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Opinioni e commenti
 

Da Obama un piano fiscale da 1000 miliardi
Pubblicato il 03-02-2015


Obama-Budget-tasse

Nel Paese patria del capitalismo moderno, il presidente Barak Obama fa quello che non si fa in tanti Paesi del Vecchio Continente: bastona duramente chi imbroglia con le regole – Standard & Poor, l’ultimo caso – e inaugura una politica fiscale di redistribuzione della ricchezza.

La questione della tasse, questo sì un vero cambiamento di ‘verso’ non a chiacchiere, è contenuta nell’ultimo Fiscal Budget, per l’anno prossimo e si incentra appunto su uno spostamento dei pesi per ridare fiato alla classe media, duramente penalizzata dalla crisi finanziaria ed economica esplosa nel 2008 con lo sboom del fondi subprime, intervenendo con misure di sostegno a favore dei redditi bassi, con aiuti per l’istruzione, la cura dei bambini, la formazione professionale e altro e nello stesso tempo rilanciando l’economia interna con un piano di investimenti nelle infrastrutture.

Il tutto dovrebbe costare attorno al trilione di dollari, pari a circa 800 miliardi di euro ed è articolato in modo tale da stimolare la crescita agendo in maniera selettiva, per esempio, sull’evasione e l’elusione fiscale, sulle plusvalenze, sulle attività finanziarie di carattere meramente speculativo per spingere gli investitori a mettere i loro soldi nelle attività economicamente produttive. Il tutto con un ‘occhio di riguardo’ per le banche che con le loro attività speculative sono all’origine del disastro del 2008 e che ora dovrebbero essere soggette a una tassazione specifica concepita per scoraggiare le attività speculative.

La legge di bilancio presentata lunedì da Obama è il seguito concreto delle enunciazioni contenute nel discorso sullo stato dell’Unione, il penultimo di un Presidente che essendo ormai entrato nel tratto finale del suo mandato, può permettersi di mettere in cantiere delle iniziative destinate prima di tutto a dare lustro alla sua presidenza piuttosto che preoccuparsi dello scontro con i ‘poteri forti’, e un Congresso che essendo ormai a maggioranza repubblicana, gli è naturalmente ostile.

Obama insomma si preoccupa di lasciare un messaggio ai posteri e un’eredità programmatica al futuro candidato Democratico alla Casa Bianca. Il messaggio di Obama è una promessa per un futuro più prospero e solidale, meno squilibrato nella ricchezza posseduta dagli americani, meno accondiscendente con le grandi Corporation che dettano candidature e leggi per le Camere in base ai loro interessi.

Contrariamente all’accusa che arriva dalla parte dei Repubblicani di aver scritto un bilancio ‘fiscalmente irresponsabile’, l’ottica di fondo è rivolta invece proprio ai nodi di lungo termine, come quello del deficit di finanziamento della Social Security che Obama ha voluto fortemente ampliare seguendo la linea tracciata da Hillary Clinton. Non a caso la regolarizzazione di milioni di immigrati, di lavoratori che sono stati fatti emergere dal ‘nero’ in cui erano costretti, consente di migliorare il bilancio della sicurezza sociale, ampliando significativamente la platea dei contribuenti.

Non è detto naturalmente che l’Amministrazione attuale riesca nell’intento, ma è certo che così facendo Obama ha imposto la ‘sua’ agenda e dato agli americani un futuro migliore in cui sperare. Una bella grana aggiuntiva per i Repubblicani, costretti sulla difensiva e schiacciati su un’immagine di pura conservazione dello status quo.

Per tornare alle bacchettate inferte a chi non rispetta le regole, è giunta a conclusione l’azione legale intentata dal Ministero della Giustizia contro una delle più importanti agenzie di rating mondiale, la potentissima Standard & Poor che ha accettato, tra l’altro, di pagare una multa colossale di 1 miliardo e 370 milioni di dollari, circa un miliardo e spicci di euro, riconoscendosi colpevole di aver assegnato per anni delle valutazioni di favore alle aziende sue clienti che collocavano sul mercato obbligazioni di scarso valore, all’origine di quei mutui subprime che hanno poi portato all’esplosione della bolla finanziaria del 2008.

La decisione segna un punto cruciale nella ricerca dell’origine della crisi di cui ancora sopportiamo le conseguenze in Europa e dimostra che negli Stati Uniti, la violazione delle regole viene scoperta e perseguita a suon di multe colossali e anche, in alcuni casi, col carcere. Il caso di S & P, arriva sulla scia di una lunga teoria di banche e società finanziarie che hanno accettato transazioni da oltre 40 miliardi di dollari con la parte lesa, il Governo, pure di mettere fine alle azioni processuali. Una cifra cospicua, certamente inferiore agli enormi danni prodotti a livello globale e non solo nazionale, ma comunque sufficiente a impartire una bella lezione difficile da dimenticare.

“L’accordo che abbiamo raggiunto oggi – ha detto il procuratore generale Eric Holder in una conferenza stampa – non solo rende chiaro che questo tipo di condotta non sarà mai tollerato dal Dipartimento di Giustizia, ma sottolinea anche il nostro impegno forte e costante per perseguire qualsiasi azienda o ente che viola la legge e che ha contribuito alla crisi finanziaria del 2008”.
Il miliardo e 700 milioni di dollari – parte al Governo e parte agli Stati federali – azzera l’utile di un anno di S & P, è pari tre volte la cifra inizialmente offerta dalla società di rating per fermare il processo, ma è comunque la metà della cifra inizialmente richiesta dal ministero di Giustizia e salva i dirigenti dal rischio carcere. Resta il giudizio di fondo, un marchio di infamia, sulla responsabilità di queste aziende e delle banche di essere stati “ingranaggi essenziali nella ruota della distruzione finanziaria” “contribuendo alla peggiore crisi finanziaria dai tempi della Grande Depressione”.
Armando Marchio

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