domenica, 21 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

La Grecia deve godere della solidarietà senza limiti dell’Ue
Pubblicato il 18-02-2015


tsiprasI Paesi egemoni sul piano economico dell’Unione Europea, anziché accollarsi “l’onere e l’onore” di favorire la costituzione di uno stabile sistema monetario, utilizzando i loro surplus valutari, così come hanno fatto, per esempio, gli USA dopo il 1944, hanno preferito tutelare egoisticamente i loro esclusivi interessi nazionali. In tal modo, essi hanno mancato di considerare che, nel lungo periodo, l’assenza di un’area valutaria stabile potrebbe riproporre, a danno di tutti, lo spettro finale degli anni Trenta; non sarebbe un obiettivo esaltante per chi, come ad esempio la Germania, oggi si illude di potersi sottrarre agli obblighi contratti con la firma dei Trattati costitutivi dell’Unione Europea; Trattati che hanno impegnato, economicamente tra l’altro, tutti i Paesi firmatari a trasformare l’Unione da semplice mercato in un nuovo soggetto istituzionale politicamente solidale.

I Paesi economicamente egemoni hanno invece preferito percorrere la presunta “scorciatoia” dell’austerità, imposta a quei Paesi membri dell’UE maggiormente colpiti dalla crisi, i cui effetti negativi sono stati, per i Paesi più compromessi, direttamente proporzionali al livello del loro indebitamento pubblico. Tra questi, la Grecia, anche per responsabilità interne, è stato il Paese maggiormente colpito dalle misure restrittive imposte dalle istituzioni europee, per le pressioni su di esse esercitate dai Paesi economicamente in surplus.

Ciò che va immediatamente sottolineato è che se gli Stati membri dell’UE fossero stati molto più propensi ad accelerare il processo di integrazione politica, l’eccessivo indebitamento di alcuni Paesi avrebbe potuto essere evitato o quantomeno contenuto, attraverso una politica monetaria unitaria, con cui sarebbe stato possibile esercitare un efficace controllo sui conti pubblici. Poiché ciò non è avvenuto, e i Paesi dotati dei maggiori surplus finanziari non hanno svolto alcun ruolo a garanzia della stabilità interna all’intera area dell’euro, ci si trova oggi di fronte al problema del come soddisfare le richieste con cui la Grecia si appella alla solidarietà europea, per alleggerire il peso non più sopportabile dell’austerità imposta.

Dopo la vittoria di Syriza e gli impegni elettorali assunti dai suoi leader, la richiesta di solidarietà nei termini in cui è stata formulata sembra non trovare facile accoglimento. Alla Grecia, al presente, non resta che valutare la strada più conveniente da percorrere. Una strada è quella che le parti più conservatrici dei Paesi creditori si augurano sia prescelta; ciò in quanto la Grecia, rappresentando per loro un “peso morto”, con la sua fuoriuscita, consentirebbe ai rimanenti Paesi dell’eurozona di porre rimedio più celermente ai problemi dei restanti Paesi in crisi.

La seconda strada è più complessa e ricca di implicazioni politiche che potrebbero fare comodo alla Grecia; ciò perché l’uscita varrebbe a dimostrare che l’unione monetaria è a rischio, nel senso che la sua sopravvivenza, in ultima istanza, dipenderebbe da decisioni che possono essere prese unilateralmente dai singoli Paesi, quando essi lo ritenessero conveniente. Questa seconda strada non può non preoccupare i restanti Paesi dell’UE. L’uscita dall’euro della Grecia costituirebbe un grave precedente, destinato a creare incertezza e instabilità nei mercati finanziari; è questo il motivo per cui è largamente nutrita la speranza che ciò non avvenga. Tra l’altro, se ciò accadesse, gli investitori finanziari si vedrebbero costretti a praticare tassi d’interesse più elevati, per coprirsi contro i maggiori rischi, con enorme aggravio di costi per quei paesi che, come l’Italia, sono ancora nella condizione di dover collocare sui mercati finanziari i PPT, per procurarsi le risorse finanziarie necessarie a finanziare la propria spesa pubblica.

Sulla “Grexit”, cioè sull’uscita dall’euro della Grecia, diversi istituti hanno analizzato l’intensità delle reazioni da parte degli altri Paesi europei: l’”IFO”, un centro studi tedesco, ha valutato che alla Germania converrebbe lasciare che la Grecia se ne anadasse, mentre la “Fondazione belga Bruegel” e l’Istituto francese “Iéseg School di Management” si sono espressi per la conservazione della Grecia nell’eurozona, in considerazione del fatto che l’exit greco sarebbe costoso per tutti, ma sopratutto per i greci.

Questi ultimi istituti hanno avvertito che la svalutazione cui andrebbe incontro la moneta nazionale greca, dopo l’uscita dall’euro, produrrebbe gravi effetti indesiderati; ciò perché la Grecia non ha una grande industria esportatrice, per cui i presunti effetti positivi legati a possibili maggiori esportazioni, indotte dalla svalutazione che farebbe seguito all’exit, sarebbero assai limitati. Tuttavia, i pericoli intrinseci a un inasprimento dell’esterno austerity imposta alla Grecia potrebbero costituire una sorta di “arma di ricatto” che la stessa Grecia potrebbe “agitare”, giusto per fare accogliere le sue richieste da parte delle Istituzioni Europee.

Dopo la vittoria di Syriza, Alexis Tsipras si è trovato improvvisamente solo; persino Matteo Renzi, che era sembrato così in sintonia con le richieste greche, ha voltato le spalle al premier ellenico, spiegando che la decisione della Banca centrale europea riguardo alle pretese della Grecia è stata legittima e opportuna. Se le richieste di Syriza non dovessero essere accolte, ma la Grecia decidesse di “restare” in Europa, i suoi leader attuali potrebbero “attestarsi” su una linea di minor resistenza, chiedendo una rimodulazione del debito in essere e la concessione di nuovi prestiti, ma anche l’affievolimento delle condizioni che saranno imposte per rilanciare la crescita e, soprattutto, la modificazione dei Trattati e delle Istituzioni europee. Quest’ultimo punto, per ironia della sorte, potrebbe diventare un valido sprone per rilanciare il processo di cambiamento dell’attuale confederazione tra Stati in una vera federazione politica.

Si tratta di una richiesta condivisa da molti Paesi dell’eurozona, e soprattutto dalla Banca centrale europea che, nella persona del suo presidente, Mario Draghi, dopo aver ripetutamente dichiarato che tecnicamente e statutariamente non possono più essere erogati aiuti alla Grecia, ha da ultimo affermato che il problema greco e quello della rigidità della BCE, sono diventati problemi politici; infatti, la loro soluzione, con i minori danni possibili per l’intera UE, deve essere cercata nella capacità dei governi degli Stati membri di andare oltre le regole vigenti, consentendo alla Banca centrale di intervenire a favore degli Stati in difficoltà, conformando le istituzioni dell’Unione agli impegni e alle promesse contenuti nei Trattati vigenti.

E’ difficile dire se una ripresa del processo d’integrazione politica potrà essere favorita dalla “crisi greca”, considerato che, nella situazione d’incertezza attuale, dove sono fatti valere gli egoismi nazionali, il presidente della BCE sta interpretando il ruolo di protagonista di quel processo d’integrazione, fondando la speranza che la pressione della situazione della Grecia, provochi il “rinsavimento” di quegli Stati che dimostrano d’essere legati, dopo aver smarrito, come nel caso della Germania, la loro memoria storica, a un passato che i Trattati istitutivi dell’UE erano stati originariamente accolti per un suo definitivo superamento.

Non può non dispiacere, perciò, che tra gli indifferenti rispetto alla ripresa del processo d’integrazione politica vi sia anche l’attuale Primo ministro italiano. Un tema questo, riguardo al quale l’attuale governo non risulta impegnato a soddisfare un’aspettativa ancora condivisa dalla maggioranza degli italiani; la sua propensione al riformismo è unicamente orientata all’interno del Paese, mentre dovrebbe essere inquadrato nella prospettiva di un più generale riformismo europeo.

Renzi sembra maggiormente preoccupato di consolidare, in modo confuso e a volte spregiudicato, la sua posizione interna, noncurante del fatto che l’Italia, come la Grecia, per curare i propri mali endemici ha bisogno della solidarietà europea; egli invece, nelle sue esternazioni di fronte ai rappresentanti del governo greco, è sembrato unicamente preoccupato di garantire il sicuro ricupero dei circa 37 miliari di crediti che l’Italia vanta nei confronti della Grecia. Si spera solo che così non sia e che il governo attuale dell’Italia, com’è nelle speranze del presidente della BCE, rinsavisca e interiorizzi la necessità di garantire che l’Italia concorra, non solo a rimuovere realmente il pericolo dell’uscita dall’eurozona della Grecia, ma anche a mostrare un suo maggiore impegno sul fronte del riformismo europeo.

Vi è anche da sperare che le istituzioni europee vadano incontro alle aspettative del popolo greco per evitare la possibile fuga della Grecia dall’Europa, non tanto per il “peso” della Grecia sul piano degli interessi materiali nei confronti dell’Europa o del resto del mondo (appena il 2% del PIL europeo e lo 0,2/0,3% di quello mondiale), quanto per ciò che essa rappresenta, non solo per l’Europa, ma per l’intero mondo occidentale, sul piano culturale. La cultura classica del mondo ellenico costituisce ciò da cui l’Occidente, e soprattutto l’Europa, hanno derivato la loro civiltà, fondata sull’atteggiamento critico nei confronti del loro passato e del loro presente; in quanto critici della loro tradizione e del loro essere presente, l’Occidente e l’Europa possono essere percepiti, come alcuni non disinteressatamente vorrebbero che fosse, culturalmente deboli, a causa del loro presunto relativismo gnoseologico. In realtà, il criticismo occidentale ed europeo è assunto come metodo, ovvero come modalità di approccio alla conoscenza degli stati del mondo: il relativismo metodologico è la fonte della forza e del dinamismo dell’Occidente e dell’Europa, in quanto esclude la possibilità di poter conservare ab eterno delle certezze fideisticamente acquisite; esso invece, accetta che la conoscenza dei fatti naturali e sociali, acquisita su basi razionali, sia sempre mutevole a valida pro-tempore, in quanto sempre in divenire.

Se l’Europa politica perdesse la Grecia, perderebbe la “culla” della propria memoria storica; ciò dovrebbe essere sufficiente a giustificare, non solo l’obbligo morale di aiutare senza limiti il Paese all’interno del quale si colloca quella culla, ma anche l’impegno a fare della cultura classica, ereditata in primis dall’Europa, il motivo dell’identità della stessa Unione europea. Ciò, in alternativa al motivo della cristianità, il quale, per quanto nobile, è portatore, soprattutto nella sua regolazione cattolica, non del relativismo metodologico, ma di quello filosofico, che esporrebbe l’Europa, con il supporto irresponsabile dei molti “atei devoti”, ad un ritorno alla “fissità” e all’immobilismo della tradizione. Anche e soprattutto per questa ragione, che ad alcuni potrà sembrare di natura emotiva, ci si deve augurare che la Grecia rimanga nell’ambito dei Paesi europei, non solo sul piano economico, ma soprattutto su quello politico, per il debito incommensurabile che l’Europa ha contratto nei suoi confronti su quello culturale.

Gianfranco Sabattini

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