mercoledì, 15 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Responsabilità civile,
toghe sul ‘piede di guerra’
Pubblicato il 20-02-2015


Toghe_magistrati_Corte_d'appello.smallMartedì prossimo va in aula alla Camera il ddl sulla responsabilità civile dei magistrati. Le toghe, o almeno una parte di esse, sono sul piede di guerra e minacciano uno sciopero. L’Anm ha difatti convocato una riunione straordinaria del direttivo, fissata per domenica, in cui non si esclude che alcuni gruppi della magistratura associata (ma MD ha detto no) proporranno la proclamazione di uno sciopero. “Auspico – ha detto al proposito il ministro della giustizia Andrea Orlando – che non si arrivi a forme di protesta come quella. La riforma sulla responsabilità civile non ha alcuna finalità punitiva per i magistrati”.
Sulla questione il senatore del PSI, Enrico Buemi, ha inviato una lettera a Giancarlo De Cataldo, Giudice di Corte d’Assise a Roma, che in un articolo su “La Repubblica” di Liana Milella, ‘Toghe, pressing per lo sciopero anti-governo, di oggi’ aveva criticato duramente il provvedimento sulla responsabilità civile dei magistrati.

“Stimato dottor De Cataldo,

non condivido la frase che Le è attribuita dalla Repubblica di stamattina, in ordine al disegno di legge, recante modifiche alla legge n. 117 del 1988 sulla responsabilità civile del magistrati. Trattandosi di un testo a mia prima firma – all’ordine del giorno della Camera dei deputati, dopo una prima lettura del Senato – mi sarei astenuto dall’intervenire pubblicamente, per non alterare la libertà di convincimento dell’altro ramo del Parlamento. Ma la suggestione della frase (“Siamo dalla parte giusta, ma non gliene importa niente a nessuno”) mi induce a replicare con alcune considerazioni, che sono fiducioso saranno accolte senza preconcetti.

L’Italia di minoranza, nella quale si riconosce l’anima garantista della tradizione socialista, sa bene quanto “sappia di sale” non vedere riconosciute le proprie ragioni: dai contemporanei, almeno, perché dalla storia molte conferme sono venute, come sa bene chi ha scritto “Il combattente. Come si diventa Pertini”. Il problema è lottare perché il divario cronologico si riduca; cosa che può avvenire soltanto assumendosi la responsabilità di dire cose, anche sgradevoli, ed operare affinché sia l’opinione pubblica a riconoscersi.

Mi rendo conto che, in un’epoca come quella odierna, sempre più prevalga la sfiducia che meccanismi razionali sovrintendano a questo riconoscimento: spesso sono prospettazioni mediatiche faziose, falsate o incomplete, quelle che “costruiscono” l’opinione prevalente. Ce ne siamo accorti noi socialisti, quando abbiamo per anni lamentato che il crollo della proposta politica avrebbe prodotto indebite supplenze da parte di altri organi dello Stato, tra i quali la magistratura. Mi duole quindi che ora la magistratura creda di vivere nello stesso incubo. Ma cercherò di spiegarLe che così non è, e come l’equilibrio delineato nel testo all’esame della Camera – anche grazie alla sostanziale mediazione operata dal Governo in Senato – regga alle accuse che gli sono rivolte.

L’udienza-filtro non tutela dal ricatto dell’inquisito danaroso: è l’articolo 4 comma 2 della legge Vassalli – norma che il disegno di legge all’esame non tocca minimamente – ad offrire la garanzia per cui “l’azione di risarcimento del danno contro lo Stato può essere esercitata soltanto quando siano stati esperiti i mezzi ordinari di impugnazione o gli altri rimedi previsti avverso i provvedimenti cautelari e sommari, e comunque quando non siano più possibili la modifica o la revoca del provvedimento ovvero, se tali rimedi non sono previsti, quando sia esaurito il grado del procedimento nell’ambito del quale si è verificato il fatto che ha cagionato il danno”.

Il sospetto, secondo cui – appena venga in rilevo una decisione a lui sgradita – l’inquisito possa minacciare il giudice con una azione risarcitoria, è quindi infondato. Ma è anche infondata l’idea che basti la smentita della pretesa (pubblica o privata) – ad opera della sentenza definitiva (adottata, lo ricordo, da altri giudici) – per produrre un’azione di responsabilità destinata al successo: l’errore del giudice non è e non sarà mai l’equivalente della colpa grave e men che mai del dolo. Il “travisamento del fatto o delle prove” – sintagma sconosciuto al mio testo, ed introdotto con emendamento tratto dal disegno di legge governativo – non fa scattare alcuna automaticità tra il ricorso per cassazione accolto ed azione di responsabilità: se così fosse, l’avrebbe fatto già la legge Vassalli, che all’articolo 2 comma 3 lettere b) e c) già menzionava casi che secondo la giurisprudenza rientrerebbero almeno in parte in quel sintagma (“il vizio di ‘travisamento della prova’ … ricorre nel caso in cui il giudice di merito abbia fondato il proprio convincimento su una prova che non esiste o su un risultato di prova obiettivamente ed incontestabilmente diverso da quello reale”: Cassazione Penale 20 marzo 2014, n. 13088). Quanto alla parte residua di quel sintagma, essa potrebbe essere letto addirittura in senso più garantista, stante il fatto che in Cassazione non è affatto permesso dedurre il vizio del ‘travisamento del fatto’: occorrerebbe prioritariamente la reinterpretazione degli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione, ad opera del giudice della revocazione, per addivenire ad un contrasto tale da giustificare l’azione di responsabilità.

Se quindi non basta “perdere una causa in Cassazione” per essere attinti da azione di responsabilità civile, però neppure è ammissibile affermare che per la magistratura non valga il principio “che attraverso la minaccia della sanzione si possano ottenere ordine e funzionalità”, pena la violazione del principio costituzionale di indipendenza del giudice. Avremmo volentieri derubricato questa sanzione (da civile, come avviene per qualsiasi altra categoria professionale) a livello di sanzione disciplinare, se fossimo stati convinti che il sistema imperniato sul C.S.M. funzionasse al di fuori di logiche correntizie: ma troppi episodi, anche recenti, ci hanno dissuaso dall’inchinarci a questo feticcio, almeno fino a quando la composizione dell’organo di autogoverno non sarà sottratta alle “cordate”. A tal proposito, Le rammento che il mio disegno di legge n. 1547, sulla sua scelta mediante sorteggio, nemmeno è stato messo all’ordine del giorno e che quando ho cercato di inserirne i contenuti nella Revisione costituzionale Boschi il Presidente del Senato ne ha disposto – unico caso di novella dell’articolo 104 Cost. – l’inammissibilità al voto.

Come vede, il destino dell’opinione di minoranza ancora ci accomuna, ancor di più della consapevolezza della “parte giusta” in cui stare. L’importante è non accarezzare l’opinione pubblica dal verso del pelo; ma, a questo proposito, non credo di raccontare nulla di nuovo all’apprezzato biografo di Sandro Pertini. Con i migliori saluti”.

Enrico Buemi

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