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Opinioni e commenti
 

Obama, una strategia vincente
Pubblicato il 02-02-2015


In altri tempi, quando si ragionava in termini di grandi processi storici, si usava dire che un Qualcuno o un Qualcosa avevano “perso tatticamente, ma vinto strategicamente”.

Oggi, questa proposizione è scomparsa dal vocabolario. Pure, definisce alla perfezione il percorso e l’eredità politica di Barak Obama.

Perché il presidente americano ha vinto strategicamente? Perché, per la prima volta dai tempi di Roosevelt, ha saputo offrire alla sinistra – leggi al partito democratico – idee forza e strategie concrete cui la destra repubblicana non ha saputo contrapporre nulla se non odi viscerali e reazioni fondamentaliste e/o corporative. (Quanto basta per vincere le elezioni “midterm”; ma anche quanto basta per perdere le presidenziali).

Sul piano interno, Obama ha saputo riproporre, in modo aggiornato, l’armamentario classico della sinistra democratica americana: ruolo centrale dello Stato, spesa pubblica non solo per il rilancio dell’economia ma anche per le dotazioni infrastrutturali, scientifiche e tecnologiche; politica fiscale redistributiva a vantaggio della generalità dei cittadini; una politica dell’immigrazione in grado di conciliare il controllo dei flussi con ampie misure di regolarizzazione; meno armi e meno prigioni. Un disegno su cui il prossimo candidato democratico alla presidenza avrà il modo di costruire il suo successo.

Più confuso il quadro internazionale. Qui, Obama si è trovato di fronte ad una “mission impossibile”: ricostruire- sulle macerie ereditate da Bush- un ordine mondiale basato sul primato americano; dovendo usare, a questo riguardo, strategie nuove e non sperimentate e regolarmente boicottate da un Congresso tra i peggiori, e più irresponsabili che la storia ricordi.

Asse portante di questo nuovo disegno, la rinuncia alle “guerre americane”; e meglio ancora (parole dette davanti ai cadetti di West Point) ad “ogni intervento che possa crearci più nemici di quanti possiamo riuscire ad eliminarne sul terreno”.

Conseguentemente, l’egemonia Usa dovrà rifondarsi sull’economia: indipendenza energetica, nuove frontiere scientifiche e tecnologiche, nuove intese internazionali costruite intorno a Washington. Tra cui particolarmente importanti quelle realizzate con la Cina sull’ambiente e sull’apertura agli investimenti stranieri.

Su questo piano, si intende recuperare il ruolo di garante dell’ordine internazionale. In particolare con il ricorso allo strumento delle sanzioni: alternativa rispetto all’ipotesi di intervento armato; anche perché volta a ricondurre i reprobi al tavolo del negoziato.

Nelle aree di crisi, infine, l’America dovrà recuperare un ruolo allargando i suoi punti di riferimento: la democrazia sunnita e non solo le autocrazie militari; la Turchia e, possibilmente, l’Iran e non solo l’Arabia Saudita.; i palestinesi e non solo Israele.

A distanza di circa sei anni, il bilancio di queste diverse e complesse strategie è, diciamo così, variegato.

Eccellente sul terreno economico (basti pensare all’andamento del settore energetico) dove, a completare il disegno, manca soltanto il pieno (e magari anche un tantino subalterno) inserimento dell’Europa nel “sistema Usa”.

Buono, ma anche gravido di pericoli sulla questione delle sanzioni e del loro buon uso. Nell’immediato il loro successo è stato indiscusso, sia nel caso dell’Iran, riportato al tavolo di una trattativa seria sul nucleare, sia in quello della Russia, ricondotta a più miti consigli sulla questione ucraina. Nel frattempo però, questa strategia è stata “sequestrata”dalla destra repubblicana e dagli antagonisti di Mosca e Teheran (l’attuale governo ucraino e Netanyahu), interessati ad inacerbire e a rendere permanente il confronto. Ed ha quindi mutato natura e obbiettivi: non si intende più “modificare gli atteggiamenti” ma punire un ‘avversario’ intrinsecamente malvagio. Con il rischio di finire fuori controllo.

Queste vicende peseranno e, come, nel fallimento mediorientale. Dovuto non solo a errori di valutazione (l’islamismo politico potrà essere democratico, ma rimane allergico al pluralismo), ma anche, e soprattutto, all’impossibilità di realizzare – per le resistenze interne – l’auspicata nuova articolazione delle alleanze.

Così l’asse Netanyahu-repubblicani ha impedito qualsiasi apertura nei confronti dei palestinesi, dell’Iran e del mondo sciita. Mentre l’Europa ha chiuso definitivamente le porte alla Turchia. Conseguentemente, la guerra all’Isis la fanno solo i curdi e i droni mentre Washington, proprio in questi giorni, conferma in pompa magna la sua alleanza con quell’Arabia saudita, per altro principale sostegno, anche se indiretto, della stessa Isis.

Se questo quadro non si modifica, la situazione non potrà che peggiorare. Difficile però che l’America possa uscire dallo stallo paralizzante in cui è tenuta dai repubblicani. E allora l’aiuto dovrà arrivare dall’esterno: qui e ora con la vittoria del centro-sinistra nelle elezioni israeliane; nell’immediato futuro con il risveglio dell’Europa come protagonista della politica internazionale.

Per noi, come dire, una questione di vita o di morte.

Alberto Benzoni

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