine nello spazio post-sovietico: è già avvenuto in Moldova con la Transnistria e in Georgia con l’Abkhazia e l’Ossezia del sud; sta accedendo in Ucraina, con la Crimea e il Donbas, potrebbe avvenire tra poco nei Paesi baltici. Questa guerra “ibrida” è tale per i mezzi usati (uso di soldati russi senza mostrine ovvero i cosiddetti “omini verdi”, presenza di truppe irregolari di “separatisti”, distribuzione di passaporti russi tra la popolazione civile, ecc.) e soprattutto nei tempi: per far digerire alla comunità internazionale una modificazione territoriale sostanziosa oppure la fine di un’entità statale, occorre diluire molto nel tempo questi effetti, in modo tale che l’opinione pubblica mondiale sia posta di fronte al fatto compiuto o che neanche se ne avveda, presa com’è dagli attuali ritmi convulsi del villaggio globale.

In questo quadro, gli accordi intermedi, da smentire poi nei fatti, le tregue, gli “stop and go”, sono un elemento di normalità. Non esistono quindi accordi davvero duraturi nel quadro della guerra “ibrida”, peraltro ingaggiata da una superpotenza nucleare, che può quindi facilmente smentire se stessa o gli accordi presi da “separatisti” amici. D’altra parte, fu proprio nel corso di un lungo conflitto di questo genere che la Russia strappò l’Ucraina alla Polonia nel Sei-Settecento, per poi impadronirsi della stessa Polonia e del Baltico.

Gli accordi di Minsk del 12 febbraio (che, non a caso, sono in realtà i Minsk II, perché un primo accordo era già stato raggiunto mesi fa, ma esso è stato cancellato dagli eventi) prevedono alcune importanti clausole che minacciano di costituire un’occasione per la ripresa – tra qualche mese o nell’espace d’un matin – del conflitto. L’Ucraina ha dovuto accettare l’amnistia per gli insorti, la creazione di milizie locali, una futura cooperazione transfrontaliera tra Donbas e Russia, l’autonomia linguistica (il che vuol dire monopolio del russo) del Donbas; soprattutto, ha dovuto promettere una riforma costituzionale federalista e uno statuto speciale per il Donbas. Alcune di queste cose sarebbero teoricamente giuste, ma saranno sicuramente usate sia per togliere sovranità decisionale al governo centrale ucraino, sia come casus belli per una ripresa delle ostilità, sia come precedente da imporre ad altre importanti regioni frontaliere, come quella di Charkiv.

D’altra parte, l’opzione annessionista non era in cima alle priorità di Mosca, che teme la proverbiale ingovernabilità del Donbas (che rappresenta una sorta di Corsica est-slava) e il carico finanziario che comporterebbe amministrarlo direttamente, visto che è sede di un’industria pesante e mineraria che sopravvive solo grazie alle sovvenzioni statali. Infatti, gli accordi prevedono sia il ripristino del pagamento di stipendi e pensioni sia il ritorno dei finanziamenti centrali ucraini all’economia del Donbas. Sembra che per ora (a meno che non maturi a Mosca una linea più dura) un’invasione e un’annessione russa del Donbas sarebbero compatibili solo con l’annessione dell’intera (fantomatica) Novorossija, che va, nei piani del Cremlino, da Odessa fino a Charkiv. E se Mosca non sarà in grado di annettersela per intero, farà di tutto perché un’entità di questo genere nasca all’interno di un menomato Stato ucraino.

S’illudeva, infine, chi pensava ad un coinvolgimento americano nel conflitto: Obama e i suoi consiglieri per la sicurezza nazionale non hanno alcuna voglia di dare armi agli ucraini e aprire un fronte lungo il confine della superpotenza nucleare russa (non ci sono precedenti storici e potrebbe rivelarsi un boomerang nella sfera d’influenza degli Usa); è evidente che, nonostante una parte del governo Usa e i repubblicani siano molto più interventisti, Obama consideri più importante il fronte Isis e tema gli effetti strategici di un impegno su più teatri.

La partita è ancora lunga, insomma. E l’iniziativa resta nelle mani del Cremlino.

Giuseppe Perri

dal blog della Fondazione Nenni

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Un articolo vergognoso pieno di falsità e omissioni, in puro stile giornalistico copia e incolla.
    Le fonti del fedele giornalaio sembrerebbero essere le stesse veline di propaganda che “giornalettai” scodinzolanti accettano acriticamente dalle mani insanguinate dei veri protagonisti della vicenda, io ho più fonti e informazioni di prima mano e verificate del povero cottimista della bugia compilatore di questo insulso articolo, e faccio un altro mestiere… ma spero che si tratti solo di incompetenza semplice del semplice “scarabocchista” Perri.

    P.S. Perro in spagnolo significa cane… nomen omen?

    • Non sono giornalista,l’originalità è garantita e qualche volta mordo… con la penna. Quanto al nomen, Massimiliano vuol dire Maximus aemulus : massimo imitatore, volgare (e) imitatore.

Lascia un commento