mercoledì, 15 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

“Noi e la Giulia”, il film
diretto da Edoardo Leo
sbanca al botteghino
Pubblicato il 28-02-2015


Noi e la Giulia

Locandina del film “Noi e la Giulia”

Esordio col botto per “Noi e la Giulia”, che vede ancora alla regia Edoardo Leo. Questa che potremmo definire una commedia intelligente, infatti, segna subito il record di battere “50 sfumature di grigio”, con un incasso di 1.300.000 di euro in soli quattro giorni. Uscito giovedì 19 febbraio in 390 copie, è liberamente ispirato al romanzo “Giulia 1300 e altri miracoli” di Fabio Bartolomei, ma Leo si supera reinterpretando in chiave ancor più moderna le principali problematiche che affliggono la “generazione del piano B”. Alla regia Leo dilaga, dimostrando sempre più abilità nel gestire momenti di tensione ad altri di ilarità ed ironia, con battute naturali e spontanee e una verve comica che rendono tutto più fruibile.

In questo che Edoardo Leo stesso definisce “un film di resistenza civile”, risaltano in particolare le musiche ed i costumi, molto studiati nei minimi particolari, ricchi di colori, con un continuo e ricorrente cambio d’abiti, quasi a segnare la voglia e lo sforzo nella ricerca del cambiamento: il tempo sembra passare inesorabile, senza che arrivino grosse novità, anzi tutti i sacrifici sembrano vani di fronte alle innumerevoli difficoltà che i protagonisti incontrano, ma la cosa principale per loro è non mollare, essere ancora lì, pronti a lottare ostinatamente, credendo nel loro sogno, nella loro volontà di riscatto, cambiandosi d’abito così come sono capaci di adattarsi ad ogni contingenza. Questo sembra significare questa dovizia di costumi, che serve a dare ritmo alla commedia, accelerandone i tempi, velocizzando i toni e l’avvicendarsi della trama. Sicuramente evidenzia l’attenzione profonda per i dettagli. Chiaro il messaggio di invitare a non deporre mai le armi, in una società e in un tempo in cui la vita sembra non concedere le giuste armi per realizzarsi onestamente. Si deve cercare sempre una seconda opportunità (quella del piano B), un’occasione per risalire la china, non sentirsi più  falliti, la circostanza in cui reinventarsi, trovare un’invenzione geniale, nuova, diversa, la capacità di rischiare, investire per cercare uno sbocco.

Al tempo del precariato, della crisi, questa chance arriva dalla terra. I protagonisti, infatti, pensano di risollevarsi costruendo un agriturismo, ma dovranno fronteggiare le insidie e le minacce della camorra locale. I tre principali attori di questa impresa cercheranno di restare a galla, di resistere. Si tratta di Diego (Luca Argentero), Fausto (Edoardo Leo) e Claudio (Stefano Fresi). Le cose non saranno facili per loro. In loro soccorso casualmente arriveranno altri due personaggi molto importanti: Sergio (Claudio Amendola) ed Elisa (Anna Foglietta); il primo, fervente attivista politico in passato ed ancora convinto sostenitore dei principi del comunismo, darà loro il mordente e la tenacia che stavano perdendo e che li stava facendo vacillare. La seconda, incinta, li inciterà ad usare creatività e a continuare a credere nel loro sogno, come lei confida fortemente nella nascita del suo bambino per risollevarsi da una vita piena di delusioni soprattutto sentimentali, in cui è stata abbandonata più volte. Ognuno coi suoi problemi, impareranno cosa significhi fare squadra e gruppo, rivendicando (in una delle scene più belle del film) il diritto di denunciare il proprio fallimento come qualcosa non di cui vergognarsi, ma su cui al contrario costruire. E soprattutto riscoprendo il vero valore dell’amicizia: è Edoardo Leo in una battuta a manifestare la consapevolezza che ha raggiunto di quanto spesso, di tutte le persone che ci circondano, solamente poche saranno quelle che non ci tradiranno mai, quelle in cui confidare ciecamente, che ci sosterranno, ci saranno sempre vicine, pronte a condividere con noi i momenti più difficili, senza riserve, genuinamente; lui, uomo di televisione che fa televendite di orologi fasulli, le ha trovate grazie a questa che sembra una sorta di “missione impossibile”: amici e compagni sinceri, nonostante i loro difetti e limiti.

Carlo Buccirosso in una scena del film "Io e la Giulia"

Carlo Buccirosso in una scena del film “Io e la Giulia”

Così come, nell’epoca del riciclaggio, sarà Elisa ad insistere sull’importanza di restaurare, risistemare vecchi oggetti per adattarli alle proprie esigenze: e così, ecco che l’agriturismo prende piede, con le sue luci, i suoi colori, le sue sfumature più antiche e rustiche, affiancate a quelle più moderne di un bricolage originale. Quasi a non gettare via nulla del passato, pur guardando al nuovo e adattandosi al segno e al cambiamento dei tempi. Ed in questo nuovo filone di turismo, c’è un’altra misteriosa protagonista: una vecchia Giulia, una macchina che giocherà un ruolo significativo con la musica che viene dal suo stereo. Così come sarà centrale la parte di Vito (Carlo Buccirosso), boss della camorra del posto.

In questa commedia tragi-comica, con un’ironia tagliente, in cui la speranza si conquista solamente dopo la disperazione, se un trionfo è possibile viene solamente dopo il fallimento, viene fornito un dipinto eccezionale del mondo del lavoro moderno, soprattutto per la generazione dei 40enni. Certo, è vero che “lo sfruttamento nel mondo del lavoro nel sistema capitalistico offende la dignità dei lavoratori”; che “questo Paese è allo sfascio perché non c’è nessuno che fa bene il suo lavoro”; che “le donne incinte vengono licenziate e non assunte”; che “nessuno lavora più con gioia”; spesso alla fatica di trovare un impego ci si deve contendere il posto di lavoro con immigrati, visti come una minaccia, mentre potrebbero essere una componente preziosa per cambiare il futuro: un’integrazione che potrebbe aiutare a modificare un universo difficile per tutti.

Ma “la bellezza salverà il mondo”, e con una “deviazione” è possibile far valere il diritto dei lavoratori ad aprire un’attività senza essere sfruttati ed a difendersi dagli sfruttatori appunto. Basta credere nei sogni e riscoprire l’originaria capacità di stupirsi e sorprendersi ancora di fronte alle nuove sfide della vita. Il film non ha pretese di indicare la via, giudicare, criticare, né tanto meno fare attacchi politici o di altro genere, oppure trarre conclusioni. Lascia libero lo spettatore di seguire il proprio istinto e le proprie idee. Punta su pochi concetti, anche grazie alla voce fuori campo di Luca Argentero, che sembra più una riflessione, traendo le somme da un’esperienza. È lui nel finale a dare l’immagine che, a nostro avviso, è più simbolica del film: occorre essere come un bimbo appena nato, che ha le manine chiuse in piccoli pugni perché stringe dentro i suoi cugnetti l’innocenza, la curiosità, la voglia di vivere. Occorre ritornare a stringere le nostre mani per riafferrare quei valori, che abbiamo un po’ perduti, unitamente alla creatività e alla capacità di reinventarsi per tornare a camminare a testa alta. E capire, fermi in mezzo a una strada (come nella scena finale), che via prendere: se tornare a combattere o proseguire con rassegnazione.

Barbara Conti 

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