sabato, 23 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

“L’Oriana” di Marco Turco,
una donna che amava
disperatamente la vita
Pubblicato il 19-02-2015


 Vittoria Puccini nei panni di Oriana Fallaci nella fiction "L'Oriana"

Vittoria Puccini nei panni di Oriana Fallaci nella fiction “L’Oriana”

Una vita vissuta in pieno con passione quella di Oriana Fallaci, come ci viene raccontata nella fiction in due puntate, trasmessa su Rai Uno il 16 e il 17 febbraio scorsi. “L’Oriana”, per la regia di Marco Turco, per uno strano caso, viene mandata in onda proprio nel giorno in cui c’è la svolta nel caso della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Oriana Fallaci è stata una giornalista d’assalto e d’inchiesta, prima donna inviata di guerra, partecipò giovanissima alla Resistenza italiana, ricercò sempre la verità e la libertà che diceva essere innanzitutto un dovere, prima ancora che un diritto. Non temette mai di andare controcorrente, a partire dal suo look: lo smalto rosso alle unghie fisso e sempre la sigaretta accesa in bocca. Visse all’insegna delle passione: “Non so combattere, né difendermi senza passione”, dice nel film. Con coraggio, senza paura ma con determinazione, si oppose e andò contro tutti i regimi nazionalistici, i fanatismi religiosi e i terrorismi, l’islam e il fascismo stessi. 

“Il male sta nel non prendere posizione contro di esso, nell’indifferenza”, sosteneva. Una donna che diceva di “amare disperatamente la vita”, tanto da viverla con un’intensità immane, senza timore di risultare ostile e scomoda, ma sempre pronta a dire la sua ed a combattere per ciò in cui credeva: come nel caso del reportage nel 1961 sulla condizione della donna in Oriente; oppure dell’affronto che fece all’ayatollah Khomeini: durante l’intervista la Fallaci si tolse il chador che era stata costretta ad indossare per poterlo incontrare, e lo incalzò più volte sulle condizioni poco democratiche in cui si viveva sotto il suo regime tirannico. Ma d’altronde, per lei, nelle interviste non bisognava mai accontentarsi, ma sempre osare ed essere incisivi.

Questa la visione principale di lei che ci dà la fiction, che punta sulla forte personalità dirompente di questa donna. Ottima l’interpretazione di Vittoria Puccini del suo carattere intransigente ed irascibile: spesso la Fallaci reagiva in modo brusco, col cipiglio di chi persegue per la sua strana con ostinazione, irremovibile, ferma sulla sua posizione, non accettando di essere contraddetta; ma che sapeva anche tirar fuori la parte più dolce, più romantica ed appassionata, davanti a poche cose: la tenerezza per un figlio, che considera l’unica forma di vero amore possibile, e quella per la creazione di un libro. Ne scrisse circa dodici libri (vendendo venti milioni di copie in tutto il mondo), che per lei erano come figli, parti di se stessa. Tra questi possiamo citare: “Il sesso inutile. Viaggio intorno alla donna”, (Rizzoli, 1961). “Niente e così sia”, (Rizzoli, 1969), un reportage dalla guerra del Vietnam. “Quel giorno sulla Luna”, (Rizzoli, 1970), resoconto al lancio della missione Apollo 11.

Aveva sempre la battuta pronta Oriana Fallaci, un sorriso spontaneo che nasceva appena accennato sulle labbra sotto l’aggrottarsi delle sue sopracciglia inarcate, che scrutavano e sfidavano l’interlocutore coi suoi grandi occhi azzurri. Intervista con la storia (Rizzoli, 1974), una raccolta di interviste realizzate per “L’Europeo”. I più importanti, però, forse sono: “Lettera a un bambino mai nato” (Rizzoli, 1975): tradotto in 22 versioni, ha venduto 2 milioni di copie in Italia e 2 milioni e mezzo all’estero. In esso parla del figlio di cui era incinta e che poi perderà con un aborto spontaneo, rischiando di morire. Oppure “Un uomo” (Rizzoli, 1979), dedicato al suo compagno Alekos Panagulis (alias Vinicio Marchioni). Fallaci, infatti, oltre a lui, amò solamente François Pelou (interpretato da Stephane Freiss): furono sempre legami forti pur tuttavia segnati dall’indipendenza ricercata dalla giornalista. Non aveva mezze misure, né girava troppo intorno alle questioni, anzi le affrontava di petto ed in maniera diretta. A partire dal suo cancro al polmone: non voleva che fosse chiamato, né definito altrimenti che per quello che era; e chiese da subito quanto tempo le rimaneva da vivere.

A tale proposito la frase che meglio la descrive è: “Scrivi sempre la verità. Assomiglia ai ferri chirurgici: fa male, ma guarisce”. Questa sarà la dedica che scriverà sul libro a Lisa (di cui veste i panni Francesca Agostini). Si tratta di una scelta audace del regista Marco Turco. Egli fa partire la storia da quando la Fallaci decide di rimettere ordine nella sua vita, sistemando tutto il materiale, giornalistico e non, collezionato facendosi aiutare dalla giovane: un’aspirante giornalista che voleva seguire le sue orme, per la quale lei era un esempio. Quasi un passaggio di testimone, di un’eredità preziosa costituita dall’affrontare, raccontare, vivere ed osservare la vita e la realtà con occhio critico, sempre curioso ed interessato a conoscere la verità. Il giornalismo non andava studiato, ma fatto, cioè vissuto in prima persona, a rischio di morire. Come accadde ad Oriana. Per questo l’ultima scena è la più bella, piena di pathos e di emozione. Lisa la guarda con uno sguardo di ammirazione senza confini. Forse la cosa che più apprezza di lei è l’essere una donna tormentata per il fatto di essere combattuta, di mettersi sempre in discussione, pronta al cambiamento. L’altra trovata geniale è quella di costruire un’intera, lunga e significativa scena mettendo a confronto l’Oriana giovane di ieri e quella più matura, esperta, ormai malata e in età avanzata (morirà a 77 anni nel 2006): le sue due voci della coscienza che parlano, mostrando le contraddizioni tipiche dell’animo umano, che spesso le sono state rimarcate in quanto poco coerente.

L’immagine invece che, a nostro parere, la raffigura meglio è quella di lei che, nel pieno della guerra in Vietnam, è sul campo di battaglia, ma intanto l’unico pensiero che ha è quello di prendere la sua macchina da scrivere e iniziare a formulare il suo articolo.

Una scena della fiction Rai interpretata da Vittoria Puccini

Una scena della fiction Rai interpretata da Vittoria Puccini

C’è chi combatte al fronte con le armi e chi senza, come lei, a suo modo con la macchina da scrivere. Si cimenta in interviste nate all’istante, non concordate, tra il dolore, la morte, il sangue, gli orrori e i rumori dei bombardamenti da una parte, e le speranza, i sogni e i desideri, la voglia di pace dei soldati dall’altra; con le loro paure, le loro sofferenze colti mentre sorgono. Oriana riusciva a farsi confessare anche ciò che non avrebbero detto a nessuno, che non erano disposti a rivelare per nessuna ragione: tipo gli interrogatori e gli stermini in massa che subirono i Vietcong (lotterà persino per la sospensione della loro fucilazione). Questo perché Oriana era una di loro, come loro rischiava la vita, era lì con loro e per loro. A lei interessava capire gli uomini ed era convinta che “la guerra serve a rivelarci a noi stessi”. A costo di poterne perire. La Fallaci stessa, infatti, sostenne che il suo cancro poteva essere stato provocato dall’aver respirato, durante la guerra del Golfo nel 1991 in Kuwait, il fumo dei pozzi di petrolio fatti incendiare da Saddam Hussein.

Fu una donna di mondo, del mondo e nel mondo, mai ferma in un posto, così come mai vincolata a canoni ed etichette. Di sé disse, parlando con Alekos Panagulis: “Credi di essere Ulisse, ma io non sono Penelope. Sono più Ulisse di te”. Ed, infatti, ritornerà alla sua Itaca nel Chianti alla morte. Ma prima della scomparsa furono molte le onorificenze che ricevette: il 14 dicembre 2005 il capo dello Stato di allora, Carlo Azeglio Ciampi le consegnerà una medaglia d’oro quale “benemerita della cultura”. E un’altra tra pochi giorni – il 22 febbraio – le sarebbe stata assegnata, nel 2006, quale “bandiera della cultura toscana nel mondo” dall’allora presidente del Consiglio Regionale della Toscana, Riccardo Nencini.

Barbara Conti 

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