mercoledì, 20 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Le Fondazioni di origine
bancaria e il welfare
Pubblicato il 17-02-2015


fondazione bancarieIn occasione del convegno “Welfare di comunità, il ruolo delle fondazioni”, tenuto a Roma nel 2014 dall’Associazione che rappresenta le Casse di Risparmio e le Fondazioni di Origine Bancaria (ACRI), il presidente Giuseppe Guzzetti ha affermato che in Italia il welfare è “sbilanciato” a favore dei lavoratori occupati, mentre scarsa è la protezione dei lavoratori precari e sottodimensionate le risorse destinate ai servizi di tutela e assistenza delle persone; l’auspicio formulato è che domanda e offerta di protezione sociale siano al più presto rese più rispondenti l’una all’altra.

Guzzetti ha anche sottolineato che l’ACRI ha mantenuto costante il proprio impegno economico a favore del welfare, con 296 milioni di euro erogati per assistenza sociale, salute pubblica e volontariato nel 2012 e altri 293 milioni di euro per il 2013; un impegno che l’Associazione intende conservare, peraltro già assunto in occasione dell’approvazione del suo diciannovesimo “Rapporto” (2013), per cercare anche modalità di intervento “innovative ed efficaci”. Lo sbilanciamento sottolineato da Guzzetti è stato ribadito anche da altri intervenuti al Convegno; in Italia, è stato sottolineato, la spesa pubblica per il welfare, se paragonata con quella degli altri Paesi europei, evidenzia un esito particolare: si hanno 7-8 punti di PIL in più di spesa sulla previdenza, due e mezzo in meno sul welfare e uno in meno sulla sanità rispetto alla media europea. Le risorse, pur cospicue, sono distribuite in maniera molto diversa rispetto a quanto avviene negli altri Paesi, tanto che gli ultimi dati collocano l’Italia al venticinquesimo posto per quel che riguarda la spesa in favore dei non autosufficienti: dietro l’Italia seguono Cipro e Grecia. Sulla povertà, l’Italia si colloca invece all’ultimo posto rispetto ai 27 Paesi dell’Unione europea.

Secondo Guazzetti, è “da correggere la scelta di assegnare una parte rilevante delle prestazioni pubbliche sotto forma di trasferimenti monetari alle persone e alle famiglie, generalmente erogati dall’INPS, senza alcun coordinamento con i comuni, che sono gli erogatori di servizi reali. Questa scelta ha assicurato elevati gradi di flessibilità al sistema assistenziale, ma al contempo ha anche posto in capo ai beneficiari la scelta di come destinare le risorse ricevute”, rendendo complicata, se non impossibile, ogni valutazione rispetto all’efficacia di prestazioni alternative, con la conseguenza di non favorire l’aumento dell’autonomia degli utenti.

Alle questioni concernenti le modalità di erogazione delle prestazioni vanno aggiunte quelle connesse con l’organizzazione dell’erogazione dei servizi, caratterizzata da un’alta frammentazione finanziaria e regionale dal lato dell’offerta, divisa tra Stato, regioni e comuni ed altre istituzioni; a ciò va aggiunta anche la tendenza delle amministrazioni locali ad appaltare ad organizzazioni private l’erogazione delle prestazioni assistenziali; fatto, questo, che ha effetti distorsivi, in quanto l’offerta dei servizi è effettuata, spesso, in modo non condiviso, per cui il risultato finale è molto al di sotto delle attese dei loro fruitori. In questo contesto, la necessità di ridurre la spesa pubblica, a causa della crisi in atto, è destinata ad incidere sulla quantità e qualità del welfare complessivo.

Al fine di evitare che il vincolo di bilancio comporti riduzioni continue nell’erogazione dei servizi assistenziali, l’ACRI ritiene indispensabile “avviare un’importante azione di adeguamento e rinnovamento del sistema stesso”, introducendo “trasformazioni che abbiano la capacità di rilanciare il ruolo del welfare come fattore di crescita del sistema economico e sociale, oltre che di rete di protezione a fronte dei rischi, specie demografici ed economici, che caratterizzeranno la società di qui ai prossimi decenni”.

acriA tal fine, per l’ACRI, gli interventi da attuare dovrebbero soprattutto orientare le risorse disponibili verso lo sviluppo “delle capacità e dell’autonomia delle persone, delle comunità e della società nel suo insieme, basandosi su misure di universalismo selettivo, rimodulate opportunamente nell’ambito di un più ricco e articolato modello partecipativo”; in altri termini, l’orientamento delle risorse dovrebbe considerare il sistema del welfare come “un settore produttivo capace di generare opportunità di lavoro generando valore aggiunto economico”.

Nella prospettiva dell’auspicata riforma del welfare, viene sottolineata la necessità che si tenga conto del fatto che in Italia le amministrazioni pubbliche non sono l’unico attore delle politiche sociali, in quanto, nella concreta esperienza, è venuto a realizzarsi un sistema di “welfare misto”, plurale, diversificato e legato alle comunità locali, basato su solidarietà di tipo locale che trova nel volontariato e nell’associazionismo i suoi principali “pilastri”.
Secondo l’ACRI, il fenomeno del “welfare di comunità”, che si è consolidato a livello locale, potrebbe essere supportato se si riuscisse a realizzare una sua integrazione con le strutture nazionali, accelerando provvedimenti legislativi in coso di adozione in questa direzione.

Sempre nella prospettiva della riforma, l’ACRI suggerisce che siano tenute in considerazione alcune priorità, idonee a consentire il potenziamento del sistema di welfare sinora sperimentato; tra queste, quella più urgente dovrebbe essere il superamento del carattere “risarcitorio” del welfare esistente, “tutto concentrato a distribuire risorse economiche a soggetti colpiti da eventi avversi […] e poco attento a fornire loro l’aiuto necessario a gestire la propria esistenza con la massima autonomia, anche nel momento della massima difficoltà, nella logica della piena inclusione sociale”. A tal fine, per l’ACRI, occorrerebbe adottare provvedimenti di riforma “abilitanti” e “responsabilizzanti”, finalizzati alla realizzazione di un’assistenza in grado di “sviluppare e potenziare al massimo le risorse delle persone e quelle della comunità in cui esse vivono”.

L’analisi critica dell’Associazione delle fondazioni di origine bancaria è condivisibile; essa, però, presenta il limite di risultate fine a sé stessa, in quanto manca di indicare nello specifico ciò su cui la riforma del sistema di welfare esistente dovrebbe essere basata, se si vuole davvero la costituzione di un “welfare di comunità”, misto, plurale e diversificato, e il superamento del carattere risarcitorio dell’attuale sistema assistenziale. Per tale tipo di riforma non sarebbero sufficienti provvedimenti legislativi con cui raccordare l’organizzazione dell’offerta locale dei servizi sociali con quella centrale, occorrendo interventi di ben altra natura, dei quali in Italia, a differenza che in altri Paesi europei, poco di parla. Una riforma aperta all’accoglimento dell’introduzione di un sistema di welfare del tipo di quello suggerito dall’ACRI potrebbe essere realizzata solo con l’introduzione del “reddito di cittadinanza”, che in Italia è ancora considerato – sbagliando – una misura assistenziale di sostegno per chi non lavora; si tratta invece di una misura abilitante e responsabilizzante, con la funzione, non di risarcire i soggetti colpiti da eventi avversi, ma di potenziare le risorse delle quali i singoli soggetti dispongono, unitamente a quelle della comunità al cui interno essi operano.

Gianfranco Sabattini

 

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Commenti all'articolo
  1. Effettivamente il reddito di cittadinanza viene percepito come contributo a tutti, esclusi soltanto chi lavora. Bisogna aggiungere peró che tutti coloro che ne chiedono l’introduzione, non hanno mai spiegato bene di che cosa si tratta.

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