martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La tragica fine di Vinzani,
presunto figlio del Duce
Pubblicato il 11-02-2015


resistenza continua“Da una guerra civile – come ha affermato lo storico Gianni Oliva in un suo fortunato libro – non si esce con la semplice resa degli sconfitti”, specie quando ci sono conti aperti che si riferiscono al periodo precedente appena terminato. Questo è quanto accadde nei mesi successivi la fine della seconda guerra mondiale.

La giustizia sommaria esercitata da singoli uomini o da gruppi di ex combattenti che, a guerra terminata, agirono autonomamente, ignorando le disposizioni del Clnai (Comitato Liberazione nazionale alta Italia), insanguinò per alcuni mesi (alcuni dicono alcuni anni) le strade e le campagne di molte città del Nord d’Italia, specie di quelle del cosiddetto “Triangolo della Morte”.

Migliaia furono le vittime di quell’odio e di quella cecità ideologica, che pretendeva di vendicare i torti e le sofferenze subite, oltre a promuovere da subito l’edificazione della società socialista. Chiunque fosse stato semplicemente sospettato d’aver avuto simpatie con il fascismo poteva essere fermato e sparire da un momento all’altro. Il furore rivoluzionario di quei giorni portò anche alla resa dei conti dentro il fronte antifascista, decretando la fine di molti ex partigiani ritenuti pericolosi testimoni di nefandezze compiute da loro compagni di lotta.

Spesso capitò che il destino caricasse gli uomini di responsabilità e colpe che non appartenevano loro e ne determinasse, nel bene e nel male, il futuro. Questo, in effetti, è ciò che toccò in sorte a Ippolito Vinzani, un uomo semplice della pianura reggiana, creduto, a torto, figlio illegittimo di Benito Mussolini.

Il maestro di Pieve Saliceto

Per capire la sua incredibile e tragica vicenda conviene partire dall’inizio della storia, cioè dal lontano 1902, quando in una fredda e nebbiosa mattina del mese di febbraio, uno spavaldo giovane scese dal treno alla stazione del comune di Guastalla nel reggiano. Avvolto in un vecchio e logoro mantello nero, quel ragazzo fu subito avvicinato da alcuni uomini ansiosi di conoscerlo. Questi gli rivolsero solo una semplice domanda: “Siete voi il maestro di Gualtieri?”, “Sì, sono io – rispose il giovane – sono Benito Mussolini da Predappio”.

Dopo quella breve presentazione, i socialisti del circolo di Gualtieri, infreddoliti per le molte ore d’attesa, lo invitarono a seguirli nel loro paese, dove nella sala dell’asilo comunale lo attendevano tutti gli altri compagni. L’atmosfera era allegra e il giovane maestro si presentò pronunziando poche parole di saluto e fede nel socialismo: “Sono venuto qui per lavorare nella scuola e nella vita, per gli uomini di oggi e per quelli che saranno gli uomini di domani. La parola ha oggi assunto un significato eccessivo. Preferisco l’azione. Al lavoro, dunque, compagni!”. I presenti lo ringraziarono anticipatamente per il servizio che avrebbe svolto e si dissero a sua disposizione per ogni necessità.

All’inizio del secolo Gualtieri era un piccolo comune rosso della bassa reggiana, posto lungo il corso del fiume Po e immerso profondamente nella realtà rurale dell’Italia di quegli anni. Una ricca presenza di Leghe di resistenza e di cooperative alleviava la grande miseria della popolazione, realizzando un’efficace rete di solidarietà e ponendo le premesse dello sviluppo economico dell’intera zona.

Benito era socialista, come d’altra parte lo era suo padre, e nella sua città di provenienza si era già distinto per l’attività politica svolta all’interno della locale sezione. La sua venuta era stata preceduta da una lettera di presentazione dei compagni romagnoli che si facevano garanti della sua preparazione culturale e della sua fede politica. Anche per questo l’attesa a Gualtieri era grande.

A firmare la delibera d’assunzione del nuovo maestro per la piccola frazione di Pieve Saliceto era stato il sindaco in persona, l’avvocato socialista Alessandro Mazzoli, il popolare Lisandrèn. Nel suo diario giovanile Mussolini annota: “ Vi giunsi in un pomeriggio nebbioso e triste. C’era qualcuno che mi aspettava alla stazione. Conobbi nella stessa giornata i maggiorenti del paese socialisti e amministratori e mi sistemai in una pensione per 40 lire mensili dalla famiglia Panizzi (sotto i portici di piazza Nuova). Il mio stipendio era di 56 lire mensili. Non c’era da stare allegri.

Il paese e gli abitanti mi fecero buona impressione…I primi giorni erano monotoni, poi il cerchio delle conoscenze si allargò e divenne più intimo. Tutte le domeniche si ballava. Ci andavo anch’io”. Già il giorno dopo il suo arrivo e il breve discorso di presentazione svolto presso l’asilo, il giovane Mussolini iniziò, senza grande entusiasmo, la sua attività d’insegnante nella seconda e terza classe elementare, che contavano in tutto 35 scolari iscritti. Per raggiungere la piccola scuola a un solo piano e con un giardinetto sul retro, era costretto a percorrere ogni mattina a piedi e con la cartella in mano i due chilometri che separavano la frazione di Pieve Saliceto dal comune di Gualtieri. Per non consumare gli stivali, anziché calcarli, li portava in spalla, legati a un bastone.

Quel lavoro, pur conferendogli prestigio e autorevolezza in paese, non corrispondeva tuttavia pienamente alla sue aspirazioni. La sua partecipazione e il suo discorso al convegno dei maestri di Santa Vittoria scandalizzarono tutti, tanto che i partecipanti abbandonarono la sala, lasciandolo solo a finire il suo discorso. Un solo maestro non lo contestò. Era romagnolo come lui e insegnava nel vicino comune di Cà del Bosco. Il suo nome era Nicola Bombacci, un originale personaggio che parteciperà alla fondazione del Partito comunista d’Italia nel 1921 e che poi finirà i suoi giorni al fianco di Mussolini e che sarà fucilato nella piazza di Dongo nel 1945.

I rapporti con i colleghi, a causa del sua carattere irruento e focoso, furono sempre piuttosto conflittuali e del suo insegnamento rimarrà il ricordo di una sola frase significativa indirizzata agli allievi e pronunciata al momento della sua partenza: “Perseverando, arrivi”. Le sue vere passioni erano, in realtà, la politica e il giornalismo. Grazie al suo carattere aperto e un po’ guascone, riuscì ben presto a circondarsi di un gruppo d’amici che frequentavano la sede della cooperativa operaia e i locali della trattoria Sarazzi. Con Sante Bedeschi, Alcibiade Alberici (Cibotò), Nardino Cardaselli, Cesare Gradella (Ceci), Pompeo Menozzi, Ulisse Verzellesi, Domenico Artoni ed alcuni altri trascorreva tutto il tempo libero dall’insegnamento, discutendo di politica e delle sorti del proletariato all’Osteria della Fratellanza.

La domenica pomeriggio poi non disdegnava il ballo, le feste di paese, le bevute all’osteria e la compagnia delle donne. Al di là di quanto raccontarono alcuni suoi biografi del tempo, come Yvon De Begnac, il futuro Duce fece ben poco per il socialismo gualtierese. Dopo essere stato eletto segretario del circolo, tenne due soli comizi: il 1° Maggio nel salone Cantoni di Boretto e il 2 giugno, in occasione dell’anniversario della morte di Garibaldi. Il suo discorso, ricco di frasi secche e perentorie, rimase comunque a lungo nel ricordo dei presenti.

La tradizione e la cultura del socialismo riformista reggiana portarono i compagni di Gualtieri a diffidare sempre del suo estremismo rivoluzionario, finendo per riservargli poche simpatie tra gli aderenti al partito. Lui stesso scoprì d’avere molte più affinità con i sindacalisti rivoluzionari della vicina Parma, che avevano in Alceste De Ambris la loro indiscussa guida, che con il “socialismo delle tagliatelle” reggiano. Non capiva e disprezzava il “socialismo pantofolaio” di Prampolini, Zibordi e compagni, finendo per restare deluso e isolato. Così, quando il 9 luglio dello stesso anno abbandonò la sua scuola per recarsi in Svizzera in cerca di fortuna, non provò alcun rimpianto per quell’ambiente politico.

In realtà la strada dell’emigrazione si presentò per lui quasi obbligata, visto che l’incarico d’insegnamento, forse anche a causa del clamore suscitato dalla sua relazione sentimentale con una donna del posto, non gli fu rinnovato. Se Gualtieri non gli portò fortuna politica, la stessa cosa non si può dire per la sua vita sentimentale. Sulle rive del Po, infatti, si consumò forse la sua prima importante relazione amorosa.

Benito e Giulia

La storia ebbe inizio durante una riunione politica, quando Benito chiese alla compagna Maria Fontanesi la cortesia di indicargli una lavandaia. Questa, senza esitazione, gli presentò la sorella Giuliana (Giulia), una giovane donna sposata e madre di un figlio, che aveva la necessità di guadagnare qualche soldo per aiutare la famiglia, poiché il marito stava prestando servizio militare.

A quanto si sa, anche per ammissione dello stesso Mussolini, i due si piacquero subito e iniziarono a frequentarsi già agli inizi di marzo. Pare che gli incontri avvenissero in una stanzetta al numero 9 di vicolo Massa e in qualche angolo lungo le rive del Po. Nonostante le precauzioni che adottarono per non essere sorpresi, la loro quotidiana relazione divenne ben presto di pubblico dominio e, inevitabilmente, giunse all’orecchio del marito Filiberto Vinzani di stanza a Sulmona.

Tutti in paese sapevano di loro e i commenti si sprecavano. All’Osteria della Fratellanza e in tutti i luoghi d’incontro la loro storia era diventata l’argomento del giorno, anche se nessuno osava parlarne apertamente per non ferire il maestro e soprattutto il marito Filiberto. Ferito nell’orgoglio e deluso dalla donna che credeva innamorata di lui, Filiberto, venuto a conoscenza dei fatti,  invitò i genitori a cacciarla da casa senza pietà. E così avvenne.

Non avendo altra via d’uscita e essendo molto attratta dal suo giovane focoso maestro, la ventenne Giulia si ritirò con il figlio Ippolito nella piccola camera al n. 9 di vicolo Massa, dove continuò a ricevere il suo Benito, che in seguito annoterà nel suo diario:

“Essa si prese il suo piccino e riparò nella stanza dove ci eravamo incontrati la prima volta. Allora fummo più liberi. Tutte le sere io l’andavo a trovare. Ella mi aspettava sempre sulla porta. Nel paese, la nostra relazione era oggetto di scandalo, ma noi ormai non ne facevamo più mistero alcuno…”. Nonostante quelle vicende e le tante difficoltà incontrate, il loro fu un amore intenso ma assai breve.

Si frequentarono e si amarono, infatti, esattamente quattro mesi, da marzo a luglio 1902, quando, come abbiamo già detto, Mussolini abbandonò Gualtieri per la Svizzera. Nel suo diario giovanile ricordò: “Gli ultimi giorni a Gualtieri li passai quasi sempre in casa della Giulia. Ricordo tutti i particolari dell’ultima notte. Giulia piangeva e mi baciava. Anch’io ero commosso. Alle cinque della mattina la baciai per l’ultima volta. Il treno partiva alle sei. Le feci un cenno con la mano alla svolta del vicolo, poi continuai la mia strada, verso il mio destino…”.

Proprio in quei giorni cominciò a circolare la voce che il figlio di Giulia, Ippolito, stando alla presunta somiglianza con il maestro forlinese, fosse, in realtà, figlio di Benito e non del marito. Indipendentemente dalla realtà dei fatti, per il paese quella fu la verità e tale si mantenne nella convinzione dei più per moltissimi anni. Nessuno lo diceva apertamente, ma tutti lo sussurravano.

Partito Mussolini, Giulia venne riaccolta in famiglia, pur non venendo mai del tutto perdonata. Dopo pochi anni, nel 1907, il marito Filiberto, sconvolto da quel tradimento, emigrò in America in cerca di lavoro e non fece più ritorno. Morì senza più far ritorno nel 1930. Nello stesso anno Giulia sposò Cesare Gradella, l’amico al quale Mussolini, il giorno della partenza per la Svizzera, aveva chiesto d’aiutarla e, nel caso, di sposarla.  Tra i due, nel 1913, nacque la figlia Gioconda, andata poi sposa a Livio Bianchi di Gualtieri.

I due amanti si tennero in diretto contatto ancora per qualche anno, almeno fino al 1905, per poi perdersi definitivamente. Solo nel 1910 la sorella di Giulia inviò al futuro Duce una cartolina illustrata con la dicitura:” I buoni amici non si dimenticano mai”. Il ricordo di quei giorni e di tanta passione, tuttavia, restò intatto nella memoria del Duce ancora per molti anni. Stando alla testimonianza di Bianchi, invece, il rapporto continuò più a lungo e per diversi anni Benito inviò loro anche denaro.

Quando, nel 1926, Mussolini tornò a visitare quei luoghi per inaugurare nella sua veste di capo del governo la bonifica Bentivoglio, non potendo incontrare Giulia per ovvi motivi di discrezione, raccomandò ancora una volta all’amico Grandella di aiutarla in tutti i modi possibili, qualora ne avesse avuto la necessità. Tra i tanti accorsi in piazza fu segnalata la presenza del grande pittore naif, allora considerato solamente pazzo, Antonio Ligabue.

Giulia non si fece viva durante i pubblici festeggiamenti in piazza e visse da sola, in disparte, le emozioni di quella giornata di festa per il ritorno del ragazzo che aveva amato tanti anni prima. Da quel momento Giulia trascorse una vita ritirata e non trapelò più alcuna notizia circa i suoi rapporti con il Duce. Fu una buona madre per i suoi quattro figli (Ippolito, Brunetta, Bianca e Bruno) e un’ottima nonna per i nipoti. Durante il periodo del regime fascista, tuttavia, la famiglia godette di una certa considerazione, anche perché la sola eventualità che Ippolito fosse davvero figlio del Duce metteva soggezione ai più.

Giulia Fontanesi morì nel 1942, dopo essere stata colpita da paralisi. Sembra che prima di morire abbia trovato però la forza di rassicurare la famiglia con queste parole: “Non date retta a quello che dice la gente, perché nessuno di voi è figlio del Duce”. Anche questa frase tuttavia non trova riscontri e resta pertanto avvolta dal mistero.

La tragica fine di Ippolito

E qui inizia il tragico destino di Ippolito. Come abbiamo visto, questi, pur essendo nato nel 1901, cioè un anno prima dell’arrivo di Mussolini a Gualtieri, continuò ad essere considerato figlio illegittimo del Duce del fascismo. Così, la sua esistenza fu segnata per sempre dall’avventura della madre con il giovane maestro romagnolo. Pur provando simpatia per il fascismo, Ippolito non si occupò mai di politica e non fu implicato in nessuna vicenda di sangue.

Trasferitosi a Carpi, lavorò per diversi anni in bonifica come semplice operaio, senza mai godere di particolari privilegi o favori. Terminata la guerra, tuttavia, intuì subito il pericolo al quale una persona come lui poteva andare incontro. La resa dei conti che si scatenò nel “Triangolo della morte” subito dopo la liberazione coinvolse, come è noto, migliaia di persone: fascisti, antifascisti, delinquenti comuni, semplici cittadini.

Ippolito comprese che il solo sospetto che lui fosse figlio di Mussolini poteva suonare come una condanna a morte. Così, dopo essersi confidato e consigliato con la moglie, decise di rifugiarsi presso alcuni parenti a Milano con la moglie Alba Alberti e il figlio maggiore Raffaello. Là, dove nessuno lo conosceva, pensava, avrebbe atteso che si placassero le acque prima di far ritorno a Carpi e riprendere il lavoro. Ma un destino atroce lo stava attendendo.

Il 15 maggio 1945 una banda di tre sedicenti partigiani lo individuò, lo prelevò da casa e lo fece sparire per sempre. A nulla valsero la sua resistenza e le sue spiegazioni. Per non procurare altri dolori alla famiglia fu costretto ad arrendersi e a seguire quegli uomini. Uscì di casa e scomparve per sempre. Quando Raffaello ritornò a casa trovò la madre a terra piangente e disperata.

Da allora nessuna notizia si ebbe di lui, di ciò che gli accadde, dove fu portato, da chi fu ucciso e dove venne sepolto. Semplicemente sparì nel nulla, probabilmente in una delle tante fosse comuni. La vedova Alba Alberti, morta nel 1993, impose il silenzio a tutti in famiglia, per paura di ulteriori vendette. Il figlio Raffaello per molti anni non riuscì a darsi una ragione di quanto accaduto. In seguito confessò d’aver avuto la vita sconvolta da quella tragedia e d’aver vissuto per molti anni nell’attesa di avere notizie del padre e nella speranza di poterlo rivedere.

Solo all’inizio degli anni cinquanta, tornando a Gualtieri, Raffaello seppe della storia d’amore tra la nonna e Mussolini e solo allora capì che suo padre non sarebbe davvero più tornato. Ma come fu possibile che Ippolito venisse rintracciato a Milano? A mettere i partigiani sulle tracce di Ippolito fu probabilmente il figlio minore Gherardo, durante un pesante interrogatorio al quale fu sottoposto nel carcere di Carpi. Gli uomini che prelevarono Ippolito, con tutta probabilità, dovevano dunque essere emiliani o per lo meno tali dovevano essere coloro che incaricarono i loro compari milanesi.

La strage delle carceri di Carpi

Il diciottenne Gherardo Vinzani era stato arrestato poco tempo prima con altre 15 persone, già militanti delle formazioni fasciste, e portato al primo piano del carcere di Carpi. La notte tra il 14 e il 15 giugno 1945 tutti i prigionieri furono fatti schierare contro un muro del carcere e falcidiati a colpi di mitragliatrice. Tra i tre prigionieri che miracolosamente sopravvissero ci fu anche lui. Trasportato all’ospedale di Carpi, riuscì a salvarsi, evitando così alla famiglia Vinzani un’altra tragedia. Per qualche tempo ancora il giovane Gherardo dovette guardarsi le spalle e sottrarsi ai ripetuti tentativi d’essere di nuovo catturato.

In occasione del processo i giornali cercarono di ricostruire i fatti e individuare le singole responsabilità. Uno di quegli articoli raccontò: “E’ stata fatta in questi giorni completa luce sull’eccidio compiuto nella notte del 15 Giugno nelle carceri mandamentali di Carpi. Quindici persone, già militanti nelle formazioni fasciste e fatte regolarmente prigioniere da reparti partigiani al termine del conflitto, furono in quella notte adunate in una unica stanza al primo piano delle carceri e trucidate a raffiche di fucile mitragliatore, che era piazzato all’ingresso della angusta cella. I colpevoli, una decina di partigiani, compiuta la strage, scaricarono ancora colpi di pistola sui prigionieri che ancor vivi, pur gravemente feriti annaspavano nel lago di sangue che si era formato, pur di tentare di sfuggire al massacro.

Gli esecutori dell’eccidio, cioè gli stessi elementi della polizia partigiana di Carpi che avevano in custodia i prigionieri, tornarono nuovamente qualche minuto dopo sul luogo dell’eccidio per rendersi conto della impresa compiuta. Nell’angusta cella nel frattempo si era sviluppato un incendio provocato dall’accensione di una piccola valigia contenente fiammiferi ed originato dallo sventagliamento della mitragliatrice; il fuoco aveva già intaccato gli indumenti dei morti ammonticchiati l’uno sull’altro e si rese necessario per spegnere le fiamme il getto di numerosi secchi d’acqua. Furono rimossi allora per constatare se tutti fossero morti: tre dei prigionieri erano ancora vivi e vi fu chi dispose per il loro trasporto all’ospedale di Carpi.

Nel frattempo, richiamati dalle notturne raffiche di mitraglia erano accorsi altri elementi della polizia partigiana e militari alleati. Il Bergonzini Arduino che era sopravvissuto alla strage, decedeva il giorno dopo. Gli altri sopravvissuti furono: Gerardo Vinzani di Ippolito di anni 18 da Milano ed Enzo Cavazza di Renato da Carpi”. Nel 1951 nove appartenenti alla polizia partigiana furono processati e condannati. Poi finalmente il clima mutò radicalmente e la vita riprese la sua normalità. Nessuno più raccontò quei fatti, lasciando che solo la memoria degli anziani la custodisse per i pochi che cercarono di ricostruirla. Qui si chiude la tragedia della famiglia Vinzani, del presunto figlio del Duce, e delle vittime di un destino che giocò con i pregiudizi della gente e con le vicende della storia.

Fabrizio Montanari

questo articolo è stato pubblicato anche su 24emilia.com

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Commenti all'articolo
  1. Purtroppo le tante famiglie Vinzani che hanno vissuto i tragici anni del dopoguerra non sono ancora ri-conosciute come vittime di una tragedia, la guerra civile , che si è preferito evitare di affrontare non mettendo sul tavolo la verità di anni drammatici.
    Oggi è arrivato il momento di guardare in faccia quello che successe allora lasciando parlare tutti, vittime e carnefici, dicendo finalmente che i buoni e i malvagi non erano su opposti fronti ma erano su entrambi i fronti e rendere giustizia alla memoria di tutte le vittime innocenti.

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