giovedì, 24 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

L’Enrico IV di Branciaroli
e la lucida amarezza
della coscienza
Pubblicato il 01-02-2015


Enrico IVFranco Branciaroli dopo le sue ultime produzioni relative a “Servo di scena”, “Il Teatrante” e “Don Chisciotte”, continua la sua personale introspezione nei grandi personaggi del teatro portando sulla scena l’Enrico IV, dramma in 3 atti di Luigi Pirandello, scritto nel 1921 e rappresentato per la prima volta il 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano. Considerato il capolavoro teatrale del drammaturgo siciliano insieme a “Sei personaggi in cerca di autore”, “Enrico IV” è uno studio sul significato della pazzia e sul tema complesso e inestricabile che coinvolge il rapporto tra maschera e uomo, finzione e realtà.

Nella vicenda narrata il protagonista pirandelliano si è immedesimato nella maschera che incarnava durante una parata in costume a cavallo, vent’anni prima: una caduta, un trauma cranico ed ecco la figura da burla diventare l’autentico Enrico IV di Germania; poi, segregato in un palazzo arredato ad hoc, l’uomo è rinsavito, ma rifiutando la mondanità non ha svelato a nessuno la propria condizione fino a che il nipote, fidanzato di Frida, figlia della Marchesa di cui Enrico era invaghito, gli ha condotto un medico per guarirlo. L’allestimento è curato nei minimi dettagli. Su di un palcoscenico che presenta diversi livelli d’azione molto angusti come dimensione (i praticabili, gettati quasi sulla linea del proscenio, sono moduli che riproducono dei gradoni di varie altezze con ristretta zona calpestabile) viene disegnato il mondo fittizio del personaggio, una difficoltà metaforica in cui muoversi e con cui devono interagire quotidianamente i suoi servitori (stipendiati dal nipote di Nolli per assecondare la pazzia dello zio).

A completare il quadro scenografico un taglio suggestivo, dedito all’astrattismo che viene molto spesso esaltato da un pulitissimo disegno luci. Un micromondo faticoso e claustrofobico, dove si agitano anche le oscure ombre della paura, quelle invisibili tensioni verso un ambiente che essendo regolato da codici diversi rispetto alla normalità del vivere quotidiano è percepito fisiologicamente come una minaccia alla persona (e forse anche all’ordine costituito). Su queste pareti rocciose dagli strapiombi esistenziali si confrontano anche gli ospiti della giornata; la marchesa Spina (Melania Giglio), la donna che egli amava, appare in tutta la sua mondana e vanitosa frivolezza, la figlia Frida (Valentina Violo) una giovane indolente in minigonna, Belcredi (Giorgio Lanza), l’uomo rivale in amore che ha provocato la sua caduta, un cinico personaggio che ha probabilmente basato tutta la sua egoistica esistenza nell’ingannare il prossimo.

E lo psicologo (Antonio Zanoletti) che dovrebbe curarlo evidenzia tutta l’evanescenza  della sua “arte”; simbolico il fatto di assumere il ruolo di sarto nel confezionare i costumi della rievocazione che avrebbe dovuto rinsavire Enrico IV perché il costume, pirandellianamente, è la maschera delle identità che costui manipola per lavoro. Di fronte a questo sgangherato presente, non stupisce dunque che il protagonista scelga di immolarsi in un finto passato che “non cangia”. Man mano che il dramma si evolve questi visitatori esterni sono costretti a confrontarsi con le spietate analisi sull’uomo e sulla società e con i continui e ambigui rimandi al passato, sempre sospesi sul labile confine della verità e della finzione. Nella loro disgregazione ci appaiono sempre più come “personaggi in cerca di autore”, tutti tesi a rovistare affannosamente tra le macerie delle loro certezze, , incerti di possedere un’identità. Franco Branciaroli affronta con determinazione il testo senza lasciar trapelare incertezze di lettura e di interpretazione, gestendo da mattatore uno dei più incisivi e profondi esempi di metateatro.

La sua recitazione ci restituisce le sofferenze di un personaggio/attore che è consapevole di interpretare il ruolo della pazzia, vittima dell’impossibilità di adeguarsi ad una realtà che non gli confà più. Il taglio introspettivo che Branciaroli concede al celebre personaggio amplifica le sue amarezze verso il mondo esterno, avvolgendolo in una particolare indole alla malinconica lucidità che se da un lato toglie vigore alle visionarie sfuriate di Enrico IV e contrasta il meccanismo dell’equivoco e dell’ambiguità tra  realtà e finzione, dall’altro ci affascina con la sua elegante consapevolezza interiore percezione di essere in presenza di una raffinata lettura del testo pirandelliano.

Carlo Da Prato

 

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