martedì, 19 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La tolleranza che Resiste
Pubblicato il 24-02-2015


Se la storia ci ha insegnato qualcosa, è l’estremo polimorfismo delle interpretazioni dell’Evento da parte dell’uomo, oltre alle infinite manifestazioni espressive di quest’ultimo. Si può intimidire con le parole e con il silenzio; si può perdonare con una mano, con uno sguardo, con un rasserenato tono di voce; si può fare una guerra con il pensiero, con le armi, con i fiori.

E la storia non smette di stupirci, perché, anche e soprattutto nei momenti di più profonda crisi politica ed antropologica, la reazione degli uomini può rivelarsi travolgentemente ingenua, quanto incontenibilmente intensa. In una contemporaneità smarrita nelle crisi identitarie, sugli aperti conflitti religiosi c’è chi misconosce le guerre concettuali seminate irresponsabilmente dalle mortifere ideologie e manifesta la propria presa di distanza con gesti dall’inesausto coinvolgimento umano.

Pochi giorni fa, sul calare della sera, si è creata ad Oslo una catena umana di ben oltre un migliaio di persone a proteggere simbolicamente la Sinagoga locale, le comunità ebraica e musulmana e, con esse, la totalità della religiosità rappresentatane. Posta sulla conclusione dello Shabbat, così da consentire agli ebrei usciti dalla Sinagoga di partecipare all’umana opera, l’iniziativa ha visto anche la copiosa partecipazione di molti non credenti solidali, costituendo una sincera ed eloquente espressione di trans-religiosità e di una laica invocazione della tolleranza.

L’“anello della pace”, com’è stato definito, è un progetto nato da una diciassettenne musulmana, Hajdar Ashrad, che ha desiderato, condivisamente con tutti i partecipanti, manifestare un temerario, risoluto diniego all’islamofobia, all’antisemitismo e, con essi, ad ogni disumano, sordido residuo di xenofobia.

Il post pubblicato su Facebook a diffondere la notizia sull’evento recitava: “Se i jihadisti vogliono usare violenza nel nome dell’Islam, devono prima passare attraverso noi musulmani. Poiché l’Islam significa proteggere i nostri fratelli e sorelle a prescindere dalla loro religione, significa superare l’odio e non sprofondare allo stesso livello dei nemici… Noi musulmani vogliano dimostrare che disprezziamo profondamente ogni tipo di odio nei confronti degli ebrei formando un cerchio umano attorno alla sinagoga”.

L’iniziativa, dunque, è una reazione ad una crisi religiosa che ha avuto recentemente innumerevoli manifestazioni, dagli attacchi terroristici ai vari conflitti attualmente realizzantisi. Meno di una settimana prima, infatti, Omar Abdel Hamid El-Hussein, figlio di migranti palestinesi, aveva ucciso due persone appiccando un incendio in una sinagoga di Copenaghen durante un evento sulla libertà d’espressione. Questa drammatica violenza, peraltro, aveva avuto, sempre in Scandinavia e nello stesso anno, precedenti analoghi, fra i quali il rogo di due moschee svedesi.

Ma, ancora una volta, c’è chi sceglie l’incendio e chi una candela per un auspicio sociale.

La Storia ci insegna, dunque, che esistono anche infiniti modi di resistere: si può resistere sparando al nemico, erigendo delle mura, strumentalizzando la retorica o, forse il più efficace, dandosi la mano e non lasciando mai più che questa ricada nella solitudine.

Cristiano Vidali

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